Il canto del mare di Gloria Barberi

Il canto del mare di Gloria BarberiUna bonaccia oleosa appiattisce il mare sotto il cielo livido. Il mondo è in attesa.
La bambina si ferma per qualche istante, fissando l’acqua. Sull’orizzonte rotolano nubi panciute tinte di rosso.
I suoi piedi percepiscono la levigatezza dei ciottoli, gli alluci intuiscono le sottili vene di colore, i cristalli di quarzo celati nell’apparente compattezza grigia di ogni più piccolo sasso, senza che lei abbia bisogno di abbassare lo sguardo.
Quel luogo le è familiare. Lo riconosce con tutto il corpo, con ciascuno dei cinque sensi. La fragranza salmastra; il grigiore della parete di roccia alle sue spalle, come una grande tenda; il sapore di alghe fresche che le resta sulla lingua a ogni respiro; il rumore delle minuscole onde, quasi invisibili, tra la sabbia della riva; il contrarsi dei capillari alla frescura della brezza.
L’aria trema ancora sotto l’impeto della sua corsa, e presto si lacererà come una placenta per lasciar emergere gli inseguitori.
La bambina si guarda attorno. Solo mare e roccia. Nessuna via di scampo.
Un istinto ancestrale le schiude le labbra.
Il canto le vibra nella gola. Qualcosa di mai sperimentato prima d’ora, ma scritto nel suo codice genetico, e che il suo corpo riconosce, intuendone l’ineluttabilità. Come il primo vagito, il canto scuote il mondo.
E l’acqua comincia ad animarsi. Piccole increspature che pian piano, con il progredire della melodia, mutano in onde. La liquida massa nera, solo poco prima immota, gonfia, si cresta di spuma.
Poi, loro appaiono. Una ad una. Le carni marmoree incrostate di madreperla, alghe di lontani oceani intrecciate tra i lunghi capelli fluttuanti. Le squame della coda rilucono come argento. Le lunghe dita palmate stringono falci di corallo.
Salgono dal mare in risposta al suo richiamo; amiche, salvatrici, sorelle! La bambina si slancia verso la battigia mentre alle sue spalle risuonano le grida degli uomini: grida rabbiose di belve derubate della preda.

Alessia si svegliò. L’alba sporcava di grigio i vetri della finestra.
Si girò tra le coperte, guardò sua sorella maggiore, Carolina, addormentata nel letto gemello a pochi passi da lei. Dietro le palpebre chiuse, sicuramente scorrevano logaritmi e formule matematiche. La futura prof! Dormiva con la pacifica immobilità di un Buddha eppure, Alessia lo sapeva, le sue palpebre si sarebbero spalancate sugli occhi ancora acquosi di sonno mezzo secondo prima che la sveglia suonasse. E al primo squillo Carolina sarebbe rotolata fuori dalle coperte con la grazia di Dumbo; al secondo, in un solo rapido movimento avrebbe afferrato la vestaglia e ficcato i piedi nelle pantofole; il terzo squillo l’avrebbe seguita in corridoio, fino alla porta del bagno.
Alessia ficcò la testa sotto le coperte, cercò di riafferrare il sogno. Già troppo lontano. Ma non importava. Si sarebbe ripetuto, e presto. Accadeva da mesi, ormai.

Prima di entrare in cucina, si scrutò furtivamente nello specchio dell’ingresso. Era così diversa dalla sua matronale e brevilinea sorella! Sottile, con i fianchi stretti e una grazia di danzatrice in ogni gesto, e lunghi capelli lisci, di un castano lumeggiato da fili biondi. I capelli di Carolina, invece, erano crespi e opachi, inamidati dalla messa in piega casereccia.
Alessia sorrise complice alla propria immagine. Quale miglior prova. Lei non apparteneva a quella famiglia. Né a quel mondo. Ma doveva continuare a fingere, almeno ancora per un po’. Non sarebbe stato a lungo.
Compose il volto minuto in una maschera di sedicenne assonnata, ed entrò in cucina.
Carolina era già lì, e dondolava con la sua gravità pachidermica nel breve spazio tra fornelli e lavandino.
Carolina aveva un ingannevole aspetto placido: palpebre sempre a mezz’asta su globi oculari un po’ sporgenti, un sorrisetto saccente sulla bocca carnosa, e tanti soffici cuscinetti di cellulite disposti ad arte su tutto il corpo, a celare gli spigoli del carattere. Con gesti sbrigativi versò latte e caffè nella tazza e la porse a sua sorella. “Dai, spicciati, che mi fai fare tardi.”
Alessia si guardò attorno nella piccola cucina. Ditate d’unto sugli sportelli dei pensili, presine non coordinate agli strofinacci: l’assenza di una madre era evidente.
“Papà non viene a casa per mezzogiorno” continuò Carolina versando detersivo liquido color cedrata sui piatti della sera precedente ammonticchiati nell’acquaio. “Ha un pranzo di lavoro.”
Alessia non fece commenti; in silenzio, scartò il plum cake allo yogurt.
Alzando la voce per sovrastare lo scroscio dell’acqua, Carolina disse ancora: “Nemmeno io ci sarò. Questo pomeriggio ho lezione. Tu puoi andare da Burghy, se non ti va di cucinare”.
Da Burghy, come le adolescenti sgallettate della pubblicità, a gonfiarsi la pancia di Coca-cola e patatine bisunte. Alessia annuì. “Okay.” Il plum cake era cotone tra lingua e palato.

Ogni battito di ciglia, come lo scatto di un otturatore fotografico. Click, click, click. Istantanee del Porto Antico nella luce piatta di una mattina foschiosa. Click: l’edificio degli ex Magazzini del Cotone, snaturato dal restauro, disteso come un dolmen di cemento per tutta la lunghezza del molo. Click: le Mura del Barbarossa, pietra vetusta sopravvissuta al processo di modernizzazione dell’area portuale. Click: Porta Siberia, massiccia eppure immateriale, simile allo scenario di cartapesta di un film in costume. Click: la bianca struttura del bigo, l’ascensore panoramico, che sembrava alzarsi dall’acqua verde-paludosa come un fascio di pallide canne. Click: un galeone pirata fasullo, tutto intagli e dorature, all’ancora in attesa di visitatori. Click…
Mentre camminava lungo il molo, Alessia lasciò scivolare lo sguardo verso il mare aperto. Il grigioazzurro del cielo, troppo annacquato, sembrava sbavare oltre la linea appena percettibile dell’orizzonte. Niente onde. La mattina appariva immobile. Quasi.
Alessia si fermò; si voltò adagio verso la città, con il movimento aereo di una pattinatrice in un axel al rallentatore. Alzò lo sguardo.
Il profilo della grande strada sopraelevata tranciava a metà lo sfondo di vecchie facciate scolorite dal salino e ridipinte e riscolorite un’infinità di volte. Il traffico, sostenuto ma fluido, scorreva via come un interminabile centopiedi di metallo.
Alessia socchiuse gli occhi, cercando di escludere ogni senso che non fosse l’udito.
La prima volta in cui aveva udito il suono era novembre, verso sera. Camminava in fretta, diretta alla libreria Distefano per ritirare un libro che aveva ordinato, il crudele “I canti di Maldoror” di Lautréamont. Il vento soffiava dal mare; teso, ma non violento.
Quando, d’improvviso, l’aveva udito. Aveva un timbro così familiare che lei si era fermata di colpo, come se qualcuno l’avesse chiamata per nome.
Naturalmente non era così. Ma ugualmente lei si era guardata attorno. Gli edifici fieristici, abbandonati e scuri; la grande scatola di vetro e cemento che ospita l’acquario; le insegne dei pochi esercizi installati in quel cimitero delle belle speranze che secondo le intenzioni degli architetti sarebbe dovuto divenire un’avveniristica zona commerciale.
Non si vedeva nulla di vivo, a parte il mare.
Alessia si era voltata verso la sopraelevata, tendendo l’orecchio. Aveva ascoltato le auto incunearsi nel vento con il consueto gemito ferruginoso; i fari sforbiciavano il compatto tessuto dell’illuminazione stradale; insegne colorate singhiozzavano sui muri degli antichi palazzi… Non seguivano il ritmo del suono.
Alessia aveva già sentito parlare del misterioso “canto della sopraelevata”, ma lo considerava un’altra leggenda metropolitana, niente di più. Il vento rifratto dalla grande struttura di cemento e acciaio: questa la spiegazione razionale del fenomeno, semplice da accettare, rassicurante. Ma Alessia ne comprese all’istante l’assurdità.
Quello era un canto; non un rumore che a tratti, incidentalmente, si modulasse in suono. Ma un canto vero e proprio, a più voci, variegato e complesso. E non nasceva dalla soprelevata. Veniva dal mare. La struttura di acciaio e cemento si limitava a fungere da amplificatore, da decodificatore, rendendolo accessibile alle orecchie degli abitanti delle terraferma. Perché quella polifonia non scaturiva da gole umane.
Era così. Aveva esattamente la stessa cadenza del canto delle sirene nei suoi sogni.
*
“È quasi una settimana che non vai a scuola.” La voce di Carolina, acuminata di stizza, trafisse Alessia a tradimento, mentre cercava di sgattaiolare non vista in camera sua. “Ho trovato sulla segreteria un messaggio della tua prof d’italiano. Voleva sapere come stavi.”
Alessia si strinse nelle spalle e cercò di raggiungere la porta della sua camera da letto, ma la sorella le sbarrava il passo. Sembrava riempire tutto il corridoio, come una grossa vacca infuriata. “Papà sta facendo un mucchio di sacrifici perché tu possa studiare!” La consueta litania accusatoria. “E tu così lo ripaghi!”
Senza dir nulla, Alessia sgusciò tra la parete e quel blob fremente che era sua sorella, badando a non sfiorarla, e raggiunse la porta della propria stanza.
“E neanche si degna di rispondere, Miss Italia!”. Parole che suonavano come sputi. E poi il colpo basso; quello che, secondo Carolina, avrebbe dovuto farla piegare su se stessa, piangente e umiliata come una Maria Maddalena pentita. “Ah, se la mamma ti vede da lassù…”
Non avrebbe comunque potuto cambiare le cose, così come non aveva mai saputo, o voluto, cambiarle quando ancora stava al mondo. Troppo difficile da gestire, quella figlia silenziosa, sfuggente ed enigmatica come una creatura degli abissi più profondi. Troppo diversa dalla concreta e rassicurante figlia maggiore. La madre non avrebbe mai sentito la mancanza di Alessia. Alessia non sentiva la mancanza di sua madre.
Scivolò in camera.

Con la sicurezza di una cieca nata, senza esitazioni, trovò al buio gli interruttori dei faretti. Prima uno, poi l’altro… Dai quattro angoli della stanza, un morbido chiarore sottomarino dilagò sui mobili e le pareti. Alessia aveva sostituito tutte le comuni lampadine con altre verdi e azzurre, così che quella sua porzione privata di mondo sembrava davvero rubata all’oceano. La tapparella, accuratamente chiusa, teneva a bada gli importuni bagliori della notte cittadina.
Gettò lo zainetto sul letto, tra pupazzi di stoffa e cuscini colorati, e si avvicinò alla scrivania. Dal nascondiglio segreto, sotto l’ultimo cassetto, trasse il suo diario.
Non era un diario come lo si intende comunemente; lei non sentiva alcun bisogno di raccontare a se stessa la piattezza della quotidianità. Quelle pagine erano preziose. Anche se il quaderno era di carta riciclata, aveva comunque lontane origini nella morte di un albero. Non doveva andare sciupato. Lo sfogliò. Le pagine le frusciavano sotto le dita con il suono di onde tra la sabbia.
Poesie, canzoni, fotografie, ritagli di giornale, disegni… Il mare respirava in ogni singola parola, ogni tratto di matita, ogni immagine.
La descrizione del suo segno zodiacale, ritagliata da una rivista di oroscopi: tutta la mutevolezza dell’acqua in malinconie inesplicabili e altrettanto immotivati attimi di gioia; la pigrizia della luna che si specchia sul mare in bonaccia; la tenacia del mollusco che nessuna tempesta strapperà dallo scoglio; l’arrendevolezza dell’alga che s’abbandona alle correnti.
E poi due, tre pagine piene di riproduzioni di quadri di René Magritte: il mare piceo, screziato di spuma e saette de “La traversata difficile”, con i suoi velieri sperduti e fragili; le onde verdi sovrastate dal ciclopico masso sul quale il “Castello dei Pirenei” sembra germinare come una casuale verruca; e ancora un burrascoso oceano ritratto nell’atto di ingoiare un altro vascello, ma dominato in primo piano dal torso di una Venere di Milo adorna di gemme e morbide ombre carnose. E infine il suo preferito, L’invenzione collettiva: una sirena spiaggiata, bizzarra creatura ribelle a ogni icona leggendaria, con il capo di pesce e gambe di donna.
E i brani letterari, ricopiati con calligrafia nitida, appena sporcata da qualche involontaria ghirlanda infantile, che raccontavano delle sirene e di tutte le altre Figlie delle Acque, creature degli oceani o dei laghi, abitatrici di grotte sottomarine e anse di fiume.
Le perfide incantatrici nate dal sangue di Acheloo, al cui richiamo soltanto Ulisse seppe resistere, e che soltanto la lira incantata di Orfeo seppe azzittire; insidiosi demoni meridiani che nell’ora senz’ombra acquietano i venti e creano miraggi, approfittando della sonnolenza dei mortali per sedurli; e le Oceanidi “dalle sottili caviglie” di cui racconta Esiodo; le Memnosini, figlie delle sirene e dei soldati del faraone annegati nel Mar Rosso, compositrici di canzoni popolari; Scilla l’Abbaiatrice, che trascina le navi contro gli scogli; e Loreley, con la sua arpa d’oro e la voce d’argento, che perdette se stessa per pietà d’un mortale; Adrika, maledetta dal dio Brahma; la Dama del Lago, custode di Excalibur; Melusina costruttrice di castelli… Quei miti erano quasi tutti negativi, e in essi le sirene venivano viste come crudeli seduttrici, affamate d’anime di annegati. Falso, anche se completamente logico dal punto di vista degli umani che non comprendevano e non sapevano vedere la realtà attraverso la trasparenza dell’acqua. I vortici dei fiumi e dei laghi non sono che porte d’accesso a un’altra dimensione; e gli abissi marini non sono luoghi insidiosi, né bui. Alessia lo aveva appreso dai libri di scuola: una delle poche cose utili che la cultura istituzionalizzata le avesse insegnato.
Gli abissi marini assomigliano alla notte nella savana: stelle, lucciole, e occhi di predatori. E lei, subito, aveva amato quelle profondità e i suoi abitatori, furtivi e indifferenti al mondo di superficie, sconcertanti come incubi mitologici, adorni delle arcane luci dei fotofori. Nei suoi sogni la vipera marina snudava i denti acuminati; il linofrine dondolava la sua lanterna, trascinandosi dietro la bizzarra escrescenza a forma di radice; e lo stomia boa incedeva lungo le correnti con la solennità di un drago giapponese, nello splendore adamantino delle sue squame esagonali.
E ancora, altri frammenti letterari e poetici che cantavano l’oceano e i suoi abissi: brani tempestosi di Byron e Lautréamont, le liriche salmastre di Montale, gli orrori ancestrali di Lovecraft e il vorace Maelstrom di Poe… E poi, in un accostamento che non si curava d’irriverenza, testi di canzoni: dall’insinuante “acqua azzurra peccaminosa e piena di desiderio” di “Wishful sinful” dei Doors al malinconico “Mare d’inverno” cantato da Enrico Ruggeri.
Infine, i versi che più amava. Essenziali eppure evocatori, appartenevano a una antica ballata irlandese: “Sono un uomo sulla terra, sono un Silkie in mare…” Silkie, creature d’acqua e mistero, che una volta all’anno lasciano la loro dimora sottomarina per unirsi a femmine umane, e generare dei figli. “E avverrà in un giorno d’estate / quando il sole splende su ogni muro / verrò a prendere il mio bambino / e gli insegnerò a nuotare tra la schiuma…”
Doveva essere accaduto così. Squame lucenti sotto la luna, in una notte d’estate; dalle scure acque del porto fino alla piccola casa sulla collina. Ma la leggenda, questa volta, non aveva conclusione. Nessun Silkie si era mai ricordato di venirla a prendere.

Sotto il sole, il mare è turchese e lapislazzuli. L’orizzonte, teso come un arco, scaglia dardi di spuma nel cielo.
La bellezza delle onde in un’aria purificata dal temporale! La bambina la respira a fondo; poi s’incammina verso la riva.
L’ombra di un gabbiano la sfiora. L’acqua le lambisce le caviglie.
“Tu sei più bello della notte. Rispondimi, Oceano. Vuoi essermi fratello?”1 “Sì”, canta un’onda ai suoi piedi.”
E la bambina si lascia scivolare nell’azzurro.
*
“Oh, ma mi stai ad ascoltare, Miss Italia?”
Alessia distolse lo sguardo dalla finestra. Carolina, seduta dall’altra parte del tavolo, srotolava in fretta i bigodini che aveva tenuto in testa per tutta la notte. I riccioli rigidi le contornavano il viso largo in una acconciatura stile Medusa.
Alessia sorrise. “Sì, dicevi?”
Carolina sospirò rumorosamente. “Che quando esci da scuola, passi a prendere il pane. Io non faccio a tempo.”
Alessia annuì e tornò a fissare la finestra. Il mattino aveva colore di pioggia.

I delfini hanno sul muso un eterno sorriso, che non è davvero un sorriso; ma agli umani non importa, amano credere che i delfini siano sempre felici, anche quando li obbligano in una risibile porzione d’oceano accerchiata da occhi sgranati. Ma, probabilmente, Cleo era davvero felice. E sembrava l’immagine della vita stessa; vivace e giocosa, guizzava nello spazio ristretto della vasca accanto a sua madre. Era nata in cattività, la piccola delfina; inconsapevole delle grandi vastità verdeazzurre. O qualcosa, nel suo DNA, secerneva malinconia a ogni grido di gabbiano?
Desiderare, e non sapere cosa. Nostalgia di vastità mai conosciute.
Alessia guardò la piccola delfina avvicinarsi alla parete di vetro. Il suo sorriso, così vicino… Alessia alzò la mano destra, accennando un saluto. Mi riconosci? O per te non sono che un volto tra i tanti? Abbiamo mai nuotato fianco a fianco, in un’altra vita?

“Avevi promesso… e invece hai marinato la scuola anche oggi. E dov’è il pane?”
Alessia si strinse nelle spalle.
“Sei stata in giro tutto il giorno! Si può sapere dove eri andata a cacciarti?”
“All’acquario.”
“L’acquario? Mi prendi in giro, signorina?”
Già, la verità suona sempre così falsa… In piedi accanto al frigorifero, Alessia chiuse gli occhi, attendendo con masochistico languore lo schiaffo. Che Carolina la colpisse pure con quella sua mano larga e tozza; lei non avrebbe sentito nulla. Uscita dall’acquario, aveva vagato talmente a lungo nella piovosa sera invernale, imbibendosi gli abiti e la mente di acqua e oscurità, da divenire acqua e oscurità lei stessa. Acredine e violenza non potevano toccarla.
Carolina non la colpì. Forse la sua mente logica aveva recepito l’invisibile mutazione occorsa nella sostanza della sorella; o probabilmente pensava che uno schiaffo non fosse necessario, bastava la durezza della voce. “Fila in camera tua! E cambiati quei vestiti, sono tutti bagnati!”
Alessia sorrise al proprio segreto. Quel lieve orlo di umidità in fondo alla veste… Il solo indizio che permette di riconoscere un’Ondina da una comune mortale.

La musica si dilatava nella stanza come un’onda gonfiata dal vento, e la voce galleggiava in superficie, lieve come spuma, morbida come un’alga. Modulava parole su una solenne cadenza di cante honde, ed era eco in una cattedrale, lontano richiamo al fondo di una grotta.
“Yo; el otoño / Yo; el vespero / He sido un eco / Seré una ola / Seré la luna / He sido todo, soy io /… Soy la soñadora…”2
Parole di verità. Qualcuno le aveva scritte per lei; e per un altro migliaio di sognatori spiaggiati lungo le coste aspre della realtà.

Tutto è azzurro. Azzurro e luminoso.
Quasi sfiorando la sabbia, la bambina nuota sul fondo del mare, ed è come nuotare nel cielo. Forme lucenti le scivolano accanto, silenziose e lievi come fiocchi di neve; le alghe si muovono attorno a lei in una carezza.
Alza lo sguardo. La luce del sole le piove negli occhi come polvere di cristallo. Sembra che il cielo stesso si sia frantumato e cada lentamente attraverso l’acqua. Quei frammenti d’azzurro non possono ferirla. Si sciolgono in pura luce, puro azzurro. Lì è al sicuro. Nessuno può farle del male.
Muove la coda d’argento e smeraldo, suscitando nuove correnti. Ride, ed è un baluginio di perle e corallo bianco.
È a casa, finalmente.

Aveva trascorso un’altra intera mattina all’acquario, in un dialogo di sguardi e silenzi con la piccola delfina. L’immutabile sorriso era l’unica risposta di Cleo.
Ora Alessia passeggiava lungo il molo, davanti ai Magazzini del Cotone. Il Porto Antico era deserto, nel mezzogiorno piovoso. Pioveva così forte… Sembrava che il cielo tentasse di ricongiungersi alle acque, come al tempo del Caos.
Era passato un anno. Mentre camminava, Alessia chiuse gli occhi. La pioggia le scorreva sui capelli e sul volto, sulle palpebre chiuse, tra le ciglia.
Gli inseguitori erano dietro di lei. Ancora non li vedeva, ma li sentiva. I loro aliti affannati inquinavano la brezza salmastra. Ma lei non aveva più voglia di correre. Era inutile.
Una raffica di pioggia le tambureggiò sulle palpebre. Alessia si fermò di colpo, aprì gli occhi. Era giunta alla fine del molo.
L’acqua color dell’alga morta, agitata dal vento e la pioggia, ribolliva come la pozione venefica nel calderone di una strega.
Ma come possono le sirene vivere in tanto putridume? Come possono, soprattutto, cantare? Forse, quella voce che lei udiva non era che un ricordo imprigionato dal vento nel cemento; un’antichissima memoria incrostata come il sale sui muri delle vecchie case.
No. No. Loro erano là. E cantavano. Anche adesso.
Alessia tornò a chiudere gli occhi. Si sentiva scorrere nelle vene correnti atlantiche, tsunami le squassavano il corpo. Barcollò sull’orlo di un abisso più profondo della Fossa delle Marianne, più insidioso del Triangolo delle Bermude.
Quante volte ancora l’avrebbero raggiunta, quante volte si sarebbe ripetuto quel terribile rituale di aliti fetidi sulla sua bocca, e mani sudice e crudeli che la frugavano… E il sangue! Il sangue… Senza che le sirene muovessero una sola squama d’argento per salvarla.
Cosa vi ho fatto? Perché mi rinnegate?
Era passato un anno. Di già. Un anno esatto. E lei si era stancata di aspettare.
Non mi prenderanno più.
Anche se al sogno seguiva sempre un risveglio, e nella realtà le sirene restavano sorde al suo grido d’aiuto. Erano là, da qualche parte tra l’orizzonte e la banchina frangiata di alghe: e cantavano; come nella storia di Ulisse, cantavano.
Non c’era che un modo per continuare a sognare.

“Si può immaginare come ci sono rimasta quando l’ho letto.”
La professoressa Sigismondi prese il foglio protocollo da una cartelletta e lo porse a Carolina che sedeva dall’altra parte della scrivania. La calligrafia nitida di Alessia si svolgeva sulla pagina rigata senza cancellature o incertezze: il tema portava la data di dieci giorni prima.
“Chiunque lo legga” continuò la professoressa aggiustandosi gli occhiali sul naso con la punta del dito medio, “potrebbe giurare che sua sorella abbia vissuto quella tremenda esperienza in prima persona”.
Carolina scosse la testa, volse lo sguardo intorno come a cercare aiuto dalle impersonali pareti bianche. La pioggia percuoteva i vetri e finiva di spogliare il tiglio nel cortile della scuola.
“Assurdo! Lei sa come sono andate le cose!”
“Certo. Valentina Pozzi era una mia alunna. Ed era la migliore amica di sua sorella.”
“Alessia si sentiva colpevole… E io ho tentato di spiegarle…”
Aveva tentato, sì, Carolina: con tutta la sbrigatività del suo spirito pratico e un’alzata di spalle. “Se l’è cercata, dopotutto”. E insomma, una lite poteva anche succedere tra amiche del cuore, quando cominciano a entrarci i ragazzini. E Valentina era stata oltremodo imprudente a lasciare la pizzeria così d’impulso e incamminarsi tutta sola, sotto i portici di Sottoripa, a quell’ora di sera in cui tossici e malintenzionati d’ogni genere e razza iniziano i loro giri. Con quella minigonna, poi… Valentina portava sempre gonne troppo corte. E si truccava come una puttanella. Sventata e incosciente. Nessuna meraviglia, se era finita violentata e ammazzata a coltellate a quindici anni.
Carolina sospirò. “Sì, se l’era proprio andata a cercare.”

L’acqua è notte. Una notte priva anche della più piccola stella. E densa. Fredda. Alessia affonda nel buio. Niente coralli e perle, né opalescenti nemicti con cui adornarsi i capelli. Solo alghe in decomposizione e rifiuti. Catene d’ancora corrose. Molluschi invischiati nel catrame.
Il mare è morto. Morto! Niente accoglienti braccia di sirene, niente falci di corallo con cui difendersi dalla crudeltà degli umani. Gli umani hanno già vinto. Uccidendo il mare.
Alessia apre la bocca per urlare il suo sgomento. Una fetida sorsata di liquido nulla le inonda la gola e i polmoni.

La piccola delfina si svegliò. Aveva fatto uno strano sogno. Era una di quelle creature prigioniere aldilà del vetro e voleva fuggire, fuggire…
Un gabbiano, sorvolando la vasca, gridò. Oceano, diceva il grido. Un dolcissimo suono senza senso.

(1) “I canti di Maldoror” – Lautréamont

(2) “La Soñadora” – Enya & Roma Ryan

Gloria BarberiL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di sei mesi abita a Recco, poco più di tre chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali Millemondi Urania, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci.
Autrice di due antologie personali e di diversi romanzi, alcuni editi in forma ridotta su riviste amatoriali. Nel 1987 nasce una collaborazione alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice ma anche di autrice. La pièce Il palazzo della Notte ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Ulteriori notizie sono reperibili qua e là in rete.

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