La casa nella nebbia di Alda Teodorani

La casa nella nebbia di Alda TeodoraniLa vecchia viveva sola, in una casa di campagna della pianura romagnola, vicino a Pontesanto. Una casa in mezzo al nulla. Solo una piatta distesa nebbiosa. Per questo il cadavere fu ritrovato solo parecchie settimane dopo. Il contadino raccontò che aveva sete, e si era fermato a bere al pozzo della vecchia.
“Quella là,” disse ai carabinieri sforzandosi di parlare in buon italiano, non in dialetto, “non usciva mai di casa. Ciò, l’è longa in bicicletta da Sasso a Toscanella e mi fermo sempre là a bere e magari a cambiare l’acqua ai lupini. Lei non mi ha mai detto niente, non l’ho mai vista, neppure.”
E alle domande dei carabinieri, che non sapevano cosa voleva dire cambiare l’acqua ai lupini ma erano più interessati a un’ipotesi di delitto, rispondeva: “A’ ne so, gli portavano da mangiare quelli del comune. Dicevano tutti che era una strega, o qualcosa del genere. Ma io non l’ho mica neanche mai vista.”
I carabinieri conclusero che la vecchia doveva essersi buttata nel pozzo da sola, e commentavano su quel disgraziato di Pirotti, che era stato il primo ad arrivare sul posto e aveva dovuto aiutare a tirar su la morta, già mezzo putrefatta. La vecchia non aveva parenti, e il comune di Imola aveva pagato i funerali, facendo suoi casa e podere.
E la storia parve finita.

La casa fu assegnata a una famiglia di profughi polacchi. Non era proprio la politica del comune, fare favori a simile gente, specialmente quando gli imolesi stessi si ritrovavano sfrattati e costretti a pagare affitti da infarto, ma così fu. E fu scelta quella casa proprio per lo stesso motivo.
La madre guardava il bambino giocare con un fagottino di stoffa quadrato cucito a mano. Non era pratica delle usanze del posto e pensò si trattasse di un giocattolo lasciato lì da qualche bimbo. Non si preoccupò assolutamente. E nemmeno si preoccupò quando non vide suo figlio rientrare a cena, la sera.
Era estate, faceva buio tardi e, ora che avevano una casa in campagna, non le dispiaceva che il figlio rimanesse fuori a giocare. Lo credeva lontano da ogni pericolo.
Fu solo più tardi, verso le otto e mezzo, dopo che il padre era rientrato dal lavoro (faceva i turni in una fabbrica di ceramiche) che la polacca cominciò a preoccuparsi.
Dapprima, fu da dentro la casa che chiamò ad alta voce il bambino. Poi, visto che non otteneva risposta, si affacciò al portone e, guardandosi intorno, urlò più volte il nome del figlio. Le rispose solo il silenzio della campagna, interrotto ogni tanto da un monotono canto di grilli. L’aria cominciava ad oscurarsi. Verso Bologna, le luci della via Emilia si sostituivano al chiarore del sole morente. La madre d’improvviso sentì che doveva essere capitato qualcosa di molto grave. Le tornò alla mente il giocattolo di stoffa che il figlio aveva trovato. D’istinto si rese conto che forse non si trattava di un giocattolo. Il volto le si raggrinzì tutto di rughe, mentre correva verso il pozzo. E mentre capiva che suo figlio era lì dentro.
La famiglia dei polacchi, ormai ridotta a due sole unità, decise di lasciare subito la regione. Dove potessero mai andare, non si sapeva. Forse l’uomo progettava di andare a lavare vetri sugli incroci, nella capitale. Forse avevano deciso di tornare a Stettino. Ma mentre partivano con grandi accelerate sulla piccola utilitaria rossa e la donna urlava a tutto spiano contro quelli che stavano lì intorno, in un andirivieni di carrelli davanti al supermercato del centro commerciale, un prete che sapeva il polacco si mise a ridere E poi disse a chi lo volle ascoltare che la donna ce l’aveva contro le streghe romagnole, e che gli imolesi potevano andare tutti all’inferno. Quello era il suo saluto alla città.

Non passò molto tempo, e la casa fu affittata nuovamente. Troppo poche, le case a Imola, e troppo casuali la morte di una vecchia sola che si era suicidata e di un bambino un po’ distratto, pronto in ogni momento a cadere nel primo pozzo gli fosse capitato a tiro. L’ipotesi della stregoneria non era assolutamente da prendere in considerazione. La vecchia era un po’ pazza ma innocua. Aveva le sue piccole manie e ogni tanto dormiva nel pollaio, sotto il vecchio forno per il pane, tutto qui.
“Da questo a pensare che la vecchia fosse una strega, be’…” disse l’assessore ai servizi sociali del Comune quando si trovò di fronte il trepidante padre di famiglia, cinque figli per l’esattezza, che cercava casa a Imola: era venuto dall’Abruzzo apposta per loro, così disse all’assessore. E, convinto, alla fine prese in affitto la casa. E gli conveniva, anche, perché l’affitto, dopo la morte del piccolo polacco, da basso che era, divenne simbolico.
La donna non sapeva nulla delle usanze del posto. Ma quando vide tra le mani del piccolo Giovanni quello straccetto cucito a forma di rombo, non le piacque. Glielo strappò dalle dita grassocce, e lo scaraventò nel pozzo. Il piccolo iniziò a piangere disperato ma la donna non ci badò. Tornò a lavare il bucato al canale: con cinque figli piccoli ce n’era parecchia, di roba da lavare.
Furono trovati tutti con la testa immersa nell’acqua. Sembravano cinque piccoli animaletti che fossero scesi a bere. Ma quando li girarono, trovarono che le facce erano coperte di sanguisughe, e gli uomini chiamati dagli abruzzesi per farsi aiutare a ritrovare i figli, per la maggior parte contadini, vomitarono tutta la cena. Perché era successo all’imbrunire. La donna non aveva più visto i suoi bambini, dispersi fin dal primo pomeriggio a giocare nei campi e a mangiare le pesche dei vicini.
Gli abruzzesi lasciarono la casa il giovedì successivo alle cinque, due ore dopo la sepoltura dei bambini. Stavolta nessuno udì urlare la madre. Però il marito, quella mattina, aveva mandato l’assessore all’ospedale a suon di pugni. Una settimana dopo, l’assessore tentò di impiccarsi: qualcuno gli aveva fatto trovare sulla scrivania le foto dei bimbi dopo che le sanguisughe erano state tolte dalle loro facce. Come avessero fatto ad avere le fotografie, non si poteva sapere.
L’assessore non era riuscito a farla finita perché la moglie era entrata proprio mentre lui dava il calcio allo sgabello, e glielo aveva subito piazzato sotto i piedi, urlandogli di non fare lo stupido. Però diede le dimissioni, e non ci fu verso di fargli cambiare idea.

I seguaci del santone indiano cercavano da tempo un posto dove richiamare i fedeli del luogo. Furono quasi stupiti, quando il nuovo assessore li convocò per comunicar loro dell’assegnazione della casa. Erano due coppie, ragazzi sui venticinque anni, vestiti di arancione.
Organizzarono subito una giornata di preghiera e meditazione. Iniziarono a costruire uno strano aggeggio, proprio vicino alla strada. I contadini che abitavano lì vicino, trovandosi alla sera nel bar a bere, fumare e giocare a carte, avevano un nuovo argomento di conversazione. “Che quel à là,”, così avevano soprannominato la fatica degli arancioni, e scommettevano sulle forme che avrebbe potuto avere, una volta ultimata.
“Par mè l’è una dona nuda,” diceva uno ridendo, succhiando il sigaro.
“Par mè l’è un caz,” diceva un altro. Però quando “’e quel,” fu ultimato, nessuno sapeva dire a cosa somigliasse.
“L’è una statua del Buddha, ignoranti!” disse quella sera il maestro Bardi, quando qualcuno gli chiese il suo parere “come si vede che non siete mica stati a scuola, oscia! Le elementari di corsa, i v’a fat fer!”
Fu proprio quando la curiosità era al culmine che accadde. Era una sera d’inverno. Bastianì, passando di lì, vide che, al cancello degli arancioni, qualcosa era cambiato. L’alto obelisco che aveva ospitato alla sua sommità la statua del Buddha era stato distrutto. E sotto, tutti nudi, c’erano i corpi dei quattro ragazzi. Non sarebbe stato mortale, per loro, trovarsi lì sotto mentre quel coso era crollato. Ma le pietre li avevano colpiti alla testa. Come avesse fatto a crollare, perché i quattro fossero completamente nudi, come mai si trovavano là sotto, non si poteva capire. La gente cominciò a parlare con terrore della casa stregata, che aveva già ucciso dieci persone, di cui sei bambini. Nessuno volle più sapere di andarci ad abitare. A poco a poco, i rovi di more la coprirono, e i contadini giravano al largo, dicendo che portava sfortuna anche solo tentare di avvicinarsi e che la notte si accendevano in casa delle luci. Che era la vecchia strega, tornata dalla tomba.
“Sono stato proprio bravo. che bravo,” diceva tra sé l’uomo ridendo, mentre saliva le scale illuminandosi la strada col lume a petrolio. “Non sarà una reggia ma porca l’oca m’ero proprio stufato, so’nca me, di dormire alla stazione, su quelle panche di legno e il termosifone sempre spento, e i diretti per Rimini o Bologna che passano ogni mezz’ora… Sono proprio bravo. Specialmente quelli là degli indiani gli ho sistemati proprio bene. Dormivano tutti nudi, una bela bota in testa, una bella botta e passa la paura, drett in paradis, ma però c’ui vegna un azident, quant’erano pesanti quando li ho portati fuori,” e borbottava qualcos’altro, insieme a qualche bestemmia perché aveva inciampato e aveva rischiato di cadere.
“Ac fatiga buttare giù quel coso a picconate,” diceva ancora, riprendendo a salire quella scala che sembrava interminabile “che bravo che son stato, così adesso di qui non mi manda più via nessuno… finalmente ho una casa anche io…” e proprio in quel momento vide per terra un quadrettino di stoffa cucito a mano. Si chinò a raccoglierlo ma quando s’accorse che era solo un vecchio straccio, lo buttò via, dicendo: “Un azident!” Fu l’ultima cosa che disse. Inciampò, cadde, e si spaccò il collo. La lampada si ruppe, e il fuoco cominciò a lambire il pavimento di legno.
Quando i contadini di Pontesanto e Casola Canina seppero che la vecchia casa era bruciata, tirarono un sospiro di sollievo. E la sera, al bar del prete, qualcuno offrì un bicchiere di spumante a tutti.

Alda TeodoraniL’AUTRICE
Alda Teodorani ha pubblicato un centinaio di racconti e numerosi romanzi per varie case editrici (Stampa Alternativa, Datanews, Addictions, Rizzoli, Einaudi, Mondadori, Profondo Rosso e altre), ha firmato alcune delle più visionarie pagine della letteratura. Ha inoltre pubblicato libri di poesie. I suoi lavori sono stati tradotti in francese, spagnolo e inglese.
Buona parte della sua produzione è disponibile anche in ebook e audiolibri. Ha tradotto numerosi saggi, racconti e romanzi e svolge un’intensa attività di editor.
Scrive libri di saggistica new age sotto pseudonimo.
Dai suoi racconti sono tratti film e fumetti.
Le sono stati dedicati saggi e tesi di laurea, anche in lingua straniera. Ha partecipato a convegni e tenuto conferenze in università italiane e straniere.
Insegna scrittura creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Roma.
Personal Website www.aldateodorani.it

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