L’America che non conosci di Giorgio Borroni

L'America che non conosci di Giorgio BorroniEra arrivato con una corriera, come il suo solito. In mano aveva la sua fedele valigia che conteneva delle bibbie, una sega, un set di coltelli, del cloroformio e una 44 magnum se le cose si fossero messe male. Era organizzatissimo. Aveva scelto la cittadina tirando una freccetta su una carta, come sempre.
Luke era un artista, o almeno si considerava tale. Un artista della morte.
Avete presente il duplice omicidio della coppietta a Washington? I loro pezzi sparsi per tutto il loft? Era stato Luke.
La donna delle pulizie di quel riccone trovata appesa al lampadario della villa, con le sue interiora appese dappertutto a mo’ di festoni? Un lavoretto di Luke.
E quei gemelli con le teste mozzate e ricucite l’una sul corpo dell’altro? Sempre lui, perché Luke era la morte sotto le mentite spoglie di un commesso viaggiatore.
Oltre alla sua faccia gioviale e grassoccia accuratamente sbarbata, indossava sempre un borsalino, cravatta nera e camicia bianca a maniche corte. La giacca la portava sempre con sé ma non la metteva mai, perché così guadagnava la fiducia della gente, presentandosi come un tizio alla mano, uno che se ne fregava se la sua ditta gli imponeva l’uniforme: insomma, uno che era lì per vendere bibbie perché era il primo a crederci. Era così che riusciva a entrare nelle case, o in confidenza con le persone.
Mentre la corriera si allontanava sputacchiando gas di scarico, Luke si guardò intorno: in quella cittadina fantasma, sotto il sole torrido di mezzogiorno, in giro c’erano solo mulinelli di pulviscolo giallo e un cane randagio con la tigna che se la diede a gambe quando incrociò il suo sguardo. Il calore faceva ballare le poche case bianche dagli intonaci scrostati sparse attorno alla stazione. “Che posto di merda”, mormorò prendendosela con la sua mira con le freccette.
Chi mai avrebbe trovato da ammazzare di interessante in un luogo simile? Decise di farsi un drink in quel buco di taverna della stazione. Entrò in quello che l’insegna definiva “Saloon” spingendo il cancelletto di legno che si aprì con un cigolio lamentoso. Ad accoglierlo, all’interno, un indiano di legno dallo sguardo severo. Il resto dell’arredamento era in tema western: il bancone a cui erano inchiodati ferri di cavallo arrugginiti, il teschio di vacca alla parete vicino al flipper e gli sgabelli che sembravano fatti apposta per le risse. Gli altri avventori, tre falliti al biliardo e un vecchio raggrinzito al bancone, si voltarono verso di lui e continuarono a fissarlo. Dannata feccia del genere umano, pensò Luke, ma si tolse il cappello e salutò tutti: “’Ngiorno!”, poi si sedette vicino al vecchio che perseverò a guardarlo con occhi ostili, anche quando Luke sfoggiò uno dei suoi sorrisi falsi da campionario.
In quel momento dalla cucina uscì una ragazza in top e minigonna, alta, formosa, capelli corvini fino alle spalle e occhi verdi da togliere il fiato. “Eccola,” si disse Luke: “Ecco la preda”.
La ragazza gli affibbiò un sorriso standard di cortesia. Luke adorava quando gli sorridevano, perché poi vedere le stesse persone guardarlo terrorizzate lo eccitava ancor di più. “Che le servo?”, gli disse e Luke rispose “Un Bloody Mary, grazie”, credendo che il drink fosse più che appropriato.
La ragazza annuì e gli preparò il cocktail muovendo ritmicamente lo shaker, e facendo così ballare le sue tette da capogiro. Che delizia sarebbe stata farla a fettine, passarle la lama sui capezzoli e praticarle tagli sempre più profondi mentre l’acciaio luminoso si bagnava di rosso.
Le sorrise e disse: “Che splendida giornata, eh?”
La ragazza gli versò il cocktail: “Mi sembra come tutte le altre, ma se lo dice lei…”
“Vedi, è il guaio di tutte queste cittadine di provincia: voialtri invidiate la città, i suoi divertimenti, le distrazioni. Vorreste tutti andare lì a cercare fama e gloria, ma non sapete che vi perdete: questa aria genuina…”
“Sarà…”, tagliò corto la ragazza visibilmente contrariata, mentre il vecchio accanto a lui leccò un sigaro e se lo accese.
“Dico sul serio, è qui che si vede la vera America! Quella che nessuno conosce! Io ci sono stato nelle città, ci lavoro. Sono luoghi di perdizione: non è facile vendere le bibbie in tutte quelle Sodoma e Gomorra”.
Sentì uno dei tizi del biliardo dietro di lui scatarrare rumorosamente sul pavimento dopo una bestemmia. La bibbia non attaccava, ma che gli importava di non vendere niente? Quella troietta da due soldi avrebbe assaggiato il suo coltello. Gli sarebbe bastato aspettarla fuori dopo il turno, poi il cloroformio, l’attesa del risveglio, se la sarebbe lavorata con il suo set di coltelli… infine avrebbe asportato le sue grandi tette e la sua fica per inchiodarle all’indiano di legno.
Bevve il drink tutto d’un sorso, ma il sapore non gli piacque.
“Ehi, gente sapete? Non ho mai trovato un posto accogliente come questo. Vi dico che quando andrò in pensione verrò a vivere qui per passare i miei ultimi anni di vita.”
“Vuoi dire i tuoi ultimi minuti”, obiettò la ragazza e Luke non capì, ma sentì la testa sempre più annebbiata.
Con un tonfo sordo cadde dal suo sgabello.
Si risvegliò nudo, sdraiato sul tavolo da biliardo: “Che scherzo è questo?”, urlò ai quattro tizi con la tunica nera e la maschera da caprone che lo tenevano fermo.
“Nessuno scherzo”, fece la ragazza, completamente nuda lì accanto: in mano teneva un pugnale molto più lungo e affilato di quello che avrebbe usato lui: “Stai per essere sacrificato a Behemoth”. Gli altri salmodiarono in coro: “Behemoooooth!”
“Ma che cazzo stai dicen…”, provò a protestare Luke, ma la coltellata gli tolse il fiato: vide il pugnale scavargli nell’addome, un solco dritto che andava dallo sterno all’ombelico. Il sangue schizzò sul viso e i seni della ragazza, che se ne leccò via un rivoletto dal labbro inferiore.
Senza indugiare oltre, cominciò a frugare nella ferita per tirargli fuori le budella.
“Avevi ragione”, disse mentre Luke tirava le cuoia: “Questa è l’America che non conosci”.

Giorgio BorroniL’AUTORE
Giorgio Borroni (1977) ha conseguito i diplomi in Fumetto, Zbrush e Scrittura Creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze e si è laureato in Lettere Moderne a Pisa. Nel 2006 ha curato le edizioni di Dracula (Barbera) e Frankenstein (Feltrinelli), e negli anni successivi ha tradotto romanzi e fumetti per Giunti, Liberamente, J-pop e BD. È stato docente per tre anni di un master in traduzione dell’Università di Pisa e ha insegnato italiano nel carcere di Sollicciano. Come illustratore ha collaborato con alcune webzine, mentre tre fumetti basati su sue sceneggiature sono in uscita per la casa editrice Astromica. Dopo essere apparso in alcune antologie a tema horror, i suoi racconti Satyros, Midnight Club, Hello, Darkness, Orrore d’autunno e Zombie Mutation sono diventati audiolibri distribuiti da www.ilnarratore.com. È autore del saggio Le tre follie di Orlando per Tralerighe e di una Sintesi di Letteratura Italiana per Liberamente.

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