L’opera al rosso di Gloria Barberi

L'opera al rosso di Gloria BarberiPrimavera 1527. A marzo avevo compiuto cent’anni. Di già. Un intero secolo era trascorso da quando, appena diciottenne, come molti altri giovani del mio villaggio ero caduto vittima di un misterioso “morbo” più feroce della Peste Nera. Io solo ero sopravvissuto. E vita si può pur chiamare quella che da allora conduco, per quanto invisa agli esseri umani. Sì, perché il morbo al quale ero scampato aveva lasciato su di me un marchio incancellabile e terrificante quanto quello che segnò la fronte di Caino. Ero diventato un Blutsauger. Un vampiro.
Per sfuggire all’odio di coloro i quali fino a pochi giorni prima potevo considerare i miei simili, ero stato costretto ad abbandonare il piccolo villaggio della Turingia che mi aveva dato i natali. Da allora avevo vagabondato a lungo: dapprima cercando rifugio nelle foreste, e nutrendomi di incauti viandanti; poi, facendomi via via più audace, mi ero spinto a caccia nei villaggi e nelle città palpitanti di vita. finché, con la certezza di essere ormai il più scaltro e veloce dei predatori, avevo deciso di dirigermi verso quella città che sola poteva considerarsi l’autentico cuore pulsante dell’Europa: Roma.
Le storie che non avevo udito, sulla sua grandiosità e depravazione! Le locande e le strade d’ogni paese erano piene di soldati e pellegrini che ne tornavano o che vi si stavano recando.
Roma era la città. Aperta a tutti, “come le cosce di una puttana”, aveva detto una volta qualcuno. Nelle sue vie e i suoi palazzi, tra fango e broccati, si consumavano amori e delitti. Nulla sembrava impossibile o proibito a Roma; Roma la splendida, la corrotta, su cui regnavano potenti famiglie perennemente in lotta tra di loro e cardinali libertini; la nuova Babilonia che aveva visto addirittura un papa incestuoso. A essa, si diceva, portavano tutte le strade. Perché non quella di un vampiro?

Sentivo l’odore del fiume. Era come l’alito dalla bocca spalancata di un moribondo, qualcosa di denso e putrescente. Ma mi piaceva. Dove c’è tanta morte, c’è anche vita.
Avevo preso alloggio all’Albergo dell’Orso, in un grande edificio dalla facciata ornata da una loggia, non lontano dal Tevere. Lì, in una delle stanze più confortevoli, avevo sistemato il grande baule nel quale, di giorno, dormivo tranquillo al riparo della luce del sole. E adesso me andavo a caccia per le strade notturne.
Non conoscendo la città mi muovevo a istinto. Avevo con me un “mirabilia” preso cammin facendo a un pellegrino dal sangue dolce, ma quel libercolo non mi era di molto aiuto, dal momento che a quel tempo, pur parlando molte delle lingue d’Europa, non sapevo leggerne nessuna. Intendevo visitare tutti quei luoghi, quelle meraviglie raffigurate nelle sue pagine, ma avrei dovuto scoprire da solo come arrivarci. Ne avrei avuto tutto il tempo nelle notti seguenti, una volta individuati i luoghi ideali per la caccia.
Intanto, mi lasciavo trasportare dal rumore del fiume, dai bisbigli, gli scalpiccii; navigavo le correnti di risate che sgorgavano dalle porte e le finestre delle taverne, rifuggendo gli occasionali fiotti di luce. Non dovevo aver fretta. La cautela si imponeva finché le ombre e i recessi dei vicoli non mi fossero diventati familiari a sufficienza da permettermi, al bisogno, di scomparire rapidamente in essi.
Scartai molte possibili vittime, quella notte. Le lasciai scivolare accanto a me, spiandole da dietro gli angoli o dall’interno di un portone, e le guardai mentre si allontanavano ignare di aver sfiorato la morte. Esitavo. Mi sembrava ci fosse sempre troppa gente attorno, troppa luce. Non mi fidavo della mia rapidità. Potrei dire che quella città mi intimidiva. Infine, poco prima della mezzanotte, mi trovai in una stradina buia sulla quale sembravano affacciarsi soltanto finestre sbarrate. Dai muri che si stringevano attorno a me non trasudava un solo bisbiglio. Ma poco più avanti, oltre l’angolo di un palazzo, il selciato risuonava al lieve rumore di un passo. Sì. Sentivo la vibrazione attraverso la suola dei miei stivali. Qualcuno veniva nella mia direzione, camminando adagio. Mi fermai e attesi.
Pochi attimi soltanto, poi una figura avvolta in un mantello sbucò da dietro lo spigolo di mattoni e svoltò, offrendomi le spalle. Non ero riuscito a scorgere il viso, il capo scompariva sotto un ampio cappuccio, ma dall’altezza e l’odore capii che si trattava di un uomo. Vecchio, probabilmente.
Per un po’ mi limitai a seguirlo. Camminava rasente al muro e s’appoggiava a un bastone. Sì, doveva essere molto vecchio, forse malato. Mi concentrai per captare il battito del suo cuore: andava fuori sincrono con il rumore dei passi. Il respiro era un soffio irregolare e un po’ sibilante. Sarebbe morto senza grida né lotta, in fretta; forse anche troppo. Per un attimo considerai di lasciarlo andare e proseguire alla ricerca di qualcuno più giovane e robusto. Ma l’appetito cominciava a inasprirsi in fame. Prima dovevo placare il bisogno elementare di nutrimento. Avevo il resto della notte per assaporare il piacere della morte.
Mi avvicinai. Avevo già allungato una mano per ghermirgli la spalla, quando, nel mio slancio, misi i piedi in una pozzanghera producendo un pesticcìo umido, un rumore così lieve che pensai che soltanto le mie orecchie avessero potuto udirlo. Ma sbagliavo. La figura incappucciata si fermò bruscamente, e soltanto i miei riflessi da vampiro mi permisero di non urtarlo. Per un attimo restammo immobili entrambi. Non udivo più il suo respiro. Poi la testa incappucciata si voltò lentamente. Ombre attorno alla macchia bianca di un volto.
“Chi è là?” La voce era profonda, inaspettatamente vigorosa.
Esitai. Non so perché non gli balzai subito addosso. Se lo avessi fatto, forse la mia vita oggi sarebbe diversa. Ma ero incuriosito. Quindi attesi; e quando l’uomo tornò a ripetere la sua domanda, in quel po’ di italiano che avevo appreso durante il mio viaggio risposi: “Amici.”
La testa incappucciata annuì. Tra le ombre riuscivo appena a distinguere i lineamenti in quella chiazza pallida che era il suo viso. Rughe; il dorso di un naso sottile e arcuato; una bocca grande con labbra ancora colorite e fresche. Non scorgevo gli occhi.
“Amici” mi fece eco la bella voce profonda, con una lieve intonazione ironica. “Merce rara, di questi tempi. Bene, se non hai mentito, significa che non ho nulla da temere e anche questa sera potrò giungere a casa integro nel corpo e nella scarsella… sebbene ormai né l’uno né l’altra contengano molto.”
Non sapevo cosa rispondergli, la sua audacia mi spiazzava un po’. Si prendeva gioco di me. E di certo stava valutandomi: i miei abiti, i miei capelli… e gli occhi che splendevano nel buio come quelli di un gatto. Tra un attimo si sarebbe messo a urlare, avrebbe cercato di scappare. Invece disse: “Sei forestiero. Di dove ne vieni?”
“Dal Nord.”
“Dal Nord…” ripeté sommessamente. Sentivo un sorriso nella sua voce. Tese una mano verso di me, le dita aperte, e mosse il capo. Il cappuccio scivolò un poco all’indietro, rivelando la fronte e parte dei capelli; e gli occhi, naturalmente. I capelli erano bianchi. Gli occhi pure. Cavità orbitali simili a piccole pozze colme di latte. Adesso capivo perché non era ancora scappato.
La punta delle dita sfiorò il davanti della mia giacca, per un attimo l’indice agganciò il chiavacuore della cappa: poi la mano scivolò a seguire il contorno delle crèves, come contandole, saggiando il tessuto della camicia tra di esse.
“Cappa alla spagnuola, di velluto… giacca accoltellata… e rensa della più fina… merletti. Di certo non è abbigliamento da pezzente. Hai detto poc’anzi che vieni dal Nord. Qual è il tuo nome?”
“Manfred.”
Il sorriso che poco prima vibrava nella voce del vecchio, adesso gli aveva raggiunto le labbra; garbato, scopriva appena i denti, eppure maliziosamente canzonatorio.
“Io sono Bernardo da Falvaterra.”
Mosse il bastone, e io indietreggiai, temendo che volesse colpirmi. Ma il vecchio si limitò a percuotere leggermente il muro alla sua destra. I mattoni risposero con un suono sordo, e il sorriso si accentuò.
“Sì, la riconosco, è l’abitazione di messer Girolamo il lanaiuolo. Bene. Non sono lontano come temevo, dunque!” Volse il viso verso di me. “Di grazia… se non ti è d’eccessivo incomodo, potresti scortarmi a casa? È a pochi passi, ma ho fatto assai più tardi del solito, e le strade sono malsicure, a quest’ora.”
Perché no? mi dissi. Mi sarei nutrito con più calma, al caldo fra quattro pareti.
“Servo vostro” risposi. Presi la sua mano e la poggiai sul mio braccio.
Il vecchio rise sottovoce, dolcemente. “Mi piace il tuo nome” disse mentre procedevamo per il vicolo. Aveva un passo fermo e sicuro, di certo il mio braccio gli era superfluo. “A giudicare dalla voce devi essere assai giovane. Quanti anni hai?”
Sarebbe rimasto davvero sorpreso se gli avessi detto la verità.
“Ventidue” mentii.
Percorremmo un centinaio di metri, fino a un’altra casa d’angolo. Anche questa costruzione era immersa nel silenzio, ma una debole luce rossastra incorniciava i pesanti scuri di una serie di alte finestre a pianterreno.
La mano destra del vecchio scivolò lungo il muro, saggiando la forma delle pietre, fino alla cornice di una porta, risalì sicura fino all’architrave. Le dita armeggiarono brevemente con qualche meccanismo nascosto. Udii uno scatto metallico, la mano scese ad appoggiarsi sul pannello di legno, lo spinse.
Un lieve cigolio.
“Prego” disse il vecchio, facendosi da parte sulla soglia. “Sii mio ospite.”
Sbirciai all’interno dell’abitazione.
Era uno stanzone dal soffitto basso, a malapena illuminato dalle fiamme morenti di un piccolo braciere sistemato al centro. Nella parete di fronte alla porta si aprivano alte finestre protette da sbarre e prive di scuri. Sotto di esse si distinguevano lunghi tavoli da lavoro ingombri di attrezzi di cui non conoscevo l’uso. Alla mia destra notai un piccolo forno di mattoni, alla sinistra una breve scala di legno che portava al piano superiore.
Il vecchio entrò, poggiando il suo bastone a lato della porta; poi si diresse con sicurezza verso il braciere e tese le mani. Lo udii sospirare con la soddisfazione di chi si sente finalmente a casa, al sicuro, e sogghignai a me stesso. Chissà se poteva esserci qualcosa di valore da rubare, lì intorno. Entrai.
“Chiudi la porta” disse il vecchio.
Gli obbedii, mentre gettavo una rapida occhiata circolare nella stanza. Mi trovavo in un laboratorio, evidentemente, ma inutilizzato da parecchio tempo. C’era troppo ordine, anche se poca polvere. Un antico odore, pungente, stagnava ancora nell’aria, e mi suggerì una visione di metallo incandescente, ma troppo vaga per collegarla a un mestiere preciso. Quella non mi sembrava l’officina di un fabbro.
Il vecchio si volse verso di me. “Vieni” disse. “Vieni a scaldarti.”
Era una buona idea. L’umidità del fiume mi era entrata nelle ossa e mi serpeggiava lungo la spina dorsale in piccoli brividi. Mi avvicinai al braciere e tesi le mani a mia volta. Il riflesso rossastro delle braci tramutò le mie unghie in schegge di rubino. Se quel poveretto avesse potuto vederle! Chiusi gli occhi, assaporando il tepore. Ma tra poco non avrei più avuto bisogno di quel piccolo fuoco, non appena avessi avuto nelle vene il sangue del vecchio.
“Perché mi seguivi?” La domanda mi schioccò all’orecchio, inaspettata.
Trasalii e lo guardai. Gli occhi ciechi mi fissavano, e al riverbero delle braci sembravano due corniole incastonate nella maschera marmorea del viso. Un largo sorriso faunesco s’apriva sotto il grande naso aquilino, e i lunghi capelli bianchi – adesso che il vecchio si era tolto il cappuccio potevo vederli bene – s’allargavano attorno al capo in un folto disordine. Una inusuale raffigurazione di Medusa.
“Seguirvi?” chiesi.
“E da un bel po’. Oh, certo, ti muovi come un gatto, ma non hai esattamente l’odore di un gatto.”
Istintivamente mi scostai da lui di un paio di passi. “Cosa intendete?”
Il vecchio rise sottovoce.
“Quando la vista ti abbandona, gli altri sensi si acuiscono per compensare la mancanza, lo sai? E poi tu hai un odore particolare. Sei un soldato?”
“Perché me lo chiedete?”
“Perché non credo tu sia un macellaio né un boia.” Anche se non era possibile, mi parve di scorgere un lampo di malizia nel suo sguardo lattiginoso. “Sì. Odori di sangue, ragazzo mio. Perciò non ci resta molto.”
“È vero, ho combattuto. Ma ora… ”
La sua mano grande, robusta, segnata da grosse vene bluastre, si alzò a interrompermi. “Non mi importa di chi sei al servizio, o sei hai disertato dal tuo esercito. Non è affar mio.”
Arretrai di altri due passi, di fronte a quella mano alzata come quella di un predicatore. Vedevo il sangue pulsare nelle vene, me lo sentivo sulla lingua. Prendilo, mi ripetevo, prendilo; e continuavo a indietreggiare.
L’uomo rise di nuovo, e la scala di legno gli fece eco con un lieve scricchiolio.
A quel semplice suono trasalii di nuovo con violenza e guardai verso la scala, mentre la mia mano cercava l’elsa della spada, ma l’ampia cappa mi limitava i movimenti e brancicai stupidamente tra il pesante tessuto, rigando la sofficità del velluto con le unghie. Un penoso istante di goffaggine. Poi rinunciai e mi incantai a fissare l’apparizione in cima alle scale.
La luce tremula di una candela, un ondeggiare di lini bianchi.
Alla sommità delle breve rampa di scalini era ferma una donna. Anzi, una ragazza. Un grande scialle scuro buttato sul candore della camicia da notte, un’aureola di riccioli biondi.
“Cosa succede?” chiese, e la sua voce era una specie di soffice pigolio assonnato. Faceva pensare a imbottiture di piume e lenzuola di bucato. “Nonno, chi è lì con voi?”
“Un giovane messere che mi ha scortato a casa. Non temere.”
“Oh… Vi auguro una felice notte, signore.”
Scese qualche scalino. La luce della candela cadde su un piccolo viso rotondo, ancora infantile; i capelli sfolgorarono come trucioli d’oro alla fiamma di una fornace. Era bellissima. Sembrava fuggita da qualche pala d’altare, un cherubino sbadato che s’era perso le ali chissà dove.
“La mia adorata nipote Artemisia” disse Bernardo, e c’era orgoglio nella sua voce.
M’inchinai. Cos’altro avrei potuto fare? Poi, frettolosamente, augurai a quei due mortali la buonanotte, e me ne andai a soddisfare altrove la mia sete.

Perché tornai? La ragione è sempre la stessa: curiosità verso i mortali e il loro modo di vivere.
Quell’uomo mi attraeva, e il fatto che non potesse vedermi mi dava una specie di sicurezza, illusoria probabilmente, perché gli altri suoi sensi erano così vigili che dovevo fare attenzione a non recarmi da lui dopo che mi ero nutrito, per timore che avvertisse l’odore del sangue su di me, nonostante le essenze con cui avevo preso l’abitudine di aspergermi gli abiti.
Nel vasto stanzone, tra le ombre della sera – non avevamo bisogno di luce – trascorrevamo ore a chiacchierare. O, piuttosto, era lui a parlare; io lo ascoltavo, bevevo dalle sue labbra, come sangue, la cronaca fastosa della Roma della sua gioventù; affascinate e affascinanti, le parole cadevano, lucenti gocce di smalto su un grande bassorilievo aureo.
“Ah sì, io c’ero, quando il duca di Ferrara sfilò attraverso la città con tutta la sua corte. Ben cinquecento cavalieri aveva con sé, e trombettieri, e pifferai… e più di duecento muli recavano il suo guardaroba. I ricami d’oro delle loro gualdrappe color cremisi rilucevano sotto il sole, i campanacci d’argento che portavano al collo risonavano a gara con le campane delle chiese. E le celebrazioni che si tennero in onore di Eleonora d’Aragona… La festa più bella del secolo, dissero. Tutta Roma celebrava, si banchettava in ogni palazzo, nei cortili e per le strade; la servitù delle più grandi famiglie esponeva sulle credenze da parata il vasellame d’oro e di Vermeil, il vino traboccava dalle coppe in filigrana foggiate in forma di nave o di fontana, e il profumo dell’acqua di rose si levava dagli acquamanili tempestati di ametiste e prasme. Compagnie di musici e commedianti inscenavano ad ogni angolo commedie cortesi e leggende mitologiche, e le cortigiane sorridevano da dietro i loro veli gialli, offrendo, per una sera, amore in cambio di amore soltanto. E il giorno in cui gli affreschi della cappella furono finalmente svelati… La folla era fitta come spighe in un covone, tanto che si poteva a malapena respirare. Ma quale meraviglia! Tutti avevano gli occhi colmi di lacrime, e dovunque si udiva sussurrare: “La mano di Dio stesso ha guidato quella dell’artista. Onore al sublime Michelangelo!””
Anche Bernardo era stato un grande artista, un orafo ricercato da nobiltà e clero, prima che la cecità lo cogliesse. Gli era calata sugli occhi lentamente come un velo nero, mi raccontava, oscurandogli la vista ma non il talento. Aveva continuato a lavorare fino a quando era stato in grado di distinguere un seppur tenue bagliore di luce, aiutandosi con delle lenti di sua invenzione.
Mi mostrò qualcuno dei suoi lavori, oggetti che aveva creato per sé e per la nipote: puntali di cintura e chiavacuori squisitamente lavorati a filo in minuscole rosette e foglioline spolverate di graniglia d’oro, e piccole gioie decorate a smalto.
“Le dicevano l’un mille migliori di quelle d’ogni altro orafo, persino di quelle di Mastro Santi.”
Nella sua voce non c’era orgoglio o compiacimento, esponeva soltanto un dato di fatto, mentre i polpastrelli delle dita accarezzavano i delicati merletti di metallo prezioso, saggiavano la superficie degli smalti, quasi potessero distinguere il colore di ogni singolo particolare da una differenza nella levigatezza o la temperatura. Neppure dita di vampiro potevano vantare una tale sensibilità.
“Questa tinta acquamarina, vedi… si accorda a perfezione sia con l’oro che con l’argento, ma devi essere accorto, quando fai scorrere lo smalto, che non acquisti una tonalità turchina. Il turchino non si addice all’oro.”
La penombra ametista del crepuscolo ispessiva i colori, li rendeva più intensi e ricchi, e i minuscoli grani d’oro e d’argento s’incendiavano allo splendore glaciale della prima stella, distante al di sopra dei tetti di Roma: un prodigio di luce che soltanto i miei occhi dalla vista preternaturale, e quelli spenti di Bernardo, potevano contemplare.
A volte Artemisia ci sorprendeva così, rapiti, al buio, e ci rimproverava in un pigolio affettuoso.
“Nonno, messer Manfred è troppo cortese per farvelo notare, ma è già scesa la notte e voi lo tenete qui al buio come fosse un pipistrello…”
E andava a prendere candele e carbone per il braciere. L’incanto si dissolveva al chiarore giallastro del fuoco.

Artemisia, fragile mortale! Odorava davvero come l’erba di cui portava il nome. Mi sedeva accanto, fragrante e calda, e io godevo della sofferenza che mi veniva dalla sua vicinanza come avrei goduto del suo sangue. Quel genere di tormento era per me un’esperienza del tutto nuova. Fino ad allora, qualsiasi vittima desiderassi l’avevo sempre presa quasi all’istante. Con lei era diverso. Sapere di potermene nutrire nel momento in cui lo desiderassi, e tuttavia non farlo, mi dava un’esaltante sensazione di onnipotenza. Era alla mia mercé, e non lo sapeva. Rideva dolcemente, mi sfiorava con il suo tepore, tranquilla e ignara come un neonato nella culla.
Adoravo la sua femminilità acerba, non costretta in corsetti e altri insensati orpelli punitivi. Ricordavo con autentico orrore le dame castigliane ingabbiate nel verdugo, non troppo dissimile dagli strumenti di tortura che l’Inquisizione andava sperimentando nello stesso periodo, con i candidi colli irraggiungibili fra strati di trine inamidate foggiate come macine di mulino, o le olandesi appesantite da imbottiture che simulavano una perenne gravidanza. In Italia, sembrava che la sovrabbondanza di raso e damasco non riuscisse a soffocare del tutto i fruscii seduttivi di qualcosa di estremamente soffice celato tra quei tessuti preziosi e la pelle; ed erano soprattutto le donne del popolo a produrre quei fruscii quando camminavano per strada, la testa alta e il passo reso elastico da una spavalderia sconosciuta nel resto d’Europa, o quando incedevano tra i tavoli delle taverne con arroganza regale per sedersi in grembo ai giocatori di dadi.
Artemisia non era esattamente una popolana, era istruita e aveva belle maniere, ma non sarebbe mai stata ammessa nei palazzi della nobiltà romana, se non in qualità di cameriera o dama di compagnia. E questo non era il futuro che si augurava nei suoi sogni.
“Voglio andar moglie a un uomo che sappia d’arte e dargli dei figliuoli pieni di tante perfezioni quante abbia lui.” Lo sguardo si perdeva tra le ombre del laboratorio; gli occhi, con le fiamme delle candele che danzavano nelle iridi limpide, sembravano ardere come lampade votive su un altare. “E saprei anche essergli di aiuto e consiglio nelle sue opere. Il nonno ebbe tempo d’insegnarmi molte cose, prima che la cecità lo colpisse. Se alle fanciulle fosse dato esercitar l’arte dell’orafo…”
Era questa la sua autentica aspirazione, sebbene probabilmente non ne fosse consapevole. Dopotutto, all’epoca, per una fanciulla onesta era impensabile una vita che non fosse quella della moglie e della madre. La foschia che d’un tratto velava la fiamma nei suoi occhi rivelava che di questo, almeno, era ben cosciente.
Ma l’intensità che le vibrava nella voce e le animava il viso da cherubino a volte era tale da risucchiarmi nei suoi sogni. E allora, dimentico di ciò che ero, fantasticavo di farla mia in modo umano, portarla con me, per il privilegio di contemplare le piccole mani tessere fiori d’oro e d’argento. Poi, il palpito di una vena sul dorso di quelle mani mi restituiva alla mia realtà.
Ugualmente, continuavo a indulgere nelle mie illusioni. Era possibile per un vampiro vivere accanto a dei mortali senza desiderare di bere il loro sangue, distruggere le loro vite? In fondo, tutti gli animali domestici sono stati, nella notte dei tempi, predatori.

Era una notte come tante. C’era la luna piena, forse, o soltanto un piccolo quarto affilato che si dondolava come una gondola sulla corrente del Tevere. Non ricordo. Ma l’aria, come sempre, era densa di odori e umidità. Tuttavia, appena imboccai la strada che portava alla casa di Bernardo, mi accorsi di qualcosa di diverso. Mi ero abituato a riconoscere la voce del vecchio attraverso l’impasto di brusii e rumori che ristagnava tra gli stretti muri insieme alla puzza di escrementi e rifiuti, potevo individuarla e separarla dalle altre con sicurezza nonostante la distanza e il clamore della città che si insinuava dovunque, sotto le arcate dei ponti come nei vicoli più stretti. Potevo capire, dal ritmo e il tono di quella voce, se il vecchio era tranquillo o turbato, oppure solamente stanco. Ma quella sera, un ritmo e un tono del tutto nuovi mi trattennero per un attimo, indeciso, all’inizio della strada. Non capivo le parole, ma l’accento era sarcastico, il colore velenoso. Bernardo non si sarebbe mai rivolto in quel modo a sua nipote: doveva esserci qualcun altro, con lui. Certamente.
Ascoltai con maggior concentrazione. Rumore di passi, pesanti stivali sul pavimento di pietra del laboratorio, un tintinnio distinto: chiunque si trovasse insieme al vecchio, era armato.
Affrettai il passo, muovendomi nel contempo con maggior leggerezza, e fui sotto una delle finestre. Una luce gialla e viva contornava gli scuri.
Mi appiattii contro il muro: vibrava per la tensione delle voci. Indubbiamente, una delle due apparteneva a Bernardo. La seconda mi era del tutto sconosciuta, alterata dall’ira in un irregolare saliscendi di bisbigli minacciosi ed esclamazioni.
“E siete ben testardo, vecchio! Ma prima o poi riuscirò a cavarvelo di bocca, il segreto di questo vostro color rosso!”
“E come contate di riuscirci? Con l’ausilio della vostra spada?”
“Mi avrete obbligato!”
“Dovreste vergognarvi, voi giovane e nel pieno del vigore, venir qui spavaldo e gradasso a bravare un vegliardo, e per giunta privo del bene della vista!”
Ma c’era un tono canzonatorio in quelle parole. Bernardo non aveva nessun timore del suo interlocutore, e lo sfidava. Potevo immaginarlo: a testa alta, l’arruffata aureola di capelli candidi, le pupille velate sulle quali la luce dei bracieri si rifletteva nella impressionante simulazione di uno sguardo.
“La prima volta che venni” L’altra voce si era abbassata in un sussurro che conteneva a malapena l’irritazione. “forse che non ve lo chiesi di grazia? E così la seconda, e la terza, ma voi mettereste a prova la pazienza di cento santi!”
“Signor mio, io lavoravo di smalto quando voi eravate fattore in Firenze, e ancor oggi non vi farei reggere il ceneracciolo nel mentre che faccio vento col mantice. Ne ho udite assai di voi e delle vostre imprese, avete già ucciso degli uomini e altri ne avete ingiuriati e feriti. Non siete che un ribaldo, e presto o tardi finirete col dare nella cavezza.”
“Ah, ne avete udite assai di me… Ma io ne ho udite altrettante di voi! Si dice che il vostro mestiere non fu sempre quello dell’orafo, o non soltanto, e che questo vostro bel rosso limpido e puro come il vino della Santa Messa ve lo ritrovaste nel crogiuolo per grazia di Dio, o piuttosto del demonio, mentre cercavate di far oro!”
La risata di Bernardo scrosciò improvvisa e vigorosa come un acquazzone estivo.
“In fede mia, non vi facevo tanto babbuasso da prestar orecchio a certe pappolate!”
“Babbuasso? Guardatevi dalla vostra lingua tagliente, vecchio, che non vi caschi sui piedi e abbiate a ritrovarvi muto e storpio oltreché orbo!”
La curiosità, in quel momento, era un’urgenza non dissimile dalla sete di sangue. Dovevo assolutamente vedere in volto l’uomo che altercava con Bernardo. Mi aggrappai al davanzale della finestra e mi tirai su, cercando di sbirciare attraverso le fessure degli scuri. A sinistra, accanto al cardine, il muro presentava una scheggiatura verticale, leggermente concava, come se qualcuno avesse cercato di ritagliar via una rozza mezzaluna. Ma la porzione di stanza inquadrata in quel casuale spioncino era vuota, e l’unica cosa che potevo distinguere di Bernardo e l’altro uomo erano le ombre che danzavano su muro.
“Datevi pace, ve ne verrà giovamento alla salute.” La voce di Bernardo vibrava ancora di una traccia d’ilarità, ma le parole erano misurate, severe. “All’arte non serve il consiglio del diavolo. Tutto ciò che potete ottenere è frutto della vostra testa e il vostro cuore.”
“Testa e cuore! Credete forse che non ne abbia?”
“L’una è piena di vento e l’altro di vanagloria.”
“Ah, dannato…”
Uno scroscio di rumori risonanti e disordinati, come se un mucchio di piccoli oggetti metallici fosse stato scagliato sul pavimento; quindi passi, imprecazioni soffocate. Una delle ombre ingigantì, si fece più scura, una figura ondeggiò per una frazione di secondo nell’angolo di stanza visibile dalla fessura: velluto nero di una cappa spavaldamente buttata sulla spalla, il luccichio di un’elsa di spada…
Stava andandosene. Saltai lestamente giù dal davanzale e raggiunsi la soglia nel preciso istante in cui la porta veniva aperta dall’interno. Ci trovammo faccia a faccia.
Viso bruno incorniciato da una corta barba, labbra contratte, occhi ardenti: un bell’esemplare di mortale.
“Che domin…” imprecò, e il suo sguardo passò dalla sorpresa all’astio in un batter di ciglia, mentre dall’interno la voce di Bernardo, beffarda, esclamava:
“Andate, andatevene con Dio, messer Benvenuto, ché qui non siete tale!”
Un lampo di ferocia negli occhi scuri. La mano destra del giovane mi calò sulla spalla per spingermi da parte, e il gesto fu vigoroso e pieno di slancio, ma ci sarebbe voluto ben altro per smuovermi.
Sottili increspature di sospetto si disegnarono a cornice di quello sguardo ardente.
“Hai messo radici o t’ha impietrito Medusa? Levati di torno, bestia, o non ti lascerò fiato per maledire la tua mala fortuna! ”
La sua mano si posò sull’elsa della spada. Non volevo dargli motivo di estrarla, così mi feci da parte quel tanto che bastava per lasciarlo passare. E lui uscì, in pochi impetuosi passi, frustandomi col bordo della pesante cappa di velluto e con il suo aspro odore di odio e ira trattenuta.
Lo seguii con la sguardo fino in fondo al vicolo, e con l’udito ben oltre. Una figura orgogliosamente eretta e fremente, la camminata piena di slancio e vigore. Smargiasso, ma pericoloso.
Entrai. La prima cosa che vidi fu il disordine di utensili sul pavimento; ma Bernardo sedeva tranquillo su uno sgabello accanto al piccolo forno di mattoni, e le sue rughe disegnavano il ritratto della compostezza.
“Ben arrivato, Manfred” disse.
Mi sorprendeva sempre il modo in cui mi riconosceva ancor prima che aprissi bocca per salutarlo.
“Chi era quello?” chiesi.
“Un giovane ribaldo che si pretende orafo, ma rischia di farsi un nome davanti al mondo più per le sue sbardellate braverie che per le sue opere. Nostro Signore lo ha dotato di gran talento, ma Satanasso, per buon peso, ci ha aggiunto altrettanta protervia e alterigia.”
Mi chinai a raccogliere gli strumenti sparsi sul pavimento, e chiesi: “Cosa voleva?”
Udii il fruscio dei suoi abiti mentre si stringeva nelle spalle. “È di quella razza marrana che indossa la cappa anche di giorno. Non vale l’incomodo di prestargli attenzione. ”
“No.” La voce sottile di Artemisia risonò alla sommità delle scale. “A me fa paura, sarebbe disposto alle azioni più indegne pur di ottenere ciò che tanto desidera.” La guardai scendere, i capelli lucenti e fini come la filigrana d’oro che un tempo Bernardo aveva lavorato con tanta perizia. “Vi prego, nonno, mettete messer Manfred a parte di quel che accade.”
Lui esitò un attimo. Aldilà delle pupille cieche, quell’attenzione che non poteva più tradursi in sguardo mi cercò, si focalizzò su di me con istinto di pipistrello. Per un istante mi sentii più che osservato: messo a nudo.
“E sia” acconsentì Bernardo, infine. “Ma che resti in te.”
Raggiunse lo scaffale sul quale teneva libri e pergamene, e scostò diversi volumi, quasi accarezzandoli in quel gesto. Era in essi, tra fragili pagine ancora miniate all’uso antico, che Bernardo conservava tutto il suo sapere, i suoi segreti di orafo.
La ricerca non gli richiese che pochi battiti di ciglia. Il vecchio sapeva esattamente dove cercare. Prese un cofanetto di cuoio che era rimasto nascosto dietro una fila di pesanti tomi e si voltò verso di me. “È questo che messer Benvenuto brama con tanto ardore” disse sollevando il coperchio del cofanetto.
Un chiarore rosso cupo, come l’ultima luce di un tramonto o delle braci in un camino, sembrò scaturire dall’interno foderato di panno nero. Certamente il bizzarro effetto del riflesso delle fiamme del braciere e delle candele, quella sera così vive, su qualche oggetto lucente. Intesi il sospiro di Artemisia alle mie spalle, tradiva trepidante aspettativa. E il vecchio si avvicinò reggendo con entrambe le mani quel cofanetto nel quale sembrava ardere un piccolo fuoco.
“Cagione di crucci è stato, e null’altro, anche se per un breve istante mi diede la gloria.”
Sostenendo il peso del cofano con il solo braccio sinistro, mise la mano destra all’interno.
Mi ero sbagliato. Non il sole al tramonto, ma all’aurora. Tutto ciò che di quel momento messaggero del giorno restava ai miei ricordi, i cirri sfilacciati di un cielo invernale, ardenti come trucioli di metallo incandescente, era racchiuso e sublimato nell’oggetto che splendeva nella mano di Bernardo: una coppa. Una coppa d’oro e cristallo rosso.
“Mostragli la magia, Artemisia.”
Lei prese la coppa e la posò sul bancone. Poi, per un minuto, s’affaccendò da un angolo all’altro dello stanzone, smorzando il fuoco nel braciere, spegnendo le candele… finché di queste non ne restò una sola, un breve mozzicone che tolse dal candeliere e andò a posare dentro la coppa, come se fosse un lume votivo.
Mi sfuggì un gemito, e le mie mani s’alzarono d’istinto a proteggere gli occhi. Ma non fu per l’intensità della luce, dopotutto non era che una fiamma di candela quella che ardeva all’interno della coppa di vetro rosso, bensì per la qualità di quella luce.
“E quello che vedi…” Il respiro di Bernardo sulla mia nuca “non è vetro, ma smalto.”
“Smalto?”
“Avvicinati e guarda.”
Mi avvicinai con cautela, come a un grande falò.
Un delicato intreccio di rose. Il filo d’oro che incorniciava e definiva ogni singolo petalo era così sottile da risultare quasi invisibile, e la fiamma risplendeva attraverso quei minuscoli tasselli di smalto purissimo come attraverso un cristallo, o una gemma. Tesi una mano, sfiorai con la punta di un dito il bordo della coppa. Non era neppure tiepido.
Mi volsi verso Bernardo. “È vero che…”
“Che mi dilettavo d’alchimia? Tutti coloro che vogliono bene attendere alla loro arte, quale essa sia, hanno da essere un poco alchimisti. Ma quando fabbricai il mirabile rosso che vedi non andavo davvero cercando oro. Quale valore avrebbe più, questo nobile metallo, se si potesse trarlo dal crogiuolo a propria volontà? L’avidità umana è tale che chiunque sarebbe spinto a farne in sì gran copia che presto esso diverrebbe comune quanto il carbone.”
“Ma da quanto mi è sembrato di capire, per messer Benvenuto il vostro rosso è prezioso quanto e forse anche più dell’oro.”
“Sacrosanta verità. Egli già fa parte della Famiglia di Castel Sant’Angelo e i suoi lavori sono apprezzati da nobiltà e clero; è ricevuto dal pontefice, di notte come di giorno, senza bisogno alcuno di far anticamera, ma questo ancora non sazia la sua smisurata ambizione. E sa che nulla gli darebbe più lustro che l’offrire a Sua Santità il segreto di un rosso tanto puro. Ciò che invece ignora, è che anch’egli potrebbe ottenerlo se soltanto sapesse applicarsi con pazienza e dedizione alla sua arte, se non fosse tanto pieno di sé e impaziente. Poiché, sia che tu cerchi di fabbricar smalti oppure oro, l’attenzione che devi porre alla tua opera è la stessa. Non paga l’aver fretta. Occorre cautela estrema, e pazienza, per portarla a compimento, e devi aver ben chiare le tappe attraverso le quali la materia raggiunge la purificazione, poiché esse sono gli elementi che compongono l’universo, sono le stagioni e i momenti del giorno e le età dell’uomo, dall’oscurità alla luce, e dalla luce di nuovo all’oscurità. Pochi sanno raggiungere il culmine, il compimento: l’Opera al Rosso. I più non sapranno mai strapparsi all’oscurità, al limo marcescente della “nigredo”.”
Dall’opalescenza della cecità, il suo sguardo latteo trasudava saggezza; e, mi parve, rimprovero.
“I più non sapranno mai strapparsi all’oscurità”.
La mia esistenza era nigredo. E soltanto attraverso il sangue io potevo compiere la mia Opera al Rosso.

Sapevo che c’era una guerra in corso. Quando mai non ce n’era stata una? E quali fossero i contendenti o i motivi della disputa non avrebbe potuto importarmi di meno. I campi di battaglia erano per me soltanto terra da pascolo, come le città e i villaggi e ogni qualunque altro luogo dove scorresse sangue umano; e a Roma per ora mi trovavo bene. Era una città affatto diversa, allora. Molte delle piazze e strade che conosciamo oggi, ancora non esistevano o seguivano un tracciato diverso, e i luoghi che adesso vengono definiti “di interesse storico-archeologico” e siamo abituati a vedere incorniciati da transenne e cartelli turistici, in mezzo al traffico eppure totalmente separati dalla realtà quotidiana, allora facevano parte del tessuto urbano, come vecchi rami di un albero, morti ma ancora frequentati da passeri e formiche. E tra passeri e formiche io mi aggiravo con l’indifferenza di un gatto. Quel che accadeva alla città e ai suoi abitanti mi toccava soltanto marginalmente.

Credetti che i miei sensi mi avessero ingannato, quando quella sera mi svegliai. L’oscurità non era ancora scesa, e il tramonto ardeva il cielo.
Ma non era il cielo ad ardere. Era la città. E nessun Nerone cantava il rogo.
Compresi subito che, infine, era accaduto quanto da tempo si sussurrava per le strade e nelle taverne, e tutti i peggiori timori dei cittadini si erano concretati nello spazio di poche ore. L’esercito degli Imperiali si era aperto una breccia nelle mura dalla parte di Trastevere e adesso imperversava uccidendo e saccheggiando, mentre l’artiglieria papalina tuonava da Castel Sant’Angelo.
Si annunciava una notte piena di chiarore e di morte. Piena di prede facili.
Artemisia. Bernardo.
Anche loro sarebbero stati prede facili per qualcuno. La soldataglia che aveva messo a ferro e fuoco la città non avrebbe certo avuto rispetto di un anziano cieco, né tantomeno di una fanciulla così giovane e bella. Tutt’altro. Prede facili. No! Loro erano miei. Miei.
Forse, mi dissi, si erano già messi in salvo; fuggiti alle prime avvisaglie di pericolo.
Dovevo accertarmene.
Si combatteva in ogni strada, ogni vicolo e cortile; ma io potevo correre così velocemente che né proiettili d’artiglieria, né lame né schegge potevano cogliermi. E dunque corsi nella notte, luminosa per i numerosi incendi che divampavano dovunque; corsi tra lo strepito della battaglia, dolorosamente assordante per il mio udito; corsi, e il mio cuore di vampiro, che i mortali credono freddo e immoto, mi palpitava nella gola con una violenza del tutto nuova, togliendomi il respiro. Avevo paura. Per loro.

Bernardo giaceva prono sul pavimento del laboratorio, tra i banconi rovesciati. Prima ancora di avvicinarmi e scorgere il suo cranio spaccato come una melagrana matura, l’odore del sangue, terribilmente intenso, mi aveva parlato di morte.
Ma lei dov’era?
La trovai nella sua stanza, rincantucciata in un angolo tra il letto disfatto e la finestra. Indossava soltanto una gamurra di lino leggera e trasparente come un raggio di luna.
Non si muoveva. Gli occhi, sbarrati, mi fissavano, ma con una vacuità da cadavere.
Mossi un passo verso di lei, e l’odore mi colpì in pieno, diffondendomisi nelle viscere come un caldo languore. Sangue! Riempiva la stanza con il suo aroma sciropposo. Il sangue di Artemisia. Risplendeva sul candore della pelle, sulle mani e l’interno delle cosce.
L’avevano violentata e torturata con i loro coltelli. Torturata a morte.
Caddi in ginocchio davanti a lei, con la stessa stuporosa devozione di un pellegrino dinnanzi a una santa reliquia, tesi le mani, afferrai le sue. Fragili, gelate. Volevo stringerle, accarezzarle, pulirle da tutto quel sangue. Me le portai al viso. Miele, sale, rose; e non c’erano spine, no, celate tra l’infinita morbidezza.
Lambii le dita inerti, il palmo soffice.
L’estasi ben nota, ma più intensa, devastante… Perché quella creatura di cui stavo gustando il sangue, io l’amavo con lo stesso trasporto con cui amano gli esseri umani, ne ero sicuro, con gli stessi palpiti dei cuori mortali. Non era soltanto l’amore che portavo per le prede che mi fornivano il nutrimento quotidiano, no. Il sentimento che nel corso delle settimane precedenti si era alimentato al tepore delle sue mani e il suo respiro, era ben di più, era il fuoco e il languore descritti ed esaltati nelle strofe galanti dei musici e i poeti, e in esso ogni volontà si annullava.
“Fuggite, amanti, Amor, fuggite ‘l foco! / L’incendio è aspro e la piaga è mortale; / Ch’oltr’a l’impeto primo più non vale / Né forza, né ragion, né mutar loco.”*
Ma come sono approssimative e goffe le parole con cui descriviamo i nostri sentimenti e le nostre sensazioni!
In quella perfezione che tutto comprendeva e tutto annullava in sé, ero una sola cosa con il sapore del suo sangue. Una sola cosa con lei.
I miei denti cercarono le vene sotto la carne tenera… Un fiotto caldo mi inondò la bocca, ardente e dolce come vino speziato.
Il cuore mi risonava come un tamburo di guerra nei polsi, nelle tempie… Poi, intesi quell’altro suono. Debolissimo, lontano… pioggia primaverile sull’erba… Il suo cuore. Era ancora viva!
Viva. Ma stava rapidamente scivolando aldilà di quella soglia dalla quale non c’è ritorno. Nessun cerusico sarebbe giunto in tempo per salvarla. Nessun mortale sarebbe stato in grado di distinguere quella pallida fiammella di vita che ancora palpitava, debolissima, in lei. Solo io. E io solo potevo ancora fare qualcosa per lei. Dispensare l’elisir salvifico.
Non avevo mai creato un altro vampiro, ma sapevo come agire.
Un timore istintivo irrancidì per un attimo il dolcissimo sapore che mi colmava la bocca. Avevo spesso sperimentato quanto le leggende che riguardavano quelli della mia razza fossero imprecise e menzognere. Bene, quale migliore occasione per verificare se mentivano anche su quello? Se non tentavo, Artemisia, la mia piccola dolce fragrante Artemisia, sarebbe sicuramente morta.
Mi portai il polso sinistro alle labbra: sotto la pelle, le vene spiccavano come tratti d’inchiostro. E mi accorsi che non riuscivo a lacerarle. I forellini che avevo prodotto con i denti lasciarono sgorgare appena due minuscole goccioline, scure e lucenti come granati, e già iniziavano a richiudersi mentre li guardavo. Artemisia non avrebbe avuto la forza di succhiare. Allora sfoderai il pugnale che portavo alla cintura e con l’ausilio di esso mi aprii le vene. Il sangue eruppe con uno zampillo, schizzando sul velluto della mia giacca e sui lini laceri che velavano i seni della fanciulla.
“Bevi, mia diletta!” bisbigliai accostandole il polso alle labbra. “È vita eterna. Bevi!”
“Domineiddio!”
L’esclamazione mi esplose alle spalle come un colpo di spingarda, facendomi vacillare per un attimo, e il sangue, invece di scorrere sulle labbra della mia amata a ridestarla, si sparse sul suo grembo.
“Che è accaduto qui? Che avete fatto?”
Volsi il capo. Nella cornice della porta, la figura immobile contro lo sfondo scuro delle scale sembrava soltanto un ritratto a grandezza naturale, sfocata e appiattita nella nebbia rossastra che mi offuscava lo sguardo. Poi, come per stregoneria, il ritratto prese vita, la figura si staccò dallo sfondo e venne verso di me.
“Per tutti i dèmoni dell’inferno, che avete fatto?”
Battei freneticamente le palpebre e la nebbia rossa si diradò. Prima che il volto, riconobbi il chiavacuore d’argento sulla cappa.
“Messer Benvenuto?”
Smarrito nell’estasi del sangue non lo avevo sentito entrare in casa, camminare attraverso la rovina del laboratorio e salire le scale. E adesso eccolo lì, a pochi passi da me, la mano sull’elsa della spada e il viso distorto dal furore.
Non doveva avvicinarsi, non doveva toccarla prima che avessi portato a termine la mia opera. Tesi le mani per tenerlo a distanza. Erano imbrattate di sangue, e la destra stringeva ancora il pugnale.
“Ah, miserabile! L’hai uccisa!”
“No… No!”
Ma chi mai avrebbe potuto credermi in mezzo a tutto quel sangue, e con quel pugnale… Quale migliore evidenza di colpevolezza?
Quasi non lo vidi snudare la spada. Alla luce della luna fu un lampo, un fulmine d’argento nella mano di un dio furioso.
“A te, infame assassino! Muori!”
La lama mi colpì in pieno petto. La sentii penetrare tra le costole, proprio sotto il cuore, trapassarmi da parte a parte, la punta d’acciaio raschiò il muro alle mie spalle. Il dolore fu così violento che i miei sensi rifiutarono di registrarlo. Ci fu soltanto un istante di oscurità totale. E quando risalii a galla da questa densa oscurità, come dal fondo di uno stagno di bitume, Benvenuto non era più nella stanza.
Stavo semidisteso con la schiena contro il muro, poco lontano dal corpo inerte di Artemisia. Tepore appiccicoso contro la pelle, sotto il lino e il velluto. Non riuscivo a respirare, l’aria mi ribolliva in gola e nei polmoni con un gorgoglio denso e umido. Avevo la bocca piena di sangue, non potevo inghiottirlo, e compresi che era il mio. Mi saliva su dalle viscere a ogni sforzo che compivo per respirare. Il dolore mi scavava una voragine nel petto.
Al momento non riuscii a pensare ad altro; soltanto che ero ferito, gravemente ferito. Una ferita mortale per qualsiasi essere umano. Forse anche per me. Ricordai leggende di paletti nel cuore. La spada di Benvenuto era penetrata in me come uno schidione in un maialino da arrostire.
Un nodo di nausea strozzò la mia risata sarcastica sul nascere. Sputai una boccata di sangue, poi restai immobile, cercando di concentrarmi sulla respirazione e forzare i polmoni a un ritmo regolare. Ma a ogni respiro era come se la lama della spada tornasse ad affondare nel mio corpo.
La luce della luna disegnava nell’aria argentei anelli pulsanti. Stavo per perdere i sensi, e non volevo. Dovevo soltanto cercare di restarmene tranquillo, attendere che le ferite si richiudessero. Non sapevo quanto ci sarebbe voluto, ma non sarei morto. Impossibile.
A occhi chiusi, ascoltai il dolore farsi meno rovente, il respiro più limpido e libero. Sì, non sarei morto. Presto sarei stato in grado di reggermi in piedi, uscire da quella casa…
Il ricordo mi travolse in un’ondata di panico. Artemisia!
Pavido ed egoista, mi ero lasciato coinvolgere interamente nella mia sofferenza fisica e mi ero scordato di lei. Lei che giaceva a pochi passi da me, inerte e pallida… orribilmente pallida.
Strisciai verso di lei, lasciandomi dietro un’umida scia rossa. Il sangue continuava a scorrere dal taglio al polso e lo squarcio nel petto, ma già avvertivo il familiare pizzicore che indicava che i tessuti danneggiati cominciavano a ricostituirsi; l’oscura magia ancora una volta operava in me.
“Artemisia…” la chiamai in un sussurro. Ma non la toccai, non la presi tra le braccia, non l’accarezzai anche se il desiderio di farlo era un dolore più forte di quello che mi straziava il petto. Le mie carezze non potevano più esserle di conforto, e non avevo bisogno di toccarla per capire che il soffice palpito che tante volte mi ero deliziato ad ascoltare attraverso la carne bianca e i lini, taceva per sempre.

Quando lasciai la casa di Bernardo, le ferite si erano richiuse. Sul polso restava soltanto un’umida linea rosso scuro, e il sangue che mi macchiava gli abiti era ormai freddo e aveva assunto un color ruggine.
Avevo cercato a lungo, tra gli scaffali, i libri che contenevano i preziosi segreti del vecchio orafo. Erano scomparsi. Li aveva rubati lui, di certo. Benvenuto!
Dovevo cercarlo, ucciderlo… Artemisia era morta per colpa sua. Era stato lui, con il suo insensato intervento, a impedirmi di portare a termine la grande alchimia, l’Opera al Rosso. E ciò che restava ora alla mia dolce mortale era soltanto l’orrore della nigredo, la putrefazione che presto avrebbe devastato le carni di latte e miele.
L’avevo adagiata sul letto, e nello stesso modo avevo ricomposto il corpo di Bernardo. Di meglio non potevo fare.
La notte ardeva. E io volevo messer Benvenuto, volevo il suo sangue. L’avrei bevuto dalla sua gola prima dell’alba.
Ma non sapevo dove cercarlo. Inghiottito dalla notte, forse già digerito nelle viscere ardenti della città. E io mi sentivo così debole, come dopo settimane di digiuno… Avevo perso troppo sangue. Dovevo trovarmi al più presto una vittima arrendevole e un posto tranquillo, una catacomba o un sepolcro abbandonato, dove recuperare le forze in tutta tranquillità. E potevo trovarlo soltanto fuori dalla città, nell’immobile campagna romana.
“Tornerò, Benvenuto. Tornerò, e completerò la mia Opera al Rosso col tuo sangue…”
Promesse da vampiro.
Due notti più tardi, recuperate completamente le forze, un intenso profumo di sangue giovane mi attrasse nella scia di un gruppo di soldati sbandati, e brindando dalle loro vene assopii il dolore per la morte di Artemisia.
Questo è il miracolo del sangue: un oblio più potente di quello che possono dare tutte le droghe con cui i mortali si istupidiscono.
Così, non rividi mai più messer Benvenuto.
Ma in una mattina di un secolo seguente, mi ritrovai a Firenze, sotto la Loggia dei Lanzi, ad ammirare l’opera più riuscita di quel geniale scellerato: il Perseo.
L’eroe di bronzo incombeva su di me dall’alto del suo piedistallo ornato, la spada saldamente impugnata nella mano destra – potevo immaginare il sangue su quella lama! – il braccio sinistro teso verso l’alto, a mostrare il capo reciso dell’orrida nemica. Un autentico capolavoro, dovetti ammetterlo.
E non mi stupii di riconoscermi nel volto di Medusa.

* Michelangelo Buonarroti.
Il segreto dello smalto rosso si trova nei trattati di Benvenuto Cellini.

Gloria Barberi 2L’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di sei mesi abita a Recco, poco più di tre chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali Millemondi Urania, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci.
Autrice di due antologie personali e di diversi romanzi, alcuni editi in forma ridotta su riviste amatoriali. Nel 1987 nasce una collaborazione alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice ma anche di autrice. La pièce Il palazzo della Notte ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Ulteriori notizie sono reperibili qua e là in rete.

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