Nella coda del caimano 5° episodio di Gordiano Lupi

Nella coda del caimano 5° episodio di Gordiano Lupi22 marzo 1999

Anche a scuola hanno parlato dell’omicida del fiume.
Il professore di spagnolo ha dissertato a lungo sulla personalità deviata del killer e ha fatto qualche riferimento a figure letterarie. Ci ha detto che molti autori contemporanei descrivono bene questi tipi criminali. Narrativa noir, ha detto che si chiama. È stata una lezione fuori dall’ordinario e soprattutto non in sintonia con i programmi governativi. Ci ha parlato di Chavarria, un uruguayano che vive a Cuba e anche di Gutierrez che non è facile riuscire a leggere perché il regime ha proibito i suoi romanzi. Circolano copie del Re dell’Avana e della Trilogia sporca che qualcuno fa arrivare dalla Spagna ma è bene non farsi trovare dalla polizia con quei libri tra le mani. Gutierrez è narratore di vita quotidiana e parla d’una Cuba vera e del periodo speciale, ma c’è sempre una vena noir nella penna. Sono rimasto affascinato da questa lezione fuori dagli schemi e ho pensato che piacerebbe anche a me scrivere romanzi, un giorno o l’altro, e magari pubblicare qualcosa che parlasse proprio della mia terra. Anche se fossi lontano, come vorrebbe mio padre, potrei scrivere di lei e sentirla sempre vicina.
Per adesso mi accontento di raccontare la mia vita a questo quaderno rilegato in pelle nera che raccoglie le mia confidenze e mi fa sentire quasi come un vero scrittore.
Ho composto anche poesie quando stavo con Karin ma non erano belle. E le ho strappate tutte. Neppure gliele ho fatte leggere.
Adesso un po’ me ne pento. Chissà, forse a lei sarebbero anche piaciute.
E poi le avevo scritte per lei.
Il ricordo di Karin riaffiora e non riesco a scacciarlo.
Ho rivisto spesso Anabel dopo quella notte e abbiamo fatto l’amore sulla riva del fiume, anche se non è stato come con Karin. Non poteva esserlo. Lei era unica, insostituibile. Portare un’altra in quello che è stato il nostro rifugio mi ha fatto sentire ancor più traditore.
Traditore d’un ricordo. Perché Anabel è solo sesso con quei fianchi larghi e il sedere sodo e perfetto che freme tra le mie mani.
È un sorriso che si spegne quando ricordo Karin.
Non so se riuscirò a dimenticarla e non serve a niente pensare che lei mi ha cancellato dalla sua vita per vendere il suo corpo sul Malecón e aspettare l’occasione di scappare lontano.
Ieri Anabel mi ha guardato sorridendo dopo aver fatto l’amore e mi ha detto mentre mi carezzava i capelli bagnati di sudore:
“Stai pensando ancora a lei, vero?”
“No. Ma che dici?” ho risposto poco convinto.
“Lo so che è così. Non devi mentire con me. Io sono qui che ti aspetto. La dimenticherai, te la farò dimenticare. Adesso è troppo presto”.
È troppo buona Anabel. Troppo.
E forse non merito di essere compreso.
Lei mi dà tutto in cambio di niente.
E io corro dietro a ricordi che non torneranno.

4 aprile 1999

È difficile scrivere ancora su questo diario.
Mi si accappona la pelle al solo pensiero e non riesco a riordinare le idee. Perché adesso tutto è tornato come prima, purtroppo.
Neppure sono capace di rammentare in sequenza logica, le immagini si accavallano alla mente confuse come in un vecchio film dalla pellicola consumata e logora.
Stavo accompagnando un gruppo di Italiani sul fiume e indicavo la foresta dietro la boscaglia di mangrovie e la grotta dove viveva il killer, le piante di cacao, le alte palme da cocco e i luoghi migliori per bagnarsi. Ho parlato delle vecchie leggende, quando siamo arrivati davanti alla roccia a strapiombo che cade da un’alta montagna.
“Qui non si può fare il bagno”, ho detto.
È stato a quel punto che uno dei ragazzi del gruppo ha sorriso.
“Ci sono gli spiriti?” ha chiesto ironicamente.
“Le leggende dicono di fare attenzione. Mio padre ha visto qualcuno morire”. Volevo aggiungere che ero stato testimone anch’io di morti violente nel fiume, poi ho pensato che quegli omicidi avevano trovato un colpevole in carne e ossa e non ho parlato.
“Allora vado a prendere uno”, ha concluso lo straniero.
In un attimo si è tolto pantaloncini e maglietta, si è tuffato e ha cominciato a nuotare con vigorose bracciate.
“Ora mi immergo e lo porto a galla”, ha detto ridendo.
Non ho avuto il tempo di fermarlo.
Era così giovane, avrà avuto pochi anni più dei miei, capelli biondi e carnagione chiara, occhi azzurri penetranti.
È riemerso soltanto un corpo massacrato e una pozza di sangue ha composto cerchi concentrici accanto al suo cadavere.
Sventrato.
Aperto in due da mani possenti.
Le gambe spezzate e la testa rivolta all’indietro, mentre gli occhi contemplavano il vuoto e le pupille trattenevano uno sguardo di paura.
I suoi compagni hanno gridato, erano terrorizzati da quello spettacolo raccapricciante, qualcuno ha vomitato, una ragazza è svenuta. Non era facile mantenere il controllo e avere nervi saldi, neppure per me che ho rivissuto in un istante troppi giorni di terrore.
E ho pensato che niente era risolto. Niente.
Eravamo stati solo degli sciocchi a crederlo, passando sopra a troppi episodi misteriosi che nessuno aveva saputo spiegarci.
Aveva ragione mia madre, purtroppo. La verità non poteva essere così semplice. All’improvviso mi sono trovato a osservare una pellicola composta da orribili fotogrammi ed erano tutte scene già viste, un folle replay della memoria. Ho pensato a Pablo, al tedesco morto proprio davanti ai miei occhi, a Carlito. E mi sono detto che solo la voglia che fosse finita mi aveva fatto negare l’evidenza.
Ho trascinato a riva il corpo straziato e ho raccolto le gambe staccate dai fendenti di quel mulinello infernale. Sembrava il solito colpo di machete inferto con violenza, una tecnica che ormai conoscevo.
Due stranieri mi hanno aiutato a portare il cadavere del loro compagno fino al traghetto, da solo non ce l’avrei mai fatta.
Quando Pepin ha visto quella maschera di sangue non ha avuto nemmeno la forza di piangere. Ha mormorato qualche frase incomprensibile e ha cominciato a remare per guadagnare l’attracco prima possibile. Ero il più tranquillo, per quanto era possibile in quella situazione assurda e cercavo di affrontare l’accaduto come meglio potevo. Loro erano solo un gruppo di ragazzi venuti sin qua per una gita diversa dal solito, per toccare l’inconsueto. E avevano trovato la morte, un’escursione di sangue finita in braccio allo spirito del fiume.
Perché di questo si tratta, ormai l’ho compreso.
Spero solo non sia troppo tardi.

5 aprile 1999

Mia madre ha detto che lei lo sapeva. Lo aveva sempre saputo.
“Felipe aveva confessato solo i delitti lungo il fiume e quelli vicino alla grotta. Non ha mai detto di aver ucciso Pablo o gli altri che sono andati a tuffarsi sotto la roccia maledetta”.
E io ho pensato che era vero. Il tedesco e Carlito li avevo visti morire e non erano delitti che poteva aver commesso un essere umano. Roberto lo avevo visto trafiggersi il cuore durante un rito finito nel sangue. Tutti fatti che non potevano avere una spiegazione razionale.
“Mamma, che facciamo adesso?” ho chiesto.
“Cerchiamo un babalao che ci liberi dagli spiriti. E nell’attesa di trovarlo stiamo lontani da quel luogo”.
“Ma ci sarà uno capace di farlo?”
“Questo non lo so, Mainer”.
Mio padre fumava un sigaro di contrabbando seduto sulla sedia a dondolo di legno, rigirando tra le mani una consumata rete da pesca che tentava di rammendare. Ha alzato la testa e mi ha detto:
“Non cercare di risolvere questa cosa da solo, perché è troppo più grande di te. Non andare a metterti nei guai”.
“Non lo farò. Stai tranquillo”, ho risposto. Ma non sono stato sincero sino in fondo, perché non posso continuare a vivere con la paura di veder morire la gente nel mio fiume e qualcuno deve cercare di fare qualcosa. L’unica cosa vera per adesso è che non farò niente perché non saprei neppure da che parte cominciare e non ho nessuna voglia di farmi sventrare da quel mulinello infernale per ritrovarmi con braccia e gambe squartate da colpi di machete. Per tentare occorre che ci sia almeno una possibilità di riuscire, non sono il tipo che si getta in un’impresa suicida. Non sono un pazzo e morire non serve.
È morta già troppa gente a Yumurí.
Intanto, tra le tante cose spiacevoli, c’è da registrare il ritorno della polizia. Le giacche azzurre di Fidel non hanno mai ispirato simpatia a nessuno, sono arroganti e ottusi esecutori di ordini e con l’autorità della divisa si permettono di trattarci come animali. Non hanno rispetto e credono di poter fare il comodo loro al villaggio, disponendo di tutto e di tutti. E poi non saranno certo loro a risolvere il mistero, quello che potevano fare già lo hanno fatto. Hanno catturato un pazzo che viveva in una caverna e uccideva chi disturbava la sua solitudine. Purtroppo non c’era solo lui a infestare il fiume e contro chi è rimasto l’unica cosa che proprio non serve sono i fucili.

10 aprile 1999

Anabel passa molto tempo con me e credo si sia innamorata, si capisce da come mi guarda e da quello che dice che per lei non è solo una storia di sesso. Facciamo l’amore sulla riva del fiume, al solito rifugio, quello dei tempi di Karin. Il calore del suo corpo tiene compagnia ai ricordi e non mi fa pensare. Trascorriamo interi pomeriggi sdraiati sull’erba a parlare. Parlare e fare l’amore, soltanto. Come se ci fossimo solo noi e i nostri corpi distesi. Come se i problemi non esistessero.
Continuo a passare giornate sul fiume, nonostante tutto. Cerco di evitare i pericoli, non sono un pazzo, però il fiume non me lo possono proibire. È il mio rifugio da quando sono nato e non sarà uno spirito a scacciarmi. Anabel ha un po’ di paura ma si fida di me. E mi segue.
Ieri le ho detto che è importante e che stare con lei mi solleva, mi fa scordare il passato. Lei ha sorriso e mi ha chiesto: “Quanto sono importante?”. Non è stato facile rispondere. Non mi è mai piaciuto raccontare balle e non potevo dirle che ero innamorato.
“Più di una buona amica”, le ho detto.
“Per il momento può bastare”, ha risposto.
Ma era chiaro che si sarebbe aspettata ben altro.
Cosa posso farci se ancora il pensiero rincorre il ricordo di Karin? Le ho accarezzato i capelli baciandola. So che è davvero importante e che non è stata solo il capriccio d’una notte di sbronza. Anabel mi piace. Mi piace carezzarle i fianchi e sentire la sua pelle profumata scivolare tra le mie mani. Mi piace sentire il suo respiro, i gemiti di piacere e le sue carezze prima di fare l’amore.
Ma è presto per dimenticare.
Lei sa che sul fiume ci sono stato tante volte con Karin.
Lo sa e mi segue senza protestare, attende il suo turno con pazienza, è convinta che possa dimenticare e nell’attesa fa quello che le dico e mi compiace in tutto.
Siamo rientrati a casa che il sole stava calando.
Io ho dato un ultimo sguardo alle acque del fiume e in lontananza ho visto la roccia a strapiombo tra le mangrovie. Non posso fare a meno di osservarla da un po’ di tempo a questa parte, pare che qualcosa mi attragga, come uno sguardo magnetico. Ma non ho visto niente e non ho udito sorrisi, per fortuna. Anabel mi ha preso la mano e siamo andati a tuffarci dove l’acqua si fa più profonda. A rapide bracciate abbiamo guadagnato il punto d’attracco delle barche di stato.
Ci sono pochi turisti adesso dopo gli ultimi fatti.
Pepin è sempre più disoccupato.
Ci ha salutato sorridendo.
“Tanta polizia e poca gente”, ha detto indicando la pattuglia sul ponte.
“Sarà a lungo così se non facciamo qualcosa”, ho risposto.
“E cosa possiamo fare?” ha concluso alzando le braccia al cielo.
È proprio così purtroppo. Cosa possiamo fare?

12 aprile 1999

Oggi alla caffetteria dicevano che da un paio di giorni è arrivato un tipo strano al villaggio, uno originale che dice d’essere un babalao e che conoscerebbe il modo di aiutarci.
Adesso si scatena anche la corsa dei ciarlatani che da ogni parte dell’isola portano la ricetta giusta per risolvere il mistero. Mancava solo questo, dopo l’esercito, dopo la polizia che non ci fa vivere, dopo il killer e i morti che abbiamo dovuto piangere e sotterrare.
Dicono che il babalao sia un avanero e già questo mi pare strano, so per esperienza quanto sia duro arrivare sin qui partendo dalla capitale.
Non ci sono treni con destinazione Yumurí e non c’è Cubano che possa permettersi il prezzo dell’aereo diretto a Baracoa. Resta l’autostop e solo un motivo importante può spingere all’avventura.
Carlos ha detto che questo santone è anche abbastanza male in arnese, zoppica dalla gamba destra e si aiuta con un bastone di legno per camminare, ha uno sguardo torvo dietro folte sopracciglia e una barba grigia gli copre gran parte del viso.
Mi chiedo solo quale sia il vero motivo che lo ha spinto sin qui.
I misteri attraggono i venditori di fumo, da sempre.
E poi pare anche che stia cercando qualcuno.
Ha chiesto di vedere tutti i giovani di Yumurí perché dice che uno di loro può aiutarlo a risolvere il mistero. Domani sentiremo anche questa.
Se c’è una cosa che non sopporto adesso è proprio quella di ascoltare gente che crede di prendersi gioco di noi, approfittando della situazione.
Di sicuro non credo a una parola di quello che il babalao va dicendo per il villaggio. Però la cosa mi incuriosisce molto.

13 aprile 1999

Chi l’avrebbe detto che sarei stato proprio io il prescelto?
Quel buffo individuo vestito di nero tutto barba e sopracciglia ha cominciato a parlare con una cadenza monotona e austera, sembrava sapesse tutto lui e che ci fosse bisogno solo di ascoltarlo.
I problemi si sarebbero risolti da soli.
Eravamo tutti scettici. Io più che mai.
Quando ha fatto il mio nome mi sono chiesto dove lo avesse saputo, ma poi ho ragionato e sono giunto alla conclusione che poteva aver parlato con qualcuno del villaggio. Non è difficile assumere informazioni a Yumurí, la gente è molto loquace e ha sempre una gran voglia di spettegolare. D’altra parte non esistono altri modi di far passare il tempo e la novità d’un Avanero che prende alloggio tra le nostre povere case di legno non è cosa da tutti i giorni. Di sicuro le comari del villaggio avranno fatto a gara per parlarci.
Ha raccontato una storia assurda.
“Mi chiamo Javier e vengo da una generazione di santéri. Evoco gli spiriti dei morti da quando ho vent’anni e sono venuto sin qui per far cessare la rabbia del fiume. Io so cosa c’è là dentro. Io solo conosco il perché. E c’è un ragazzo al villaggio che ha la chiave del mistero. Si chiama Mainer e ha quasi diciassette anni”.
A sentirmi chiamare in causa sulle prime sono rimasto di sasso.
Perché proprio io? Mi sono chiesto.
Poi ho fatto un passo avanti.
“Mainer sono io, ma non vedo come posso aiutarti”.
Avevo tutti gli occhi degli abitanti del villaggio puntati su di me.
Non mi fidavo di quell’uomo.
Non credevo a una sola parola di quello che aveva detto.
Javier ha continuato:
“Questo te lo dirò quando saremo soli, se non ti dispiace”.
Si è avvicinato e mi ha dato la mano presentandosi. Io lo guardavo stupito. È stato così che l’ho condotto a casa, volevo che anche mia madre lo vedesse. Lei s’intendeva di santeria e riti magici e sapeva dare un consiglio, soprattutto poteva dire se era il caso di fidarsi.
Javier ha iniziato a raccontare davanti a una tazza di caffè, seduto al tavolo della cucina. La mamma stava in piedi davanti alla rudimentale stufa a legna dove cuoceva il casabe e aveva abbandonato i lavori di casa.
“Tutto comincia con un sogno ed è una storia lunga”, ha detto.
“Siamo pronti ad ascoltarla” ha risposto mia madre “ne abbiamo sentite così tante in questi ultimi tempi…”.
“Sono mesi che continuo a fare lo stesso sogno. È diventato un incubo. Il mio antenato Taita Julian mi tormenta e chiede che venga a Yumurí per liberarlo”.
“Chi è Taita Julian?” ho chiesto.
“ È uno cimarron, uno schiavo fuggito da un padrone che lo obbligava a lavorare nella piantagione di caffè. Però lui non scappò a mani vuote. Si portò via il tesoro dello spagnolo e si rifugiò nei boschi”.
“E com’è finita?” .
“Male, purtroppo. Taita non si è mai goduto quel tesoro. Se lo è portato dietro tuffandosi nel vostro fiume quando gli uomini del padrone lo scoprirono nella foresta. Lui si gettò da una rupe e finì nel fondo del corso d’acqua insieme a uno scrigno di monete d’oro”.
“Sarebbe lui lo spirito del fiume?” .
“Proprio così. E custodisce il tesoro per noi”
“Come sarebbe a dire per noi?”
“Ricordo bene le sue parole. Vai a Yumurí e cerca un ragazzo di diciassette anni. Si chiama Mainer. Solo lui può avvicinarsi al tesoro. Solo lui può sconfiggere l’indio del fiume. Insieme prenderete il tesoro che custodisco da secoli. Lo dividerete da buoni amici. Ce n’è abbastanza per tutti e due”.
Qui sono tornato a essere dubbioso.
“Perché proprio io?”
“Perché tu sei un predestinato, i tuoi spiriti guida vogliono una vita diversa per te, sei destinato a viaggiare e ad avere ricchezza. E questa è la tua occasione”.
“E perché saresti così buono da dividere tutto con lui?” ha chiesto mia madre, che fino a quel momento era stata ad ascoltare senza dire una parola.
“ È indispensabile. Senza di lui il tesoro non si ripesca e non si sconfigge l’indio che impedisce di avvicinarlo. E poi non voglio fare la fine del vecchio Marcelo che abitava vicino alla mia casa di Marianao”.
“Cosa gli successe?” ha chiesto mia madre.
“Un giorno gli apparve in sogno lo spirito di un antenato e gli indicò dove avrebbe trovato un tesoro che lui aveva nascosto. Prima di uscire dal sogno gli raccomandò di farsi aiutare da un amico e di dividere tutto con lui. Marcelo non lo ascoltò e tenne tutto per sé. Dopo un po’ di tempo Marcelo si ammalò gravemente, soffriva di dolori terribili e non aveva pace. I medici non comprendevano l’origine della malattia. Soltanto io riuscii a capire. Lo liberai dalla maledizione evocando lo spirito dell’antenato. Compresi che solo se Marcelo avesse consegnato all’amico la parte che gli spettava sarebbe morto tranquillo e avrebbe smesso di soffrire. Il suo destino era segnato perché aveva disubbidito allo spirito. Non potevo fare niente di più che alleviargli i dolori”.
Io e la mamma ci siamo guardati negli occhi.
Ho visto la sua faccia perplessa.
Javier ha concluso.
“Mi fermerò al villaggio per studiare il da farsi. Ho trovato alloggio da Pepin il barcaiolo. Comprendo i vostri dubbi ma vi dimostrerò che ho ragione”. Poi mentre ringraziava per il caffè e si apprestava a uscire si è rivolto a me e ha detto: “Sai dove trovarmi. Puoi venire quando vuoi”.

14 aprile 1999

Oggi ne ho parlato anche con mio padre.
Lui non vuole che assecondi Javier, quell’uomo non gli piace e la faccenda per me può essere molto pericolosa.
“Se è un ciarlatano è la tua vita a essere in pericolo. Sei tu quello che ti dovresti tuffare, a quanto ho capito”.
“Non so che dire” ha aggiunto mia madre “quell’uomo è venuto da troppo lontano per essere solo un imbroglione”.
“Ma siamo poi sicuri che è dell’Avana?” ho chiesto.
“Anche questo è vero. Ma il suo racconto, per quanto incredibile, non è più assurdo di tutto quello che è accaduto al villaggio. Non c’è niente di razionale in questa storia”. Ha concluso la mamma.
Io sono incerto sul da farsi. Da una parte la prima impressione mi spingerebbe a non fidarmi, dall’altra mi getterei nell’avventura perché so che non ci sono altre possibilità di risolvere il mistero.
Javier si fa vedere in giro e parla molto con la gente. Sta cercando di guadagnare la fiducia di tutti. A quanto ne so però non ha raccontato a nessuno la storia del fiume, solo in casa nostra si è lasciato andare a parole precise e questo sarebbe un buon segno.
L’ho detto a mio padre ma lui resta scettico.
“Mainer, ti ho sempre detto di prendere al volo la tua occasione, però non voglio vederti rischiare la vita. Almeno se non c’è la certezza che sia l’unica cosa da fare”.
Credo che mio padre abbia ragione. Aspettiamo che Javier faccia qualcosa di concreto. Se è un babalao lo dimostrerà e allora deciderò. Per adesso è troppo poco e non posso credergli solo perché ci ha raccontato una bella storia. La storia di uno spirito che tormenta le sue notti e gli chiede di venire a Yumurí per liberarlo.

20 aprile 1999

Oggi alla caffetteria ho ascoltato i discorsi dei grandi.
Adesso però mi sento importante perché conosco cose che nessuno sospetta e non mi passa neppure per la testa di andare a raccontarle.
Parlavano del babalao ed era Carlos a guidare la conversazione, contestando chi lo definiva un ciarlatano. Lui diceva che era presto per pronunciarsi e che non si poteva essere certi di niente.
“Dobbiamo attendere e avere pazienza, ma se può aiutarci non possiamo gettare via l’occasione”, ha detto.
Poi si è accorto della mia presenza e ha cominciato a fare domande. Voleva sapere le cose che Javier non aveva detto in pubblico e soprattutto quale fosse il mio ruolo nella vicenda.
“Cosa ti ha chiesto quando siete andati a casa?”
Io ho lasciato cadere l’argomento.
“ È presto per parlarne, ci sono tante cose da chiarire”.
Lui non ha insistito e io ho continuato ad ascoltare.
Ognuno diceva la sua ed era difficile distinguere verità da fantasia.
“Javier ha preso alloggio da Pepin e va tutti i giorni sul fiume. Però nessuno sa bene a che fare” ha detto uno dei ragazzi.
“Vagherà per la foresta in cerca di guai”, ha detto un altro.
“Io non ci metterò più piede” ha aggiunto Carlos “adesso tocca ad altri rischiare”.
Ricordava ancora gli occhi di Paco, una smorfia di terrore dipinta nel volto e non voleva assistere ad altri sacrifici, soprattutto non voleva essere lui il prossimo a morire.
“Dicono che parli con le acque”, ha ripreso il primo.
“C’è chi lo ha visto gettare nel fiume polvere scura mista a fiori rossi e poi mettersi a pregare a voce alta”, ha aggiunto il secondo.
Io restavo in disparte e pensavo.
Sentivo che adesso era il mio momento ma non sapevo decidere.
Conoscevo troppo poco di quell’uomo per tuffarmi nelle acque maledette o per assistere a un’evocazione che poteva costarmi la vita.
La discussione è terminata con una bottiglia di rum, quello che tutti chiamano scintille di treno. Qualcuno ha tirato fuori un domino e si sono messi a giocare. Il sole stava tramontando e quelle nuvole che offuscavano il panorama verso Punta Maisí erano il segnale di tutta la nostra preoccupazione. Un cielo nero che non lasciava speranze per il futuro.

25 aprile 1999

Anabel dice che dobbiamo provare.
Oggi eravamo al fiume quando ne abbiamo parlato.
“Javier non è un ciarlatano”, mi ha detto.
Anabel mi sta vicina e i suoi consigli sono importanti, l’intuito femminile è difficile che faccia cilecca nel giudicare le persone.
Avevamo finito di fare l’amore ed eravamo sdraiati al fresco d’una robusta pianta di frambojant, lei appoggiava la testa sul mio corpo bagnato d’acqua e sudore. Si riposava e parlava lentamente. Di noi, del villaggio, della vita che facciamo. Io ascoltavo in silenzio e pensavo.
A Javier e le sue storie di spiriti che lo destano la notte. A me che sarei un predestinato per fare fortuna e andarmene da questo paese. E a Karin, purtroppo, anche a Karin che non mi abbandona mai. Neppure quando c’è Anabel stretta forte tra le mie braccia. Neppure subito dopo che l’ho accarezzata e ho fatto l’amore con lei. Karin è uno spettro che viene dal passato e non si può scacciare, come non si scaccia lo spirito di questo fiume che minaccia anche quando sorride e non ci fa vivere.
“Sarebbe bello se fosse vero…” ha detto sospirando.
“Che cosa?”
“Se tu fossi il prescelto dal destino”.
“Parli della storia di Javier?”
“Sì Mainer, sarebbe stupendo. Ci pensi dove potremmo scappare con tutto quell’oro che c’è in fondo al fiume?”
“Immagino dove tutti. A Miami”
“Non ti piacerebbe?”
Non ho risposto subito. Perché non lo so se mi piacerebbe. Davvero.
Poi ho cercato di riportarla alla realtà.
“ È presto per vendere la pelle del caimano che non abbiamo ancora catturato. Intanto non ti far scappare con nessuno la storia del tesoro. Non vorrei che qualche pazzo si buttasse per ripescarlo”.
“Sai che di me ti puoi fidare”.
“E poi dobbiamo essere certi che non sia una storia inventata da quel Javier chissà per quale motivo”.
“A me non pare un imbroglione. Le cose che ha raccontato tornano tutte e non si è mai contraddetto”.
“Potrebbe essersi documentato bene”.
“E perché farebbe tutto questo?”
“Non lo so”.
È stato allora che lo abbiamo visto. Anabel si è voltata per prima. Javier era dietro di noi, nella foresta di mangrovie, seduto su di una roccia ad ascoltare i nostri discorsi chissà da quanto tempo. Anabel ha fatto il gesto istintivo di coprirsi. Aveva il seno nudo e indossava soltanto un vecchio costume da bagno.
Lui si è rivolto a noi.
“Non ero qui per spiare, però non ho potuto fare a meno di ascoltare. E vorrei sapere cosa devo fare per convincerti, Mainer”.
Io gli ho risposto un po’ contrariato.
“Non credo sia questo il modo migliore”.
Ero infuriato con lui, poteva averci sorpreso mentre facevamo l’amore e il dubbio che avesse visto Anabel godere e muoversi alle mie carezze mi faceva ribollire di rabbia.
Javier sembrava avesse capito.
“Non è molto che sono qua. Tornavo dalla casa degli spiriti. Sto preparando il terreno per il gran giorno, ma senza te non posso fare niente e lo sai bene”.
Io gli ho risposto in segno di sfida.
“Dammi una prova se vuoi che ti aiuti”.
“Non ci dovrebbe essere bisogno, quello che ti offro non è poco. E poi ci sono cose che si devono credere per fede. Non puoi chiedere tutto senza rischiare niente”.
“Qui è in gioco la mia vita”.
“Allora sappi che la tua incredulità farà un’altra vittima. Sarà un italiano con i capelli scuri a finire tra le braccia dell’indio. Lo massacrerà come ha fatto con gli altri e nessuno potrà fare niente. Sta scritto che deve essere così e che solo dopo mi aiuterai”.
Poi ci ha salutato, incamminandosi a passi lenti lungo il viale di mangrovie e terra, si è allontanato zoppicando e sorreggendosi al nodoso bastone. Alla fine del sentiero si è tolto i pochi vestiti e dopo esserseli annodati attorno al collo si è tuffato per guadagnare la riva. Anabel lo ha seguito con lo sguardo pensierosa.
“Non è un ciarlatano, Mainer”, ha detto.
Può darsi anche che abbia ragione.
Ma è in gioco la mia vita e non basta una sensazione femminile per convincermi a rischiare.

26 aprile 1999

È’ stato così che siamo tornati da Francisca.
Mia madre ha tanto insistito che abbiamo affrontato di nuovo il viaggio fino a Punta Maisí, sotto un caldo torrido mitigato soltanto da un refolo di vento di mare. L’oceano in lontananza mostrava le sponde di Haiti e gli uccelli marini calavano in picchiata a raccogliere prede vicino alle barche dei pescatori. Foreste di banani lasciavano il posto a piantagioni di caffè e alberi di cacao. Abbiamo incontrato anche qualche venditore per strada in cerca di turisti. Non se ne spingono molti sin quaggiù e da quando la storia degli omicidi si è diffusa ne vengono sempre meno.
La strada per arrivare alla casa di Francisca è impervia e farla a piedi costa molta fatica. Si arriva stremati dopo mezza giornata di cammino. Per mangiare ci siamo portati dietro solo qualche banana, il cocco lo abbiamo trovato per strada ed è servito a dissetarci.
Anabel non è venuta. Non era il caso. È una cosa che voglio sbrigare da solo e l’unico consiglio che conta è quello della santéra.
Francisca ci ha accolto nella solita stanza riservata alla boveda e ha voluto che ci inginocchiassimo davanti al crocifisso e all’immagine di Elegguà, bevendo un poco di rum e aspirando una boccata di sigaro.
Poi ci ha detto di spruzzare l’altare con quel liquido misto a fumo. Sapevo che era il rituale, ormai stavo diventando un esperto.
Mi sono seduto e lei ha cominciato a farmi domande e a recitare preghiere in quella lingua strana che solo mia madre comprende, ha intonato una cantilena di suoni gutturali e poi è caduta in trance.
Il suo corpo è diventato ricettacolo degli spiriti che passavano per la stanza e ha subito raccolto uno dei miei spiriti guida, quello del vecchio indio. La voce di Francisca ha cominciato ad articolare suoni strani mentre il suo corpo si contorceva e sudava. Francisca ha bevuto ancora del rum, per dissetare lo spirito. Mia madre ha tradotto.
“Si sta lamentando. Dice che tu non ascolti le parole di chi vuole aiutarti. Hai la ricchezza davanti agli occhi e rifiuti di vederla”.
Poi è stata la volta dello spagnolo senza un occhio e con la gamba di legno, il secondo dei miei spiriti guida. È entrato nel corpo di Francisca e mi ha detto: “Io ti proteggo e non ci sono pericoli nella tua strada, però devi saper scegliere, ragazzo”.
E infine lo schiavo africano ha fatto modificare ancor più il tono di voce della santéra che è diventato molto duro: “Non devi aver paura di uno schiavo perché uno schiavo ti libererà”.
Mia madre faceva da interprete a ogni evocazione, non comprendevo una parola di quello spagnolo arcaico frammisto a suoni africani.
Da ultimo è arrivata la nonna che mi segue passo dopo passo.
Lei ha voluto parlare con la mamma.
“Non fargli scappare la sua grande occasione”, ha detto.
Poi Francisca si è risvegliata dal trance.
Non rammentava niente di quello che era successo.
È stata mia madre a raccontare. La santéra ha spiegato che ho gli spiriti propizi e che devo osare se voglio sfruttare la mia opportunità.
“Sono treni che non passano due volte nella vita. Segui il babalao. Non sono storie quelle che racconta. Puoi fuggire da questo caimano. Rifarti una vita. Scappare. Ci pensi?”
Io più che altro pensavo che ero stato uno sciocco a dubitare.
Adesso qualcuno poteva essere morto e la colpa sarebbe stata solo mia.

27 aprile 1999

Siamo tornati a casa che era notte fonda e io sarei voluto andare a svegliare Javier per dirgli quanto ero stato stupido a non credere e che fermasse al più presto quel fiume impazzito e la sua maledizione.
Lo avrei aiutato, subito.
Non doveva morire nessun altro.
Non c’era bisogno di convincermi perché adesso credevo.
Ma era tardi. Troppo tardi.
Mio padre ha voluto che andassi a letto perché il giorno successivo ci sarebbe stata la scuola. Solo che al risveglio a scuola non ci sono andato. Nessuno l’ha fatto. C’era troppa agitazione al villaggio.
Perché era accaduto. Ancora una volta.
Mio padre e gli altri uomini andavano sul fiume e io sono corso dietro a loro con il cuore in gola. Sudavo. Piangevo. Non volevo assistere a un altro spettacolo terribile. Sapevo che qualunque cosa avessi visto sarebbe stata solo colpa mia.
C’era anche la polizia sulla riva del fiume, vicino all’attracco del traghetto di stato e c’era Pepin che parlava con la voce rotta dall’emozione. Lui aveva fatto rientro con la barca vuota.
“Era rimasto là solo. Non voleva guide. Non voleva aiuti”.
E adesso se n’era andato per sempre, risucchiato dal mulinello infernale, un gorgo incredibile che lo ha massacrato in modo disumano. Lo abbiamo visto galleggiare mentre qualcuno di noi si dava da fare per ripescarlo. Aveva i capelli neri e Pepin diceva che era un italiano.
“L’ho intuito dall’accento. Ormai sono abituato a sentirli parlare. L’italiano è l’unica lingua che spesso riesco a capire”.
Gli occhi erano rimasti aperti e fissavano il vuoto in una smorfia di terrore. Un braccio era staccato dal corpo come fosse stato strappato via da una forza sovrumana. E Javier era poco distante che mi guardava.
I nostri occhi si sono incontrati e non c’è stato bisogno di parole. Sapevamo entrambi quello che restava da fare.

28 aprile 1999

La prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di parlare con Francisca. Un amico di mio padre si è offerto di andare a Maisí con un vecchio trattore per condurre la santéra al villaggio, ma lei è stata irremovibile e ha declinato l’invito di Javier.
“È una cosa troppo grande per me. Non posso aiutarvi. In queste evocazioni è sempre il più debole a rimetterci”.
Javier non si è perso d’animo ed è convinto che possiamo farcela anche da soli.
“È lo spirito del vecchio Tabonao il problema”, ha detto.
“Perché?” ho domandato.
“L’indio sta di guardia al tesoro e accanto a sé tiene un possente machete”.
“Ma il tesoro non è del tuo antenato?”
“Taita Julian è prigioniero dell’indio. È uno spirito senza pace. È completamente nelle sue mani. Lui ci aspetta per consegnarci il denaro, ma noi dobbiamo sconfiggere il suo carceriere”.
“Non sarà una cosa facile” ha detto mia madre “occorrerà una doppia evocazione e dovremo costruire un altare sul fiume”.
Mettere insieme l’occorrente per evocare gli spiriti dei morti è stata la prima cosa che abbiamo fatto. Anabel e la mamma hanno dato una mano e sono state loro a trovare il tavolino e la tovaglia bianca per coprirlo. Poi da una vicina hanno rimediato anche le coppe per l’acqua e un crocifisso, mentre l’immagine di Elegguá l’aveva portata con sé Javier, insieme al palo per convocare gli spiriti, che poi era solo un vecchio legno ricurvo. Il rum, il profumo e i sigari ce li siamo procurati al villaggio, da chi traffica al mercato nero. Infine abbiamo cercato i fiori per l’altare da offrire agli spiriti.
In poco tempo tutto era pronto e l’angolo maledetto del fiume sembrava la casa d’un babalao. La nostra lotta avrebbe avuto inizio da qui.
Io ho guardato la montagna a strapiombo e la mente volava lontano a ripercorrere storie che avevo sempre ascoltato come fiabe o leggende. Un vecchio capo indio perseguitato dagli spagnoli era venuto a morire alla periferia del mondo, e uno schiavo in cerca di libertà si era seppellito con un tesoro nel letto del fiume. Tutto era racchiuso in un corso d’acqua tranquillo, dove si bagnavano uccelli marini e grossi avvoltoi e le palme si allungavano a toccare il cielo mentre le mangrovie raccoglievano silenziosi segreti di anni lontani.
Sono rimasto immobile a guardare il cielo, come catturato dalla magia dei racconti. Erano le favole della nonna, le storie terribili che mi affascinavano, a diventare dura realtà da combattere e chiave di volta per il futuro.
Anabel mi ha abbracciato e abbiamo fatto ritorno a casa mentre il sole tramontava. Sa cosa penso e sa anche che rischiamo molto in questa storia. Adesso però è arrivato il nostro momento e non possiamo tirarci indietro.

30 aprile 1999

Continuo a scrivere quasi ogni giorno perché ogni giorno accadono fatti nuovi e straordinari. Oggi Javier ha voluto cominciare a evocare e siamo andati sul fiume. Ci siamo seduti attorno al tavolo prendendoci per mano. L’altare era addobbato con vasi di fiori, un paio di bottiglie di rum, sigari e coppe per l’acqua, poco distante avevamo disposto una bacinella con acqua profumata e petali di fiori rossi. Prima di iniziare la cerimonia Javier ha voluto che immergessimo le dita in quell’acqua per purificarci. A turno abbiamo battuto tre volte la mano sull’altare.
Javier si è acceso un sigaro e mi ha passato la bottiglia del rum, io ne ho bevuto appena un sorso e anche Anabel e la mamma si sono appena bagnate le labbra. Il babalao ha iniziato a pregare, invocando i suoi morti in quello strano linguaggio a metà tra l’africano e l’antico spagnolo. La preghiera è durata a lungo, quasi mezz’ora, poi abbiamo assistito a qualcosa di fantastico. Javier ha cominciato a parlare con suoni gutturali e si è messo a masticare il sigaro che teneva in bocca. Se lo è divorato in pochi minuti. Poi ha preso una bottiglia di rum e l’ha tracannata con avidità.
Lo spirito si è presentato. Parlava nel corpo di Javier ma non era Javier.
“Sono Josè de Dios e vengo per rendervi agile il cammino”
“Come puoi aiutarci?” ha chiesto mia madre.
Josè parlava con voce da vecchio e pareva facesse fatica ad articolare bene le parole. Mia madre ha spiegato che lui era lo spirito guida del babalao.
“Posso solo dirvi quello che vi aspetta. Il resto dipende da voi” .
“Siamo qui per ascoltare”, ha continuato la mamma.
“Sono due gli spiriti del fiume e uno di questi può costarvi la vita. Tabonao è l’indio con il machete e uccide chi passa davanti ai suoi occhi. Lui è terribile e vendicativo. È uno spirito guardiano. Sa che la sua terra è in mano agli invasori e la collera lo tormenta. Dovete fare molta attenzione”.
Javier si è appoggiato al palo e stavolta lo ha usato come un bastone.
Il negro Josè aveva bisogno di riposare. Poi ha continuato.
“Sono due le strade che potete seguire. Una difficile e impervia passa attraverso un rito lungo e complesso. Dovrete fare ricerche e avere in mano tutto ciò che serve. Senza non può riuscire. L’altra è più rapida ma non percorretela. Può scatenare la rabbia dello spirito guardiano e non si sa cosa può accadere”.
Abbiamo ascoltato con attenzione le parole di Josè per bocca di Javier.
Anabel era anche un po’ spaventata. Non aveva mai assistito a una messa spirituale. Io ormai ci avevo fatto l’abitudine e dopo quello che avevo visto da Roberto questa era roba per ragazzi.
Lo spirito ha abbandonato il corpo del babalao e Javier è tornato tra noi. Completamente sobrio e aveva bevuto una bottiglia di rum. Ma non era stato lui a berla. Una volta tutto questo mi avrebbe sconcertato.
Adesso non più. Mi trovavo coinvolto in un terribile mistero di santeria, quella stessa santeria che mio padre aveva sempre descritto come un insieme di credenze e superstizioni che venivano dall’Africa.
In realtà nulla era impossibile perché tutto era completamente surreale.
“Come ti senti?” ho chiesto al babalao.
“Un po’ stanco ma capita sempre dopo un’evocazione”
“Ricordi qualcosa di quello che ha detto Josè?”
“Solo vagamente”.
“Ha parlato di due strade”.
“So cosa vuol dire”.
“Spiegaci meglio”.
“Non serve perché è una sola la strada da seguire”.
“Se dobbiamo aiutarti non devi nasconderci niente”.
“La via più breve è pericolosa, Mainer. Te la spiegherò ma tu promettimi che farai sempre quello che dirò”.
“Lo prometto”.
E Javier ha parlato a lungo, descrivendo riti e situazioni e ripetendo che dovevamo fare molta attenzione perché d’ora in avanti avremmo giocato con le nostre vite, solo un piccolo errore poteva compromettere il risultato d’un lungo lavoro. Adesso si trattava di avere pazienza e attendere, soprattutto cercare le persone giuste.
La via più lunga. La più sicura.
Io non ero poi così d’accordo. Avevo fretta di riuscire a capire.
Avevo fretta di arrivare a capo del mistero.
Un sorriso mi attendeva in fondo al fiume.
Un sorriso che si difendeva a colpi di machete.

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Questo romanzo breve è contenuto in Nero tropicale di Gordiano Lupi, Il Foglio Edizioni, reperibile presso gli store on line.

Gordiano LupiL’AUTORE
Gordiano Lupi ( 1960) – tre volte presentato al Premio Strega – ha dedicato alla sua città: Lettere da Lontano, Piombino tra storia e leggenda, Cattive storie di provincia, Piombino leggendaria, Piombino a tavola, Alla ricerca della Piombino perduta, Calcio e acciaio – Dimenticare Piombino, Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano, Piombino con gusto, Sogni e altiforni – Piombino Trani senza ritorno (con Cristina de Vita) oltre a un sacco di racconti e articoli di cui non è facile conservare traccia. Molti racconti piombinesi sono sul blog TUTTOPIOMBINO edito ogni domenica dal quotidiano telematico QUI NEWS VALDICORNIA. Si occupa di cultura cubana, traduce ispanici, scrive di cinema e pubblica monografie su registi e attori italiani. Sito Internet: ww.infol.it/lupi. E – mail: lupi@infol.it. Blog di cinema: La Cineteca di Caino (http://cinetecadicaino.blogspot.it/). Blog di cultura cubana e letteratura: Ser Cultos para ser libres (http://gordianol.blogspot.it/)

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