Necromundus di Simonetta Santamaria&Giuseppe Cozzolino

Necromundus di Giuseppe Cozzolino e Simonetta SantamariaRoma, Anno Domini 33 – 9 di maggio, sabato…

Le Lemurie. Feste create dai vivi per tenere lontano dalle loro case i Lemures, anime inquiete dei morti.
A mezzanotte ogni pater familias si lavava le mani tre volte in acqua di fonte e si aggirava a piedi scalzi per la casa facendo schioccare le dita e mettendo in bocca fave nere che poi gettava dietro di sé, ripetendo una formula di scongiuro. Dunque si premurava di far indossare ai suoi figli la bulla, un amuleto che li avrebbe protetti.
Ma quell’anno i Lemures non si fermarono a contare le spine di rosa sulle porte né a raccogliere le fave nere; non ci fu bulla che protesse bambino. Ovunque in tutto l’Impero, dall’Egitto alla Gallia, dall’Asia Minore alla Grecia, fino a Roma, i morti quell’anno uscirono dai loro sepolcri e camminarono ed entrarono nelle case protette. Entrarono e si cibarono.
Dei vivi.

I
Ora le lucerne erano finite nella polvere, le ghirlande di rose strappate dalle porte e dilaniate con rabbia, nel groviglio degli steli spinosi brandelli di carne putrida rimandavano al Sole bagliori carmini.
La villa sulla Cassia sembrava aver perso quel senso di immoto, di sicuro che le era proprio. Per Giulia Claudiana era sempre stata una fortezza, un rifugio, il suo regno. E da regina aveva governato in casa sua, fiera e forte, con un marito troppo spesso lontano a combattere in nome di Roma.
Era per quello che l’orrore era entrato in casa loro? Era perché Lucio non era arrivato in tempo per officiare il rito delle Lemurie? E dov’era ora che c’era tanto bisogno di lui, ora che tutto intorno era sangue, e fetore, e morte…
Giulia strinse ancora più a sé i bambini spaventati e una lacrima rotolò giù per la guancia. Fuori dal lararium, fuori da quel cubicolo segreto fatto scavare da Lucio sotto la nicchia dov’era riposto il sigillum di suo padre… rumori e grida inumane. Ma poi si disse che no, lei non poteva lasciare che quei mostri che una volta era stati i suoi fidi servitori divorassero lei e i suoi figli. Dov’era Moloua, non sentiva più la sua voce…
In quel momento la pietra che chiudeva il piccolo rifugio si mosse e comparve un uomo la cui pelle nera era imbrattata di sangue. La donna cacciò un urlo, i bambini si rifugiarono ancora di più in quell’unico porto sicuro che erano le braccia della loro madre.
«Padrona, sono io, tranquilla.»
«Oh, Moloua, ringrazio gli dei che ti hanno protetto… Com’è la situazione?»
«Difficile, padrona. Loro sono dappertutto. Nessuno di questa casa si è salvato, tranne noi. Restare qui è un pericolo, fiuteranno le nostre carni.»
La donna alzò le mani al cielo. «Che facciamo, Moloua? Siamo bloccati: le campagne qui intorno saranno piene di loro, e i cavalli…»
«Hanno divorato anche quelli, padrona.»
Il figlio dodicenne, ebbe un sussulto. «Curio? Hanno fatto male al mio Curio?»
«Non dartene pena, giovane Massimiano» gli disse Moloua sfiorandogli i capelli scuri, «dov’è ora, sta molto meglio che qui, credimi.»
Il ragazzino si batté i pugni sulla testa. «Maledetti! Maledetti! Maledetti Lemures!» ringhiò tra i denti.
«Quelli là fuori non sono Lemures» disse ancora lo schiavo accosciandosi di fronte a lui, «non sono spiriti senza corpo, anime empie in cerca di riscatto. Questi hanno corpo ma non più anima, sono esseri sbagliati, morti che gli dei degli inferi hanno risvegliato dal sonno. Ritornanti.»
«Se solo nostro padre fosse qui… Ma perché non arriva? Perché stanotte non ha officiato come sempre il rito delle Lemurie?»
Lucilla, la sorellina, si mise a piangere; la madre cercò di soffocarne il pianto tra i suoi seni.
«Il tuo gladio?»
«Nel corpo di Drusio, padrona. Ho dovuto farlo, lui mi ha preso alle spalle e per poco… L’ho infilzato sul tavolo del triclinium; sono riuscito a bloccarlo ma ci ho rimesso la spada.»
«Dovevi tagliargli la testa» mormorò Massimiano, «come hai fatto con Vecchio: lui è morto, mentre gli altri…»
«E le armi di Lucio? Potremmo raggiungere la stanza delle armi…»
«Ci ho pensato, padrona, ma non sarà facile, da qui. Siamo dall’altra parte della villa.»
Da fuori arrivarono delle grida strazianti e un rumore flaccido di carne strappata. Giulia si passò per un attimo le mani tra i capelli. Per lei, per i suoi figli… Ripensò alle parole di Massimiano. Dovevi tagliargli la testa, come hai fatto con Vecchio.
«Niente è facile, in questa vita» disse poi.

II
Giulia aveva dato ordine di preparare la villa sulla Cassia per il rito delle Lemurie attraverso un messo imperiale. Essere la famiglia di Lucio Quinto Vittore, uno dei più stimati Legatus Legionis di Tiberio, aveva i suoi vantaggi. Lei e i bambini sarebbero arrivati la mattina del 9 maggio e lì, tra il fresco degli alberi, avrebbero trascorso tutta l’estate mentre Lucio li avrebbe raggiunti in serata; non aveva mai mancato di essere a casa per le Lemurie e non lo avrebbe fatto di certo ora che l’Impero era in subbuglio per certi strani fenomeni che si diceva si stessero accadendo in alcuni territori.
Accompagnati dal fedele schiavo numida Moloua avevano percorso la Cassia fino alla villa dove avrebbero trovato ad attenderli la servitù al completo.
Cosa che non accadde.
La villa pareva deserta. C’erano già le lanterne sotto il patio pronte per essere accese e su porte e finestre le donne avevano appeso le ghirlande di rose. Ma nessuno ad attenderli, tranne un innaturale silenzio.
Giulia non lasciò che i bambini si lanciassero a perdifiato per il giardino ma li tenne stretti a sé, nonostante le proteste. Un rapido sguardo a Moloua e a come la mano massaggiava l’impugnatura del gladio bastò per capire che anche lui percepiva qualcosa di strano.
«Entro prima io, padrona.»
«No, veniamo con te. Non voglio restare sola qui fuori.»
«Come desideri. Ma stammi dietro.»
Così, con i bambini attaccati alle gambe della madre, i tre si avviarono guardinghi verso l’interno.
Subito furono assaliti dall’odore acre del sangue; il bel pavimento in mosaico dell’atrium ora mostrava delle minacciose strie purpuree che andavano verso l’impluvium. Moloua sfoderò il gladio.
Avanzarono. Tanfo di putrido. Ronzio di mosche a banchetto. Sempre più forte. Avanzarono. Brividi. Avanzarono. Orrore.
L’acqua dentro l’impluvium era una melma semi coagulata di sangue e resti umani. Un cadavere gonfio di gas della decomposizione galleggiava supino. Una donna, bruna, a giudicare dai pochi capelli che ancora le restavano; sul povero corpo evidenti segni di morsi, lacerazioni, come se fosse stata sbranata da una belva feroce, ma forse più ancora. Dal collo la carne era stata strappata via fino a mettere a nudo l’esofago e parte della clavicola. Mancava un braccio e un’intera gamba; un piede, con ciò che restava di un calzare, giaceva sul bordo opposto della vasca. Dal ventre squarciato erano scivolate via le viscere che ora penzolavano bluastre e raggrinzite.
Giulia tentò di coprire gli occhi dei bambini ma il giovane Massimiano scacciò la mano.
«Sono i nemici di papà?» chiese il ragazzo.
«Non lo so, figlio, non lo so proprio.»
«No, questa non è opera di soldati» disse Molua. «I soldati feriscono, tagliano, infilzano ma non riducono i nemici in questo modo, questi…»
Il ragionamento del numida venne interrotto da un terrificante suono gutturale proveniente dalle loro spalle. Moloua riconobbe uno dei guardiani della villa, gli stava andando incontro con passo claudicante, lercio di sangue, la testa abbandonata su una spalla, il volto sfigurato da un orribile lacerazione alla guancia che lasciava scoperta parte dei denti disegnandogli un malefico ghigno.
«Vecchio, sei tu…» mormorò il numida andandogli incontro, pur senza rinfoderare la spada; c’era qualcosa nell’aria, qualcosa che non gli piaceva, che urlava pericolo, morte…
Giulia rimase impietrita accanto all’impluvium, stringendo ancor di più i figli alle sue gambe e lottando contro i conati di vomito che si facevano via via più incalzanti.
Il guardiano ferito prese ad artigliare l’aria con gesti scomposti, continuando a emettere versi sinistri.
Solo quando il numida gli fu abbastanza vicino si accorse che gli occhi non avevano una luce normale. Erano rossi, come tutto il resto addosso a lui; niente più sclera solo un’enorme, orrenda macchia rossa di sangue denso che gli colava giù per il viso. Tra i denti, brandelli di carne e stoffa pendevano come macabri festoni.
Moloua si arrestò. Il guardiano, già troppo vicino, con un’artigliata gli strappò un lembo di carne dalla spalla, poi sollevò entrambe le braccia tremanti e tentò di afferrarlo ma il numida schivò
l’attacco scivolando di lato, afferrò il gladio con due mani, fece un mezzo giro sui se stesso e con un colpo deciso tagliò la testa dell’uomo facendola schizzare lontano, oltre l’atrio. Giulia e i bambini urlarono. Il corpo mutilato fece ancora un paio di passi incerti, poi stramazzò al suolo, continuò a sussultare per un tempo infinito e infine si arrese alla morte.
«Molua!» gridò Giulia. «Ma che cos’era…»
«Mostri» fece il numida passandosi una mano sulla spalla sanguinante. «Dobbiamo andarcene, padrona. Cerchiamo di uscire dalla villa.»
Ma all’improvviso la luce proveniente dall’atrium si oscurò e una compagine di quella che una volta era stata la servitù della villa, esseri non più umani che si trascinavano malamente sulle gambe, alcuni che le gambe non le avevano e strisciavano come serpenti facendo leva sulle braccia, entrò per dargli quel benvenuto che all’arrivo non avevano avuto. Alcuni di loro stavano facendo a pezzi le ghirlande di rosa stracciandosi le carni con le spine.
«Scappate!» gridò Moloua a Giulia e ai ragazzi. «Correte al lararium!»

III
Sgusciarono fuori dal rifugio nel lararium e posizionarono bene la pietra davanti all’entrata; per i bambini quella pietra sarebbe stata l’unica protezione contro i Ritornanti. Giulia li aveva lasciati abbracciati l’un l’altro, con la promessa che presto sarebbe tornata per portarli via. Gli aveva raccomandato di non parlare né piangere affinché loro non li sentissero. I bambini avevano annuito, gli occhi grandi e lucidi spalancati sull’orrore che stavano vivendo e che non gli apparteneva; erano così piccoli… Poi Moloua le aveva chiesto di voltarsi e aveva urinato tutt’intorno alla pietra.
«L’odore aspro li terrà lontani, non sentiranno quello della carne…»
Moloua, il fedele schiavo numida. Se non avesse avuto lui al suo fianco probabilmente sarebbero già morti, pensò Giulia. Ah, Sacri Dei, se solo tornasse Lucio…
Al momento erano pericolosamente indifesi. Senza armi, a mani nude, non avrebbero avuto nessuna speranza di sopravvivere. Per prima cosa dovevano tornare al triclinium a riprendere il gladio di Moloua ancora conficcato nel corpo di Drusio, poi avrebbero raggiunto la stanza delle armi di Lucio e infine…
Col cuore impazzito attraversarono il lungo corridoio che costeggiava la piscina; l’acqua era pulita e invitante, e rifletteva i bagliori del sole come quando tutto era normale, quando la vita era benessere e sorrisi e amore, e prevedeva un roseo futuro, non un funesto epilogo.
Sulla soglia del triclinium Giulia si paralizzò, le delicate ginocchia cedettero e un prepotente fiotto di vomito raggiunse i calzari di Moloua già imbrattati di sangue; il numida parve non farci caso e avanzò verso il tavolo centrale dove il corpo infilzato di Drusio si agitava ancora. Quello che lo schiavo non aveva riferito alla sua padrona era che, per evitare che il Ritornante si sfilasse il gladio da corpo, gli aveva mozzato entrambe le braccia che ora giacevano sul pavimento inerti e livide in un lago di sangue. Nonostante tutto l’uomo ancora scalciava con vigore e ringhiava. Il numida girò dalla parte della testa e il mostro tentò di inarcare il busto per continuare a seguire con lo sguardo il suo nemico.
«Devi tagliargli la testa» disse Giulia, ancora sulla soglia, con tono greve di condanna. «Ha ragione Massimiano, fai come hai fatto con Vecchio.»
Il numida inspirò a fondo e chiuse gli occhi, poi, con uno strappo deciso, sfilò il gladio. Il Ritornante non ebbe il tempo neppure di gettarsi giù dal tavolo che la spada di nuovo ricadde con violenza e gli staccò la testa di netto. Niente più sangue, in quel corpo già morto che restò su quel legno che aveva visto luculliani banchetti festosi, a gambe larghe, finalmente immobile.
«È così che dovremo ucciderli, non c’è altro modo.»
«Il tuo ora è il cuore di una guerriera, non di una donna di Roma» commentò Moloua accennando un sorriso.
Giulia pensò alla nausea di poco prima e se ne vergognò. «Ogni cittadina di Roma può diventare una guerriera, quando occorre. Ora corriamo alla stanza delle armi, ne serve una anche a me.» Costeggiarono l’altro lato della piscina e attraversarono il tablinum. In quell’ala della villa i versi animaleschi dei Ritornanti rimbombarono con più forza. In uno degli ambienti laterali un
Ritornante si stava cibando del corpo di una serva; l’odore di carne fresca lo distolse dal suo pasto, sollevò la testa che ancora aveva in bocca un brano sanguinolento, gli occhi un’unica macchia purpurea, e, berciando qualcosa di incomprensibile, si scagliò su di loro. Anche Moloua gridò, un grido di rabbia e di vendetta, si abbassò per evitare il contatto e col gladio gli tranciò le gambe. Il mostro si abbatté sui monconi, quel tanto che permise al numida di finirlo. La testa rotolò e colpì la donna che prima era stata il suo pasto; a quel tocco lei spalancò gli occhi come chi si sveglia di soprassalto da un brutto incubo e ci si avventò sopra, famelica.
I morti non dovrebbero riaprire gli occhi. Non più…, pensò Moloua osservando la scena raccapricciante. Se gli dei permettevano un simile abominio, voleva dire punizione, vendetta. Non che gli dispiacesse granché: in fondo anche lui era stato vittima della furia dell’esercito romano, catturato, picchiato, portato via dalla sua terra e dai suoi cari e fatto schiavo. Solo che lui era stato più fortunato di altri, i suoi padroni erano gentili e lo trattavano da essere umano, non da bestia, e ora lui doveva dimostrare tutta la propria riconoscenza proteggendo quella donna e i bambini a costo della stessa vita…
Il numida si riscosse dai suoi pensieri quando un’ombra interruppe l’immobilità del luogo e del tempo.
«Padrona, attenta!» gridò.
La donna non fece in tempo ad accorgersene, che uno di loro era già alle sue spalle. Non era rimasto quasi più nulla del volto, tranne un occhio malconcio e parte della bocca. Al posto del braccio destro un moncherino che mostrava lo spuntone biancastro dell’osso. Con quell’osso scheggiato il Ritornante le infilzò la spalla e poi la strattonò verso di sé. Giulia urlò per il dolore e la disperazione; nei suoi occhi, puntati verso il suo schiavo, ancora la forza per una preghiera.
Uccidimi. Quando questo mostro avrà finito tagliami la testa ma non lasciare ch’io mi rialzi… Ma Moloua non le diede il tempo di completarla. Con un potente colpo secco, sferrato dall’alto in basso, tagliò il corpo del Ritornante in due parti che si separarono col rumore ligneo di un ceppo d’albero che si crepa, lasciando fuoriuscire tutto ciò che un corpo umano può contenere. Le due metà continuarono a muoversi perciò completò il da farsi e staccò quel che rimaneva della testa. Solo allora quell’essere si arrese alla morte.
Non ebbe il tempo di dedicare attenzione alla padrona perché altri Ritornanti stavano arrivando. La prese e la trascinò via, di nuovo verso l’atrium.
«Moloua, le armi…»
«Inutile, mia padrona. Con la spalla ridotta in quel modo non riusciresti a sollevare neppure un pugnale. Non ci resta che fuggire per la campagna e andare a cercare aiuto.»
«Ma, i bambini?»
«Non li troveranno, stai tranquilla, e noi torneremo presto a riprenderli. Non lontano da qui, sulla Cassia, c’è un avamposto di soldati dell’imperatore: cercheremo di raggiungerli.»
In quel momento udirono le ruote di una carrozza sul selciato e delle voci.
«Giulia? Giulia, siamo arrivati! Ma cos’è questa confusione…»
Giulia spalancò gli occhi per l’orrore. «È Flavia, è mia sorella!» sussurrò disperata e poi «SCAPPA! ANDATE VIA, SUBITO!» gridò con quanto fiato aveva in gola.
«Giulia, sei tu? Dove sei, non ti…»
Ancora una volta, in un attimo, l’ingresso della villa fu oscurato da un branco di Ritornanti famelici. Il rumore della carrozza, le voci, l’odore di carne umana fresca e di quella del cavallo li avevano attirati tutti lì. Uomini, donne, ragazzi, soldati, schiavi, tutti uniti in un unico esercito di morte.
La donna e il suo servo vennero accerchiati e fatti a pezzi. Volarono vestiti, e braccia, e gambe, e pezzi di carne senza nome. Ognuno di quei mostri si contendeva la sua parte con la bramosia di chi non si ciba da secoli. Eppure erano giorni che divoravano i propri simili. Fuori, i nitriti strazianti del cavallo che stava subendo la stessa sorte.
Esausta, Giulia cedette alla crisi isterica; prese a strillare e a piangere. E loro la sentirono.
Subito una compagine di quell’esercito di dannati si staccò dal suo pasto; Moloua condusse via a forza la padrona al momento priva di ragione, lei incespicò, scivolò sul sangue e cadde, lui la trascinò come un rozzo sacco. Ma questo non fece altro che rallentare la fuga.
Presto i Ritornanti gli furono addosso.
Moloua sferrò un violento calcio nella coscia della donna che gridò per l’inatteso dolore, sensazione che la riportò alla realtà.
«Scappa, padrona, scappa!» le ordinò il numida, e furono le ultime parole prima che iniziasse la sua battaglia contro i Ritornanti.
Giulia fuggì zoppicando verso la sua camera dove c’era un’ampia finestra che dava sul cortile: sarebbero usciti da lì e per la campagna avrebbero raggiunto l’avamposto, proprio così come aveva suggerito Moloua. Sulla soglia si fermò, per aspettarlo; pensava che il suo insostituibile schiavo
l’avrebbe raggiunta ma si voltò appena in tempo per vedere il numida affannarsi a sferrare colpi e a mozzare teste. Ma non era abbastanza, loro erano in troppi, ormai. E non erano stupidi. Un paio si afferrarono alle caviglie e morsero, strappandogli i tendini. Moloua crollò a terra ma non mollò mai il suo gladio, non finché il suo corpo ebbe vita.
Giulia soffocò la disperazione tra le mani lerce, mentre un gruppetto di Ritornanti stava lottando per una gamba. Quando scorse la spada abbandonata sul pavimento, allora capì che era finita.
Ricacciando indietro le lacrime, con fatica si affacciò alla finestra e, accertato che intorno non ci fosse nessuno, si gettò in cortile. Con la coda dell’occhio vide altri Ritornanti che si stavano accanendo sul cavallo di sua sorella.
Si rialzerà anche lui? pensò. E quanti erano, in realtà, loro?
Pensieri che volavano di pari passo con le sue gambe. Giulia corse per la campagna e finalmente raggiunse la Cassia. La strada era vuota, pulita, e lei ne approfittò per fermarsi a riprendere fiato. Forse si addormentò, o forse no, fatto sta che all’improvviso si riebbe da uno stato di apparente torpore perché aveva sentito qualcosa.
Rumore di zoccoli. E di cavalli. Cavalli al galoppo.
Senza pensarci si precipitò sulla strada. Sebbene fosse controluce, quella sagoma a cavallo che avanzava le sembrò quasi familiare. Era consapevole di avere un disperato bisogno d’aiuto e in quei casi la mente si appella a tutto, però, quell’elmo col cimiero a criniera di cavallo, e il mantello porpora…
«LUCIO!» L’urlo le esplose prima nel petto e poi in gola. «Lucio! Lucio! LUCIO!»

IV
Era tornato, finalmente. Niente e nessuno avrebbe più potuto far del male a lei e ai bambini, ora che lui era a casa.
L’uomo l’afferrò sotto la spalla sana e senza fermarsi la issò sul cavallo; lei lo abbracciò stretto e gli disse in modo concitato quanto aveva atteso il suo ritorno, poi gli raccontò tra il sollievo delle lacrime quello che era accaduto alla villa, la fine di Moloua e di tutta la servitù, e come si uccidevano i Ritornanti. Gli disse anche dei bambini nascosti nel cubicolo segreto del lararium.
Solo dopo essersi sfogata si accorse che avevano superato la strada che portava alla villa.
«Lucio, ma dove vai, dobbiamo tornare alla villa, i bambini…» Il marito non rispose.
«I bambini! Dobbiamo salvare i nostri figli, Lucio!! Devi tornare indietro!» Il marito non rispose.
Tale fu la rabbia per quella inspiegabile ostinazione che lei prese a dargli pugni dietro la schiena intimandogli di fermare quel cavallo e tornare indietro. Fu allora che Giulia si accorse che le sue mani si erano imbrattate di sangue. Fresco.

«Ma tu sei ferito!»
Il marito non rispose.
Il mantello di Lucio era macchiato di sangue.
Il cavallo continuava a galoppare allontanandola sempre di più dalla villa e dai suoi figli. Il sangue di suo marito aveva un colore così scuro e una densità eccessiva.
«MI VUOI ASCOLTARE?!» strillò allora strappandogli l’elmo da testa.
Lucio strattonò le redini e il cavallo finalmente rallentò. Anche il vento smise di travolgerla, restituendo all’aria i suoi aromi. C’era un odore strano, in quell’aria.
Puzzo, tanfo, lezzo, fetore.
Di putredine, infezione, decomposizione. Di Ritornanti. Lucio si voltò verso la moglie.
Gli era stata strappata via la pelle di mezza faccia, lasciando scoperti muscoli, tendini e ossa. E gli occhi, i suoi splendidi occhi neri che tanto l’avevano fatta innamorare, non erano che una terrificante, orrida, chiazza purpurea.
Giulia ebbe appena il tempo di chiudere i suoi, di occhi; rivide ciò che era stato, quando tutto era ancora bello e la vita prevedeva ancora un roseo futuro. Un solo istante, prima che il marito si avventasse sul suo corpo.
Il tempo di una preghiera.
Oh, Sacri Dei, non lasciate ch’io mi rialzi.

GLI AUTORI
Simonetta SantamariaSimonetta Santamaria, scrittrice, giornalista, motociclista, batterista e svariati altri “ista”. Premio Lovecraft XI e Fantastique/I Fantasy Horror Award.
I suoi saggi illustrati Vampiri – da Dracula a Twilight e Licantropi – i figli della luna (Gremese) sono tradotti in Francia e Spagna.
Ha scritto i romanzi Dove il silenzio muore (CentoAutori), Io Vi Vedo (Tea/Tre60), Seguimi nel Buio (IoScrittore/GeMS), il romanzo breve I Livellatori (Delos Digital) e la raccolta di racconti Donne in Noir (Il Foglio).
Ha partecipato a numerose antologie di prestigio, tra cui Eros e Thanatos (Giallo Mondadori) e The Beauty of Death (Independent Legions) insieme ad autori del calibro di Ramsey Campbell e Peter Straub.
Il quotidiano La Repubblica l’ha definita una delle “signore della suspense made in Naples”.
La sua rubrica di attualità e ironia “La sindrome di Nonna Papera” è su www.lasindromedinonnapapera.it
Il suo sito ufficiale è www.simonettasantamaria.net

Giuseppe CozzolinoGIUSEPPE COZZOLINO (Napoli, 1967)
Scrittore, Saggista, Produttore Web, Docente di Storia del Cinema e Storia delle Comunicazioni di Massa presso l’Università di Napoli (“L’Orientale”, 2001-11, “Suor Orsola Benincasa”, dal 2013).
Come scrittore e giornalista si è specializzato in cinema, fumetti e narrativa pulp. Ha scritto di questi argomenti su numerose riviste specializzate (L’Eternauta; L’Altro Regno; Play Magazine; Amarcord, La Rivista del Cinematografo, M-La Rivista del Mistero) e quotidiani locali e nazionali (“Il Tempo”, “Roma”, “Il Mattino”) e sulle pagine Cultura e Spettacoli de “Il Mattino” di Napoli.
È autore dei volumi Cult Tv – L’universo dei telefilm (Falsopiano, 2000) e Planet Serial – i telefilm che hanno fatto la storia della TV (Aracne, 2004) e di una serie di saggi per antologie e riviste specializzate.
E’ fondatore dell’Associazione/Network “Mondo Cult” dedita alla promozione del giallo, del thriller e dell’horror fra letteratura, cinema e fumetti (2009) ed ha curato – con Valerio Caprara –“Noir Factory – Laboratorio di Cinema & Scrittura” (2016) in sinergia con Scuola di Cinema di Napoli e “Serial Lab – Talk Lab sulle Serie Tv” (2019) (www.scuoladicinema.tv).
Dal 2018 cura il Blog “Un Totò al Giorno” dedicato ai film del Principe della Risata, con cui realizza eventi ed iniziative sul territorio.

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