La seconda morte di Maurizio Cometto 1° parte

La seconda morte di Maurizio Cometto 1° parteEra alta certamente più di un metro e settanta. Aveva i capelli di un biondo sfumante nel rosso, lisci ma con ciocche che le incorniciavano il viso. La pelle delle braccia, nude fino al gomito, era bianchissima. Gli occhi parevano più viola che azzurri; sospettai che portasse lenti a contatto. Il viso era composto, l’aria un po’ da snob. La giudicai troppo elegante per essere una qualunque studentessa, nonostante lo zainetto. Indossava una gonna abbastanza corta, e una camicetta sufficientemente sbottonata.
Puntò decisa verso i quattro sedili dov’ero sistemato io. Si vede che aveva adocchiato il posto libero davanti a me. Gli altri due, lato corridoio, erano occupati da un sacerdote grassoccio che dormiva beatamente, e da un signore in giacca e cravatta con la faccia nascosta da “Il Sole 24 Ore”. Chiese scusa ai due, scavalcò le loro gambe, e mentre lottavo con me stesso per non guardarla troppo, e nello stesso tempo la sbirciavo avidamente, sistemò lo zaino sul vano portabagagli, si lisciò la gonna, e sbuffando si sedette.

Quei giorni di fine maggio furono tra i più caldi dell’anno. A metà giugno avevo l’esame di Informatica, e maledicevo ogni giorno l’afa insopportabile. Al caldo e all’esame si aggiunse pure lei.
Mi guardò di sbieco per qualche secondo.
– Non è che frequenti il corso di Costruzione di Macchine del professor Scotti, per caso? -, chiese inaspettatamente.
Trasalii. Il corso di Costruzione di Macchine del professor Scotti. Certo che lo frequentavo, ma lei non l’avevo mai vista. E dire che le ragazze a Ingegneria Meccanica si contano sulle dita di una mano…
– Sì -, le risposi. – Anche tu lo frequenti?
– Eh già. Mi sembrava di averti visto da qualche parte…
Dopo questa osservazione, per tutto il tragitto non disse più nulla. Fissava fuori del finestrino e sembrava avermi completamente dimenticato. Io avrei continuato il discorso, ma ero intimidito. Un po’ guardavo il paesaggio, un po’ il sacerdote che continuava a dormire, un po’ il signore elegante e la sua copia del “Sole 24 Ore”. Nei rapidi passaggi da un soggetto all’altro, fotografavo le sue gambe e la sua scollatura. Cercavo di evitare il suo sguardo.
In vista di Fossano mi preparai per scendere. Lei rimase incollata al suo posto; probabilmente era di Cuneo, pensai. Avevo deciso, dopo mille ripensamenti, di non salutarla. Mentre già sul corridoio m’appendevo lo zaino alla spalla, staccò gli occhi dal finestrino e li posò su di me.
– Allora ci vediamo lunedì prossimo -, disse sorridendo, con un tono carico di sottintesi.
– Lunedì prossimo? Vuoi dire alla lezione del professor Scotti? – Per miracolo riuscii a non balbettare.
– Proprio così. Non mancare, eh? – Fece ciao con la mano, come ai bambini.
– Ci sarò, stai tranquilla. Anche tu non mancare, però… -, e le sorrisi.
Mi diressi all’uscita, sentendomi euforico.
Fuori, sull’onda dell’entusiasmo, non potei fare a meno di raggiungere il finestrino dove lei era seduta. Le avrei fatto ciao con la mano, ricambiando il suo gesto di prima. Il posto però era vuoto. Vuoto come quello dirimpetto, prima occupato da me.
Di fianco riconobbi il sacerdote, che si era svegliato e mi fissava. Anche il signore seduto di fronte mi fissava, la copia de “Il Sole 24 Ore” ripiegata nel grembo. O almeno mi fissavano i suoi occhiali neri.
Forse è andata in bagno, pensai allontanandomi. Peccato. Avrei volentieri rivisto il suo volto, per non rischiare di dimenticarlo.

A Fossano nel pomeriggio doveva esserci stato un temporale. Sull’asfalto c’era qualche pozzanghera e l’aria era più fresca. Inforcai la bicicletta e pedalai verso casa. Mangiai cena in fretta, riuscendo a rispondere in maniera decente alle solite domande di mamma e papà. Martina non c’era, cenava in pizzeria con Giovanni e altri amici.
Dopo cena andai in camera. Accesi lo stereo e misi su un CD degli Style Council, una collezione dove ci sono “You’re the best thing”, “Long hot summer” e “The Paris match”.
Accompagnato da quella musica mi distesi sul letto, chiusi gli occhi, cercai di richiamare alla memoria la ragazza. I capelli biondo rossi, le ciocche intorno al viso, gli occhi azzurro-viola. La scollatura e le belle gambe, naturalmente. E poi la pelle bianchissima, l’aria un po’ da snob, la voce ormai da donna. Chissà quanti anni aveva?
Poi mi venne in mente il corso di Costruzione di Macchine del professor Scotti. A lezione non l’avevo mai vista e il corso a terminava a metà giugno. Com’era possibile che l’avesse frequentato? E se non l’aveva fatto, perché mi aveva mentito? Insomma, da dove spuntava fuori, quella meraviglia di ragazza?
Non ci capivo niente e la testa mi girava un po’. Solo una cosa era certa: dovevo rivederla. Già fremevo che venisse lunedì.

Poco più tardi telefonai a Luca.
– Mi è successa una cosa oggi in treno! Devo raccontartela…
Intuii il suo sorriso. – Si tratta di ragazze?
– Indovinato. I dettagli a dopo.
Mentre camminavo sotto i portici di via Roma mi risuonava nella mente la dolce nenia della frase di commiato pronunciata da lei.
Allora ci vediamo lunedì prossimo.
Trovammo un tavolino libero nel dehor affollato del Caffè Roma. Luca mi guardava con un’aria sorniona e vagamente saputella. Gli avevo raccontato cos’era successo, e gli avevo esternato – più che altro per scaramanzia – tutti i miei dubbi.
– Perché ti fai tutte queste domande? Io fossi in te penserei solo ad approfittarne. Appena la rivedi, invitala in pizzeria.
– In pizzeria? Ma sei scemo? Quella è una tipa da ristorante raffinato e macchina sportiva.
Luca accentuò il sorriso. – Allora non ci credo che TU hai fatto colpo. Tu c’hai solo l’aria da povero studente sfigato.
Lo rividi domenica sera, la sera della “vigilia”. Per evitare di sentire altri commenti, gli chiesi della sua “storia” con Anna. “Storia” tra virgolette, perché nessuno aveva ancora capito se uscissero insieme oppure no, forse neanche loro due.
L’argomento come al solito liberò tutta la sua logorrea. Capivo all’incirca un quaranta per cento dei suoi sproloqui, perso com’ero nei miei sogni a occhi aperti sull’indomani. Al momento giusto però annuivo, per non dare l’impressione di non ascoltare.
– Stai pensando alla ragazza del treno, non è vero? -, mi domandò, in una pausa delle sue perorazioni.
– Certo -, ammisi. – Domani la vedo. Devo prepararmi spiritualmente.
Rise di gusto. – “Spiritualmente”! Addirittura! Ma piantala. Fai tanto il sofisticato, però secondo me vuoi portartela a letto.
Feci tintinnare il ghiaccio nel bicchiere di menta, sorridendo sotto il suo sguardo complice.

Prima che arrivasse il lunedì la sognai due volte.
Nel primo sogno, ero il regista di una rappresentazione teatrale che aveva come obiettivo il mettere in scena lo zodiaco. Seduto dietro una scrivania e sigaro in bocca come Tinto Brass, circondato dai miei collaboratori, una per una valutavo le candidate al ruolo della Vergine. Ovviamente le candidate dovevano spogliarsi: così avrebbero recitato durante la rappresentazione.
Apparve lei. Appena la vidi capii che quella ragazza (che nel sogno ero certo di non conoscere) era assolutamente perfetta per il ruolo. Non permisi che si spogliasse davanti a tutta quella gente. La condussi nel mio studio e le chiesi di raccontare la sua storia (non so come ma sapevo che aveva una storia da raccontare). Vedevo le sue labbra muoversi, ma non sentivo le sue parole. A un tratto si mise a piangere, di un pianto disperato. Provai una tristezza infinita. La presi per mano e la costrinsi a distendersi sul divano, nel tentativo di calmarla. Poco dopo, ancora in lacrime, lei volle abbracciarmi, e mi baciò. Poi mi sussurrò nell’orecchio:
Allora ci vediamo lunedì prossimo…
Mi svegliai in preda a una sensazione di struggente tenerezza. Sentivo così vicina la sua presenza che avevo l’impressione avesse dormito accanto a me. Era come se ci fosse ancora l’impronta del suo corpo nel mio letto, e in essa mi sentivo immerso come in un abbraccio caldo. Fuori aveva cominciato a piovere, ma io ero tutto sudato.
Nel secondo sogno, ero un gatto randagio perso in una città buia. La città era sotto il dominio dei gatti, ma io mi ero perso, per qualche motivo che non ricordo. Venni fermato in un vicolo scuro e pieno d’immondizia da tre gatti-gendarmi. I gatti-gendarmi mi portarono al cospetto della Regina dei gatti, per essere giudicato. La Regina dei gatti, a differenza degli altri gatti che erano veri, era un cartone animato. Però sembrava più vera lei di tutti gli altri gatti. Aveva occhi sottilissimi e rivolti all’insù, come i cinesi. Sorrideva sempre, di un sorriso sottile e larghissimo, furbo.
Poiché era molto affaccendata, disse, e non aveva tempo da perdere, rinviava il mio giudizio a lunedì prossimo.
Solo al risveglio mi resi conto che la Regina dei gatti era lei.

Lunedì non la incontrai; non la vidi neppure.
Non la vidi sul treno delle sette e dieci per Torino, affollato all’inverosimile. Poco male, pensai. Per essere sicuro avrei dovuto fare il giro del treno, e la cosa mi pareva assurda. Inoltre lezione di Costruzione di Macchine iniziava alle dieci e mezza, poteva darsi che avesse deciso di prendere il treno successivo.
La lezione cominciò senza che lei fosse ancora entrata in aula. Presi posto nell’ultima fila di banchi, per controllare meglio la situazione. Il professor Scotti spiegava il montaggio dei cuscinetti a rulli conici con il solito fare tranquillo ma partecipe.
Passò un quarto d’ora e di lei nessuna traccia. Poi passò mezz’ora. Tre quarti d’ora. Un’ora. Niente.
Durante l’intervallo controllai meglio nella folla di studenti, sia in aula che fuori dall’aula. Nulla da fare: non c’era. Evidentemente non era venuta. Mi aveva mentito, accidenti. Perché?
All’inizio fui depresso. Seguii svogliatamente la seconda parte della lezione, senza far caso alle persone che entravano in aula. Mi sentivo tradito e non capivo cos’avessi fatto per meritarmi un simile trattamento.
Decisi di non fermarmi in mensa e di rincasare con il treno delle tredici e venti. Camminando tra le case eleganti della Crocetta, sotto il sole caldo, mi sentii meglio e ripresi ottimismo. Forse non era potuta venire per qualche contrattempo; forse stava addirittura poco bene. Perché l’avevo subito accusata di avermi tirato il bidone? Non possedendo il mio numero di telefono, non aveva avuto modo di avvertirmi.
L’avrei vista alla prossima lezione, mercoledì mattina. Oppure alle esercitazioni, venerdì pomeriggio.
Per sicurezza feci il giro del treno. Lei ovviamente non c’era, però vidi un’altra cosa, che mi infuse coraggio. Più o meno a metà treno, un sacerdote in carne e un signore in giacca e cravatta stavano seduti uno di fronte all’altro. Il sacerdote dormiva; il tipo elegante leggeva “Il Sole 24 Ore”.
Erano gli stessi del venerdì precedente.

Martedì piovve tutto il giorno. Da un anticipo di agosto si era passati a uno strascico di marzo. Meglio così, pensai. Un clima del genere si adattava benissimo allo studio.
Ci pensò mia sorella Martina, studentessa di Architettura, a mettermi i bastoni tra le ruote. A giugno aveva l’esame di Scienza delle costruzioni. Era arrivata al “principio dei lavori virtuali”, e, naturalmente, non ci stava capendo un bel niente.
Siccome di Scienza avevo preso ventotto, e Martina in fondo era mia sorella, mi sentii quasi obbligato ad aiutarla. Le spiegai e rispiegai il principio, percorremmo e ripercorremmo la dimostrazione, svolgemmo e risvolgemmo gli esercizi. Mi parve che Martina avesse assimilato il principio. Poi squillò il telefono. Era Luca.
– Ci siamo lasciati -, m’informò subito. Aveva la voce rotta, di chi ha appena pianto.
– Allora eravate ancora insieme…?
– Cazzo, Roberto, stavolta è sul serio. Ha fatto tutto lei.
– Va bene. Cioè, scusa. Vediamoci stasera al Caffè Roma, ti va?
– Grazie. – Riappese.
Era destino che la sera precedente il giorno in cui (in teoria) dovevo rivederla avessi da sorbirmi il povero Luca.
Fuori pioveva a dirotto. Dal dehors del caffè erano spariti tavolini e sedie, il selciato era tutto una pozzanghera. Indossavo il pull-over perché anche dentro sentivo fastidiosi spifferi d’aria.
– Perché non vi lasciate veramente, una buona volta? -, domandai a Luca.
Quasi sputò il sorso di karkadè che stava trangugiando.
– Ma sei coglione o cosa? Non posso lasciarla. Mio padre mi ucciderebbe.
– Tuo padre? Cosa c’entra tuo padre, adesso? Sei tu a uscire con Anna, mica tuo padre.
– Con tutte le volte che te l’ho spiegato.
E per l’ennesima volta, me lo spiegò. Di come suo padre fosse ancora la sua unica fonte di reddito. Di come suo padre avesse preso Anna in simpatia, e tutti i suoi amici, me compreso, in antipatia. Di come infine suo padre, rimasto vedovo da poco e con un unico figlio, considerasse Anna una di famiglia. E apprezzasse molto i suoi tajarin ai funghi porcini della val Vermenagna (i nonni di Anna abitavano a Vernante).

Quella notte feci il terzo e ultimo sogno riguardante lei. Fu decisamente il più terribile. Fu anche il più profetico, come compresi più tardi.
Eravamo in treno. Seduti di fronte, proprio come quella volta. Avevo voglia di fare l’amore con lei. Subito, senza porre tempo in mezzo. L’afferrai per un braccio. La condussi attraverso il corridoio verso il bagno. Non oppose resistenza. Quando ci chiudemmo dentro quello spazio angusto, lei cominciò a diventare evanescente, incorporea, poi trasparente, come fatta d’aria, poi non ci fu più. Mentre scompariva, sussurrò debolmente:
– Roberto, voglio morire.
Mi guardai le mani. Erano tutte macchiate di sangue. (continua)

Maurizio ComettoL’AUTORE
Maurizio Cometto è nato a Cuneo nel 1971. Tra i suoi libri pubblicati, il romanzo Il costruttore di biciclette (Il Foglio 2006), la raccolta L’incrinarsi di una persistenza e altri racconti fantastici (Il Foglio 2008), il romanzo per istantanee Cambio di stagione (Il Foglio 2011). Nel 2016 sono usciti in e-book il racconto lungo La macchia, per Acheron Books, e il romanzo di formazione Michele e l’aliante scomparso, per Delos Digital. Nel dicembre 2017 è uscita la raccolta di racconti Heptahedron, per Acheron Books. A fine 2018 è uscito per le edizioni Il Foglio Magniverne, contenente la riedizione de Il costruttore di biciclette insieme ad altri racconti lunghi accomunati da temi e ambientazioni. Nel settembre 2018 il racconto La Tierra Blanca, tradotto in inglese da Rachel S. Cordasco, è stato incluso nel primo numero della prestigiosa rivista The Silent Garden, edita da Undertow Publications. Ha pubblicato numerosi racconti in antologie, siti internet e riviste. Laureato in Ingegneria Meccanica, vive a Collegno.

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