Nella coda del caimano 2° episodio di Gordiano Lupi

Nella coda del caimano 2° episodio di Gordiano Lupi25 aprile 1998

Ieri pomeriggio era di nuovo il mio turno di andare sul fiume e la cosa non mi è dispiaciuta perché in casa c’è bisogno di tutto e senza dollari non si riescono a trovare sapone o vestiti. Ho un paio di scarpe sfondate che mio padre risuola da mesi e spesso vado in giro scalzo perché un po’ mi vergogno di farmi vedere così. L’unico vestito che possiedo, un paio di pantaloni e una maglietta di cotone, ha più rammendi che stoffa.
I dollari che avrei racimolato sarebbero serviti a comprare qualcosa di nuovo per me e per i miei fratelli. Il babbo e la mamma dicono che non hanno bisogno di niente. Lui lavora soltanto, lei passa il tempo tra la casa e il fiume e l’unica occasione di svago sono le chiacchiere con le altre donne del villaggio. Per mio padre c’è solo la caffetteria e la bottiglia di rum costa pochi pesos.
Ho accompagnato un gruppo di francesi. Una comitiva di una decina di persone che proveniva da Baracoa, dove ci sono alberghi e attrezzature per i turisti. Da noi invece c’è solo questo fiume e uno straniero non dormirebbe neppure una notte in una delle nostre case di legno e terra.
Spesso qualcuno me lo chiede: “Ma come fate a vivere così?”.
Io sorrido e rispondo: “Lo facciamo da sempre”.
Durante la gita al fiume è accaduta una cosa inconsueta.
I turisti si sono fermati e hanno cominciato a mangiare tutti insieme il pranzo che qualcuno di noi aveva preparato. Poi uno ha tirato fuori una bottiglia di colore verde. “Champagne!” ha esclamato.
Mi hanno spiegato che era il compleanno di uno del gruppo e mi hanno invitato a partecipare alla festa versandomi un bicchiere di quel vino.
Io ho accettato, ma poi quando hanno cominciato a intonare in coro “tanti auguri a te” mi sono ammutolito. Io quella canzone non la so cantare. Non l’ho mai cantata. Ho spiegato che l’unico regalo che a volte mi fa mia madre è un dolce di cocco a forma di cono che mi piace tanto, il cocorucho. Però non ho mai festeggiato un compleanno, anzi, a dire il vero non rammento neppure il giorno che sono nato. Ho letto la meraviglia nei loro volti e anche un po’ d’incredulità. Non avevano mai sentito una storia simile. A Yumurí è cosa normale. Non è che non si facciano feste, ma non abbiamo denaro per regali o cose di questo tipo.
Si fa festa quando si può, quando uno di noi rimedia qualche bottiglia di rum, della birra e qualcosa da mangiare. Poi serve poco altro. Ragazze e musica accendono da sole la voglia di divertirsi.
Le nostre feste sono in riva al mare o dietro casa, davanti a un fuoco acceso ad arrostire un maiale e poi a berci dietro un po’ di birra gelata, mentre le donne ballano movendo i fianchi a ritmo di salsa.
Però ho partecipato volentieri al compleanno del francese che ha detto di chiamarsi Paul e ho bevuto quel vino che mi offrivano. Pare che costasse cinquanta dollari la bottiglia. Non ho potuto fare a meno di pensare che se solo avessi avuto la metà di quei soldi avrei comprato vestiti nuovi per tutta la mia famiglia. Loro invece se li bevevano in quel vino con tutte quelle bollicine frizzanti. Avrei preferito una birra ma non volevo offenderli.
Terminata la festa ho condotto il gruppo all’interno del fiume, tra le mangrovie e le rocce a strapiombo, raccomandando i luoghi sicuri per fare il bagno. Mi sono arrampicato sulle palme per cogliere il cocco e ho brindato di nuovo al compleanno di Paul, con la nostra bibita a buon mercato che si può gustare solo con un po’ di agilità e forza nelle gambe. Il machete lo porto sempre con me, anche se mi dà un po’ di fastidio quando nuoto. Devo dire che hanno apprezzato, forse più di quanto io abbia fatto con il loro champagne.
Quando siamo tornati a riva mi hanno lasciato dieci dollari e un po’ di magliette colorate che domani mio padre baratterà con del sapone e un po’ di carne con l’uomo del negozio di stato.

1 maggio 1998

Oggi non c’è stata scuola. Ci hanno spiegato che il primo maggio è una delle feste che va sempre rispettata, è sacra come il primo giorno dell’anno che ricorda il trionfo della rivoluzione. La festa del lavoro è la festa del comunismo che lotta per i diritti dei lavoratori. Quelle parole mi hanno convinto e mi hanno fatto sentire importante.
Lo stato pensa a noi, mi sono detto.
Il babbo ha raffreddato il mio entusiasmo.
“Una volta era così, Mainer. Adesso è solo propaganda. Tuo nonno ha lottato per questa repubblica ed è morto quando un muro ha cominciato a crollare. Sono contento per lui perché ci credeva. Sono contento che non abbia visto com’è andata a finire”.
Io ci penso sempre sopra a queste cose e cerco di farmi un’idea.
Mio padre dice che sono piccolo e che poi capirò. Io credo in quel che dice e credo anche in quello che vedo e che sento. E comprendo.
Non ho bisogno di attendere oltre.
Intanto ho trascorso questo giorno di festa con gli altri ragazzi del villaggio. In questo gruppo ci sono tutti i miei amici, grandi o piccoli non fa differenza, il tempo libero lo passiamo insieme. Io ho già quindici anni e mi trovo bene anche con gli adulti alla caffetteria e con mio padre. Poi c’è Karin, che da un po’ di tempo a questa parte è la mia ragazza, e mi piace stare insieme a lei. Oggi però abbiamo deciso di andare al fiume ed eravamo proprio tutti. In questa stagione l’acqua è già calda e nelle prime ore del pomeriggio si comincia a sudare. Il tempo delle piogge invernali è lontano e le mangrovie si spingono sull’acqua a rinfrescare i nostri corpi. Ci siamo bagnati e abbiamo scherzato, siamo saliti sulle palme per far colpo sulle ragazze e ci siamo sfidati nella raccolta del cocco e a chi saliva più in alto. Poi la consueta gara di tuffi ci ha portato di nuovo nell’acqua. Sono bravo nei tuffi e Karin tifava per me. Non potevo deluderla. Lei mi guardava con i suoi occhi neri e sembrava dirmi che tanto lo sapeva già che ero il migliore. Non c’era bisogno che facessi niente per dimostrarlo.
Karin è importante ma non voglio legami. Lo dice anche mio padre che non posso seppellirmi a Yumurí. E se m’inguaio con lei è fatta. Di cambiare vita posso anche scordarmelo. Karin è stata la mia prima vera ragazza, con lei sono andato fino in fondo, abbiamo fatto l’amore proprio sulla riva di questo fiume in un giorno d’estate. È stato allora che mi sono sentito un uomo. Per questo è importante. Con lei mi sento adulto, non come quelle ragazzine della scuola che si limitano a qualche bacetto nell’intervallo delle lezioni. E le voglio bene, in fondo.
Qualcuno ha provato a scherzare sulle vecchie leggende.
“Perché non ci andiamo a tuffare laggiù?” ha proposto Pablo spavaldo. E indicava il punto con la roccia a strapiombo.
“Spero che tu stia scherzando”, gli ho risposto.
“Non ho paura. E non credo alle fiabe”, ha detto.
Ma tutti lo hanno dissuaso.
“Ricorda i racconti di nostro padre”, gli ha detto sua sorella Elsa tenendolo per un braccio.
“Se lo fai sei più stupido d’uno straniero!” ha aggiunto un altro.
Lui ha scosso un po’ la testa e ha borbottato qualcosa.
“Un giorno o l’altro ci proverò, non credo a queste assurde leggende”.
“Non davanti ai miei occhi, però”, ho concluso.
Ce ne siamo andati sul far della sera. Pablo guardava indietro e pareva dispiaciuto di non aver portato a termine quello che voleva. Soprattutto temeva di aver fatto una pessima figura con il resto del gruppo.
Aveva mancato a una sfida. E non era cosa da uomo.
L’acqua del fiume pareva ribollire insistente in quel punto maledetto.
Sarà stata la mia fantasia però giuro che mi è sembrato di vedere un sorriso affiorare dal fondo limaccioso. Ho visto un ghigno satanico proprio là dove le rocce calano a strapiombo e le mangrovie si fanno più fitte con i loro rami protesi a toccare il letto del fiume. Però non ne ho fatto parola con nessuno. La mia immaginazione ha giocato un brutto scherzo, tutto qui. Succede quando si parla troppo di una cosa.
Si finisce per credere che è vera.

10 maggio 1998

È stato terribile.
Elsa è venuta correndo alla foce del fiume.
Dio mio, solo ricordarlo mi mette il terrore nelle ossa.
È stato terribile.
Lei gridava che Pablo era morto e piangeva disperata.
Siamo usciti tutti dalle nostre case.
È accaduto stamani, in una calda domenica di maggio.
Si è radunata subito una folla di persone. Tutto il villaggio praticamente. Io ho abbandonato la tazza di caffè sul tavolo e sono uscito correndo appena ho sentito quelle grida. Mio padre è venuto dietro con mia madre che teneva per mano Andres e Ivan.
“L’ha fatto. E io ero con lui”, gridava Elsa tra le lacrime.
“Che cosa ha fatto?” le ho chiesto prendendola tra le braccia.
“Si è buttato”, ha ripetuto più volte tra i singhiozzi.
Allora ho capito. E sono andato con lei nuotando verso il fiume.
E anche gli altri mi hanno seguito. Siamo arrivati al punto maledetto, dove le mangrovie sembrano sorridere, anche se è solo immaginazione mi dico sempre. Ho visto un corpo galleggiare ed era orrendamente mutilato. Ho visto il corpo di Pablo fatto a pezzi dalla corrente.
Elsa piangeva, disperata.
“Ha voluto farlo. Ha detto che non era un uomo se non ci provava. Ho cercato di impedirglielo ma non c’è stato niente da fare”.
Io sono rimasto attonito a guardare le acque limacciose del fiume.
Le parole del babbo mi sono tornate in mente.
“Non permettere che nessuno lo faccia”, diceva.
E adesso qualcuno era morto. Non erano solo parole. Non erano solo ricordi. Davanti ai miei occhi c’era un cadavere riconsegnato dal mulinello infernale. Elsa spiegava che Pablo aveva gridato aiuto, lei aveva provato a dargli un ramo per sorreggersi, ma non c’era stato niente da fare. La forza delle acque lo aveva portato a fondo. Sempre di più. Poi il fiume lo aveva restituito, dopo qualche minuto, privo di vita e con il corpo straziato in più parti. Le gambe massacrate e il braccio destro staccato dal corpo, come se una bestia feroce lo avesse sbranato con morsi famelici. O qualcuno lo avesse fatto a pezzi con un machete.
Gli occhi fissi di Pablo racchiudevano un’espressione di paura e sbigottimento. E anch’io avevo paura.
Io che stringevo Karin al mio fianco con il braccio destro.
Siamo tornati a casa trascinando a riva quel che restava del corpo di Pablo e lo abbiamo seppellito nel piccolo cimitero sul fiume.
Ancora adesso ho in mente la fotografia d’uno sguardo di terrore.
Era l’espressione di chi aveva visto un demonio o qualcosa di terribile.
E sento ancora un sorriso alle spalle venire dal fiume.
Un sorriso agghiacciante che grida vendetta.

1 giugno 1998

Per un po’ non ne abbiamo parlato, anche se quel giorno di terrore restava scolpito nella nostra mente e non lo avremmo scordato in fretta. Avevamo seppellito Pablo e tentavamo di dimenticare, ma non era facile. Erano quasi trent’anni che non accadeva niente del genere e i ricordi dei vecchi si erano così affievoliti da sembrare solo leggende. Adesso avevamo la prova che non era così.
Qualcosa di strano c’era in quel punto a strapiombo sul fiume.
Qualcosa di strano e terribile.
Mio padre ieri ha detto che prima o poi doveva accadere.
“Perché in troppi non credevano”, ha aggiunto.
È vero che la cosa può servire da monito. È vero.
Ma Pablo era solo un ragazzo poco più grande di me che gettava i suoi giorni nel mare davanti al villaggio e aiutava la famiglia a campare. Aveva una sorella e una ragazza che credeva di amare e tanti progetti di fuga per il futuro. Una barca, una zattera, un colpo di fortuna. E adesso quel fiume, che è stato a lungo la sua vita, gli ha tolto ogni speranza.
E non è possibile evitare di soffrire ricordando.
Ieri sono stato sul fiume con Karin.
Abbiamo fatto l’amore, come capita sempre quando ci ritroviamo da soli. Ho accarezzato quella pelle morbida con delicatezza, sfiorandola appena. Le piccole gocce d’acqua che si fermano sul suo corpo dopo il bagno la fanno sembrare ancora più bella. E io esploro con le labbra gli angoli nascosti della pelle e scopro sentieri inesplorati da percorrere. Karin è una mulatta dai capelli lunghi e riccioli, è alta poco meno di me ed è dolcissima. Quando sono con lei scordo ogni cosa e mi sembra che non esistano più i problemi. Abbiamo parlato a lungo, di Pablo e della nostra vita, dei progetti per il futuro, d’una fuga improbabile da questo mondo. È bello sognare, anche se sappiamo di non poter fare programmi, almeno per ora. Siamo così giovani per prometterci il domani, ma stiamo bene insieme, siamo felici. E tanto basta per adesso. Karin lasciava lo sguardo libero di percorrere il fiume e spesso si fermava nel punto maledetto. Le nostre parole hanno rincorso i pensieri. Era inevitabile.
“ È accaduto tutto così in fretta che mi sembra impossibile”.
“Eppure Pablo non c’è più”, ho risposto.
Noi avremmo voluto poter fare qualcosa, ma il destino aveva tracciato una strada diversa. Ci siamo baciati a lungo stringendoci forte, sperando che ci aiutasse a dimenticare. Ma gli occhi correvano sempre dove le acque formano un vortice terribile. E ancora una volta mi è sembrato di vedere un sorriso dipinto nel fondo verdastro di quel vecchio fiume.
Un sorriso amaro fatto di rimpianti.
Un triste ghigno che veniva dal passato e cercava i miei occhi.
“Karin, lo hai visto anche tu?” ma sapevo che cercavo un’impossibile conferma.
“Che cosa?” ha risposto.
Ho capito che non era il caso di insistere.
“Niente. Questa storia mi ha scosso. Credo di vedere i fantasmi”.
Ma quel sorriso me lo sono portato impresso nella mente fino a casa.
E durante la notte è tornato a tormentare i miei sogni.

15 giugno 1998

Da un po’ di tempo faccio strani sogni.
Dal giorno che Pablo è morto, per la precisione.
Sogno gli occhi che dipingevano una smorfia di terrore nelle pupille spente. Sogno un corpo straziato da morsi feroci. Immagino quello che nascondono i riflessi verdastri delle acque del fiume.
Incubi affollati di spettri non mi fanno dormire tranquillo.
Mi sveglio sudato e dopo non prendo più sonno.
Mio padre è preoccupato perché mi vede cambiato e a scuola capita che mi addormenti sul banco durante le spiegazioni. La morte di Pablo è la causa di tutto, rivedo il suo corpo tornare a galla e sento la voce straziata di Elsa scolpire il silenzio: “ È morto! Mio fratello è morto!”
Il sogno ricorrente è quello d’un volto sfigurato che emerge dalle acque. È il viso d’un indio con i lineamenti decisi e gli occhi penetranti.
Io sono davanti al fiume, proprio sopra la roccia, lui mi afferra per una gamba e mi trascina nel vortice dell’acqua. Mi sento prendere da mani enormi e potenti che stritolano le mie carni, denti aguzzi affondano nelle gambe e braccia possenti mi tengono ferme le mani.
È allora che mi sveglio e grido che non voglio morire.
Dopo non riesco più a prendere sonno.
La fine di Pablo ha sconvolto una vita di abitudini.
Ha risvegliato dubbi e paure, angosce lontane che vengono da vecchie leggende. E quello strano sorriso che accompagna i miei giorni, una smorfia terribile che troppe volte ho visto apparire dal fondo del fiume per dire che si tratta solo di una visione.
E non riesco a liberarmene.
Tutto questo è tormento quotidiano che si trasforma in incubo, anche se non riesce a togliermi la brama di sapere. Scoprire cosa c’è sotto. Capire perché. Non posso liquidare tutto con antiche leggende e racconti di vecchi. Non adesso che il fiume è tornato a colpire.

30 giugno 1998

È accaduto ancora. E stavolta davanti ai miei occhi.
Un’esecuzione terribile dalle acque del fiume.
Un vortice d’acqua impazzita ha risucchiato quel poveraccio trascinandolo a fondo. Poi lo ha rigettato fuori, dopo pochi minuti, ma non era più lui. Irriconoscibile. Un volto devastato dai morsi d’una belva impazzita. Il corpo distrutto da colpi infernali. Le gambe staccate dal tronco e le braccia spezzate. Come con Pablo. E questa volta ero qui, davanti alla morte. Ho visto la paura mista a sorpresa negli occhi del compagno impietrito sulla scogliera e lo sguardo terrorizzato dell’uomo che stava morendo. E l’ho visto tornare a galla con le pupille spalancate a fissare il cielo in una smorfia di terrore.
Io glielo avevo detto di non farlo, ma lui non ha ascoltato.
O forse non mi ha neppure capito.
Non è facile intendersi con i tedeschi. Altra lingua, altra cultura.
Non abbiamo proprio niente in comune.
È morto. E il suo amico si è fermato in tempo.
Stava per seguirlo.
“Aiutatemi!” gridava “Aiutatemi!”
Ma nessuno poteva farlo.
Lo abbiamo visto morire pietrificati dallo sgomento.
Questa volta non finirà tutto in poco tempo. La polizia non archivierà il caso tra le pratiche insolute, come ha fatto per Pablo. È morto uno straniero e una spiegazione va cercata. Ci saranno interrogatori e inchieste. Troveranno un colpevole.
Io so che il colpevole è il fiume, ma le leggende non servono a comporre un fascicolo d’indagine. Per questo dovrò pensare a cosa rispondere all’ispettore. La mia fortuna è che non ero solo. L’amico può testimoniare di aver visto le stesse cose.
Sì, perché alle mie parole non avrebbero mai creduto e mi avrebbero messo dentro contenti di dare una rapida soluzione al caso.
E non è detto che non tentino ugualmente di farlo.

15 luglio 1998

Gli ultimi fatti hanno convinto mio padre a fare un tentativo.
A dire il vero l’idea è partita dalla mamma che ha insistito a lungo, però la decisione alla fine l’ha presa lui, come sempre.
A Yumurí non c’è più tranquillità e la paura è compagna del quotidiano.
La polizia controlla e anche uscire sul fiume con i turisti è diventata un’impresa rischiosa. Non venivano mai le giacche azzurre di Fidel da queste parti. Non accadeva mai niente che valesse la pena. Adesso ci troviamo poliziotti intorno a ogni ora del giorno. Per questo mio padre ha deciso di chiedere spiegazioni alla sola persona che può darne.
“Solo esplorando il passato si può risalire al terrore che esce dal fiume” ha detto “e si può fare solo parlando con i morti”.
Serviva una santéra, non la polizia. E il babbo non è mai stato un uomo di fede. Rispetta le vecchie credenze e spesso si è fatto convincere da mia madre ad assistere a qualche rito. Questa volta no. Questa volta è stato lui a prendere la situazione in mano e a decidere, anche se la mamma ha influito molto.
“Si va da Francisca”, ha detto.
Francisca è la santéra che abita verso Punta Maisí, in una casa di legno di fronte a una spiaggia, dove tutt’attorno crescono banane e cacao.
Spero che possa servire a qualcosa. Io sono ancora più scettico di mio padre e non ho mai assistito a una messa spirituale. Ma adesso credo che serva tentare ogni strada. Non voglio impazzire sognando ogni notte un sorriso che si riflette nelle acque e rivedere quei poveri corpi massacrati che tornano a galla.
La settimana prossima farà luna piena e sarà il periodo giusto per il rito. Andrò da Francisca con mio padre e mia madre. Ci sarà anche Karin che ha tanto insistito, dice che non ha mai visto una santéra al lavoro.
Io non avrei voluto.
“Non stiamo giocando” le ho detto.
“E io non sono una bambina” ha risposto.
Alla fine ho acconsentito. Se proprio voleva accompagnarci che lo facesse, ma che poi non venisse a lamentarsi con me, perché glielo avevo detto che non era spettacolo per ragazzine.

23 luglio 1998

Non sono più tanto incredulo sulle credenze santére. Non come un tempo almeno. Se Francisca ha recitato lo ha fatto davvero bene perché tutte quelle voci che le uscivano dalle labbra non erano certo parte di lei. Erano parole di uomini morti, frasi raccolte da un impossibile aldilà e narravano tutte una storia diversa.
Ma andiamo con ordine.
Siamo partiti per Maisí dopo aver messo sotto i denti un po’ di pesce arrosto e della yucca condita con olio di cocco. Il sole cocente invitava a fare il bagno in mare piuttosto che a marciare e non è stato uno scherzo raggiungere la casa della santéra. Siamo arrivati che avevamo soltanto voglia di bere acqua gelata e riposare. Mio padre ha preferito il rum che porta sempre con sé in una bottiglietta di plastica e ha rifiutato il bicchiere che Francisca gli porgeva.
“Mi fa male”, ha detto sorridendo.
La santéra ci ha fatto entrare nella stanza con la boveda per il rituale d’ingresso che prevede gli onori al santo. Lei è devota di Elegguá, il bambino nero che apre le strade e aiuta a scegliere il cammino. Abbiamo spruzzato del rum sull’altare recitando una breve preghiera. La boveda era in un angolo della cucina e aveva l’immagine di Elegguá in primo piano. Sotto delle coppe ricolme di acqua e una coppa più grande in alto. Un crocifisso sormontava il piccolo altare decorato con sigari e cenere.
Francisca ha cominciato a recitare frasi in una lingua misteriosa.
Mia madre pareva capire e seguiva il movimento delle labbra.
“ È uno spagnolo antico” mi ha detto “mescolato con frasi africane”
Karin mi ha guardato sorpresa.
“Non comprendo una parola”.
“Neppure io”, ho risposto.
Ci siamo seduti attorno a un tavolo rotondo e Francisca ha aperto una bottiglietta di profumo. Ci ha spruzzato un po’ di quell’acqua per purificarci, poi abbiamo bevuto del rum. Anche Karin ha dovuto farlo. Lei non ama molto il rum, preferisce i succhi di frutta, un po’ come me che bevo solo birra. Per una volta abbiamo fatto un’eccezione.
Sono stato il primo a subire l’analisi della santéra.
Investigazione spirituale, l’ha chiamata lei.
Ed è stato così che sono venuti fuori i miei spiriti guida accanto a quelli che ostacolano il cammino e ognuno parlava con una voce diversa dalle labbra della santéra. Lei è caduta in trance e ha fatto uscire le parole lentamente mentre fumava un sigaro e beveva del rum.
Ho scoperto che la nonna mi sta vicino ed è la guida principale della mia vita, ma anche un vecchio spagnolo senza un occhio e con una gamba di legno vigila su di me e mi allontana dai pericoli. Poi c’è uno schiavo africano forte e possente che mi dà sicurezza e per ultimo è arrivato lo spirito d’un vecchio indio che porta denaro e ricchezza.
Tutto positivo, ha detto la santéra.
Mia madre ha tradotto quel linguaggio per noi incomprensibile.
Poi è stata la volta di Karin che ha voluto sapere le cose dell’amore.
Lo sapevo che era venuta per quello e io non ce la volevo portare.
C’è rimasta un po’ male quando si è sentita rispondere da uno spirito guida che vede tutto molto nebuloso perché l’uomo che ha vicino ancora deve fare tante scelte prima di decidere. Le ha detto che dovrà soffrire e attendere, con pazienza. La vita le presenterà davanti delle scelte dolorose, delle rinunce, dei lunghi viaggi. L’amore, quando sarà il suo tempo, arriverà. “Giungerà da lontano, quando meno te lo aspetterai e ti porterà via con sé come un soffio di vento liberatore”, ha concluso. Allora l’ho vista più sollevata. Tutto sommato alla fine sarebbe arrivato l’amore e questo era l’importante.
Mio padre ha domandato degli spiriti del fiume.
La santéra ha risposto per bocca d’uno spirito adirato.
“Il fiume difende se stesso e solo lui può parlare!”
“Cosa vuoi dire?” ha chiesto mio padre.
“Io non sono lo spirito del fiume. Io sono lo spirito che guida la tua vita. Posso parlare solo di te”, ha concluso.
Mia madre ha parlato con nonna per tramite della santéra.
“Bimba mia” le ha detto “solo una cosa posso dirti. Non sono leggende quelle che ti narravo tanti anni fa. Tu eri una bambina e mi ascoltavi come si ascoltano le fiabe. Ma non erano fiabe”.
Francisca si è fermata ed è uscita dal trance.
Abbiamo parlato a lungo.
“Per evocare gli spiriti del fiume non basta una messa spirituale”, ha detto.
“Cosa dobbiamo fare?” ho chiesto.
“Datemi tempo e ve lo dirò” .
Siamo tornati a casa che era buio fitto e solo la luna illuminava i nostri passi in riva al mare. Un cielo stellato in lontananza faceva intravedere la punta di Haiti. Karin mi ha abbracciato perché tutte quelle evocazioni di spiriti le avevano messo un po’ di paura e poi non le piaceva camminare su di una strada deserta a quell’ora di notte.
Francisca aveva risvegliato vecchie paure che venivano da antiche leggende. Le parole dei vecchi tornavano alla memoria e con loro i ricordi di uomini morti nelle acque del fiume.
E adesso non sono più tanto sicuro che fossero fiabe.
Purtroppo.

15 agosto 1998

Un maledetto ferragosto di gente che andava e veniva e la polizia a controllare il niente. Questa non è una faccenda da polizia.
Io l’ho capito ormai.
Sarà stato merito di Francisca, o saranno quegli occhi terribili che scorgo riflessi nelle acque del fiume. Uno sguardo che indaga i miei passi e non mi lascia solo un istante. Sorride beffardo e scompare non appena sente un piccolo rumore. Due occhi di fuoco che mi faranno impazzire e sono l’unico a vederli.
I poliziotti non troveranno mai niente perché non c’è niente da trovare.
A meno che non vogliano catturare un fantasma, perché di questo si tratta. C’è uno spirito a guardia del fiume in quel punto maledetto.
Un terribile mostro che massacra chi osa turbare una quiete apparente.
Mia madre raccomanda ogni giorno di fare attenzione.
Ha paura che provi a tuffarmi per far vedere che sono in grado di farcela e che posso sconfiggere lo spirito del fiume.
Io non lo farò, non sono pazzo come Pablo e non ho niente da dimostrare a nessuno. Non lo farò perché non ho intenzione di morire.
La santéra ha detto che gli spiriti mi proteggono e vogliono per me un futuro di denaro e ricchezza. Farò dei viaggi, scapperò via da questo paese, ha detto. Mio padre quando ha sentito queste parole si è aperto in un largo sorriso. Era proprio quello che voleva ascoltare.
Però anche Francisca non mi ha convinto fino in fondo.
In fin dei conti cosa ci ha rivelato che già non sapevamo? Quell’alternarsi di spiriti poteva essere tutta una recita per intascare i venti pesos del consulto.
Mio padre dice che Francisca è una persona seria. E mio padre non crede ma rispetta. Io mi fido di quello che dice. Mi sono sempre fidato.
Racconta che la mamma quando ha avuto bisogno della santéra non è stata mai delusa. Altre volte ha evocato i suoi morti e ha parlato con loro, apprendendo cose che Francisca non poteva inventare, cose personali che si sapevano solo in famiglia.
La mamma ha detto che Francisca è onesta e non fa la santéra per denaro. Soprattutto non imbroglia la gente. Quando può aiutare si presta volentieri e quando non ci riesce consiglia di rivolgersi a un babalao, più potente di lei che è una semplice santéra.
Non è facile credere a tutto questo. Non lo è davvero.
Però non abbiamo altre strade e fidarsi è una scelta obbligata.

26 agosto 1998

Francisca ci ha fatto sapere che aveva cose importanti da dire e noi abbiamo affrontato ancora una volta il lungo viaggio verso Maisí.
Ormai ci siamo presi a cuore la faccenda più del resto del villaggio che si limita ad avere paura. Non tuffarsi nel fiume è la parola d’ordine e qualcuno limita i bagni anche nei luoghi considerati sicuri.
Non possiamo continuare così, il fiume è la nostra vita e non possiamo temerlo come il peggiore dei nemici.
Questa volta siamo andati soltanto io e mio padre.
“Fa caldo, il viaggio è lungo e poi è una cosa che dobbiamo risolvere noi. Meglio lasciare le donne a casa”, mi ha detto.
Mi piace quando mio padre mi tratta da uomo, perché è quel che sono in fondo. Tra breve avrò sedici anni e non sono pochi.
Francisca ci ha fatto sedere davanti al tavolo rotondo, dopo il rituale passaggio davanti alla boveda. Ci siamo purificati con l’acqua di Florida e abbiamo assaporato un poco di rum. Fa parte del rito e ho dovuto farlo. Non mi piace molto il rum, preferisco la birra. Così come non amo fumare il sigaro, ma ho dovuto tirare un paio di boccate. Fumo poco anche le sigarette, figurarsi quella cosa forte e acuta che ti brucia lo stomaco! Abbiamo recitato delle brevi frasi di preghiera. Invocazioni al santo, ha detto Francisca, per renderlo disponibile verso di noi.
Alla fine ha parlato. Ci ha detto che qualcosa di grave si nasconde nel fiume. E ha detto anche che non è cosa per lei. Una messa spirituale non basta. Evocare i morti e gli spiriti guida non serve.
“Dovete andare a Baracoa” ha detto “da Roberto”.
Roberto è un famoso babalao. Ci vanno persino da Santiago.
Lui lavora con i morti e fa evocazioni di spiriti.
Dicono che ha risolto casi molto difficili.
“Io posso solo dirvi che la cosa è grave e che c’è uno spirito ostile nel letto del fiume. Non posso andare oltre. È una cosa troppo più grande dei miei poteri e rischierei troppo”.
Andremo a Baracoa per risolvere il mistero.
Andremo da Roberto. Soltanto lui può aiutarci.

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Questo romanzo breve è contenuto nell’antologia Nero Tropicale di Gordiano Lupi, Il Foglio edizioni, disponibile negli store on line.

Gordiano LupiL’AUTORE
Gordiano Lupi ( 1960) – tre volte presentato al Premio Strega – ha dedicato alla sua città: Lettere da Lontano, Piombino tra storia e leggenda, Cattive storie di provincia, Piombino leggendaria, Piombino a tavola, Alla ricerca della Piombino perduta, Calcio e acciaio – Dimenticare Piombino, Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano, Piombino con gusto, Sogni e altiforni – Piombino Trani senza ritorno (con Cristina de Vita) oltre a un sacco di racconti e articoli di cui non è facile conservare traccia. Molti racconti piombinesi sono sul blog TUTTOPIOMBINO edito ogni domenica dal quotidiano telematico QUI NEWS VALDICORNIA. Si occupa di cultura cubana, traduce ispanici, scrive di cinema e pubblica monografie su registi e attori italiani. Sito Internet: ww.infol.it/lupi. E – mail: lupi@infol.it. Blog di cinema: La Cineteca di Caino (http://cinetecadicaino.blogspot.it/). Blog di cultura cubana e letteratura: Ser Cultos para ser libres (http://gordianol.blogspot.it/)

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