È disponibile su tutti gli stores digitali il nuovo singolo del collettivo musicale The Things We Hide, dal titolo Lost above the clouds, solo apparentemente un inno alla liberazione dalle catene e alla sana affermazione personale, è in realtà il monologo – senza speranza di ravvedimento – di un pericoloso narcisista, sotto mentite spoglie.

Scritto e arrangiato da Jacopo La Posta (voce, tastiere) e Marco Germani (chitarra acustica ed elettrica), il brano si avvale della collaborazione di vecchi e nuovi membri del collettivo The Things We Hide: Sofia Bonardi (cori), Anna Campisi (cori e seconda voce), Ivano Bonizzoni (basso), Cristiano Sacchi (mixaggio) e il nuovo entrato Riccardo Marino (batteria).

L’artwork è stato realizzato da Elisa Collimedaglia.

Link Spotify: https://open.spotify.com/intl-it/album/52CSokE6IXQNQatS7Ev7P7

Abbiamo intervistato il collettivo musicale…

Come nasce il progetto The Things We Hide?

Il collettivo The Things We Hide vuole suggellare la lunga collaborazione musicale – e al contempo la lunga amicizia – fra Marco Germani e Jacopo La Posta, oltre ad accogliere sia giovani talenti sia musicisti d’esperienza. Nato come un trio electro-pop, il gruppo si è via via espanso fino a includere sei membri fissi (a cui, da brano a brano, se ne aggiungono altri). Dietro alla band c’è un concept preciso, ossia quello delle relazioni disfunzionali e sbagliate – e del modo in cui queste ci influenzano irrimediabilmente sul lungo periodo.

Quale artista o band possiamo dire che ha influenzato la vostra musica?

Innumerevoli influenze, sia comuni a tutti sia diverse per ognuno: da Steven Wilson (sia solista che con i suoi Porcupine Tree) ai Nine Inch Nails, dai Massive Attack ai Katatonia, dagli Extreme agli Sleep Token. Ma non solo: Anna ama Céline Dion e il pop ultramoderno, Sofia e Riccardo sono legati al metal, Ivano viene dal jazz.

Siamo al nuovo singolo “Lost above the clouds”: nasce da esperienze personali?

In realtà no; l’ideale “narratore” del brano è un personaggio senza volto, un megalomane con uno smisurato senso di superiorità rispetto al resto del mondo. Diversamente da altre volte, con Lost above the clouds ci siamo divertiti a raccontare una storia non nostra – o almeno non necessariamente nostra.

Rispetto ai singoli pubblicati finora c’è qualche differenza o stile?

L’approccio alla composizione e alla registrazione è stato molto più “nature” e “da band” vecchia scuola. Rispetto ai brani precedenti, marcatamente più elettronici, qui la componente sintetica è quasi assente e gli strumenti sono pressoché tutti reali. Questo contribuisce a creare un sound più caldo, più ruvido, che avvolge l’ascoltatore in una sorta di drappo; c’è chi sente nella canzone un’influenza anni ’80, involontaria ma forse vera, benché inconscia: ad ogni modo, non può che farci piacere.

Cosa volete trasmettere ai vostri ascoltatori?

Come sempre, per noi è importante spingere il pubblico all’ascolto attento a trecentosessanta gradi – dunque non solo della musica e del suono, ma anche del testo. Malgrado la specificità dei contenuti del testo, descritti sopra, è confortante pensare che ognuno riesca a leggerci ciò che vuole – e sì, forse anche a farsi ingannare da un primo livello di significato, quello apparente.

Prima nascono i testi e poi le musiche o dipende dai brani?

Dipende, il percorso non è mai uguale: certe volte, nascono addirittura prima i titoli.

Siamo ai saluti, grazie ancora per essere stati con noi. Quali sono i vostri progetti per il prossimo futuro?

Sicuramente continuare a pubblicare musica che sentiamo autenticamente nostra, rimanendo aperti a nuove opportunità sia live che sui media digitali.

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