Nella coda del caimano 6° e ultimo episodio di Gordiano Lupi

Nella coda del caimano 6° e ultimo episodio di Gordiano Lupi1 maggio 1999

Di nuovo un giorno di festa. Uno dei giorni più importanti dell’anno.
Non c’è stata scuola oggi e ho dormito fino a tardi. Non c’è stata neppure la gita sul fiume perché da tempo non ne facciamo.
Ho incontrato Javier a casa di Pepin per parlare di ciò che dobbiamo fare. Eravamo soltanto noi due. Pepin era fuori con il traghetto e la moglie aveva portato i bambini a fare il bagno sulla riva del fiume.
Javier ha detto che non dobbiamo aver fretta e che arriveremo a capo del mistero solo seguendo le indicazioni dello spirito guida.
Io l’ho ascoltato distrattamente. Avevo tanti ricordi che affollavano la mente e avevo anche una voglia incredibile che tutto questo finisse.
Troppe cose sono cambiate in un anno.
Non c’è più Karin e Dio solo sa quanto mi manca. È vero che Anabel mi sta vicino ma con Karin era diverso e quando certe sensazioni te le senti dentro è difficile tenerle a bada. È anche difficile spiegarle. Adesso so che avevo trovato l’amore e non lo sapevo. Avevo troppe cose in testa per accorgermene e forse ero troppo bambino.
E adesso è tardi. È tardi per rimpiangere. Serve solo a provocare nuovo dolore. Anabel comprende e soffre. Attende qualcosa di più ed è proprio quello che non posso darle.
Ho detto al babalao che durante la notte avevo fatto un sogno terribile.
“C’era un indio dalle braccia muscolose che usciva dall’acqua brandendo un machete. Non sono riuscito a vedere il suo volto, ma il resto del corpo era composto solo da ossa. Uno scheletro che veniva fuori da un vortice del fiume e mi assaliva. Io fuggivo per la foresta e lui mi inseguiva. Sentivo dietro me una risata terribile. È stato allora che mi sono svegliato”.
“Può essere più d’un sogno” ha detto Javier “può essere un avvertimento”.
“Ero sudato e sconvolto. Avevo una paura terribile, come se tutto fosse accaduto davvero”.
“E chi può dire che non sia successo?”
“Io so che non mi sono mai mosso dal letto”.
“Le cose possono accadere in tanti modi”.
“Nel sogno c’era anche Anabel e ricordo di averla perduta nel bosco. Mi voltavo a cercarla durante la fuga e non la trovavo più”.
“Sono avvertimenti, Mainer. Lo spirito di Tabonao è inquieto. Sa che stiamo organizzando qualcosa per cacciarlo dal fiume. E si ribella”.
Abbiamo continuato a parlare. Javier raccomandava prudenza e spiegava quello che sarebbe servito per il rito. Mi ha dato indicazioni precise e ha detto che dobbiamo vederci tra qualche giorno per verificare se potevamo procedere. Ha detto anche che la mamma e Anabel potranno essere utili.
“Anche Francisca poteva dare una mano ma non vuole saperne” ha concluso Javier.
Chissà che non abbia ragione lei, ho pensato.
Chissà che non ci stiamo mettendo in qualcosa troppo più grande di noi.

3 maggio 1999

Mio padre stasera mi ha preso da parte.
Avevamo appena finito di cenare. Yucca con banane fritte nell’olio di cocco e pesce arrostito sul fuoco. La solita cena di sempre.
I miei fratelli erano già a letto. Non c’è corrente elettrica in casa e dopo cena teniamo una candela in cucina per stare un poco a parlare.
“Stai bene attento, Mainer”, mi ha detto.
La voce rifletteva tutta la sua preoccupazione.
Io non ho fatto nessuna obiezione, sapevo a cosa si riferiva e ho solo ascoltato. In silenzio.
“ È morta già tanta gente in quel maledetto fiume”, ha continuato.
Mi dispiaceva che lo chiamasse così. Maledetto. Era il fiume che ci aveva sempre dato da vivere e sarebbe tornato a essere nostro amico prima o poi. Non doveva chiamarlo così.
“Tu devi seguire il tuo destino. Devi scappare da questo posto d’inferno. Non abbiamo neppure la luce per stare a parlare quando cala il sole. Tu devi andare via di qua e fare un’altra vita. Te lo dico da quando sei piccolo. Non puoi seppellirti a Yumurí. Però non devi rischiarla questa vita. Non per cose che non puoi risolvere”.
Mio padre è contrario a quello che sto facendo. Sin dal primo momento non avrebbe voluto che seguissi il babalao. Non si fida. Non ha mai creduto nella santeria, anche se da un po’ di tempo a questa parte ha assistito a troppi avvenimenti strani e un po’ ha dovuto cambiare modo di pensare. Adesso non sorride più quando si parla di evocazioni e messe spirituali.
“Sono il solo che può fare qualcosa. Lo ha detto Javier”, ho risposto.
“Quel babalao! Se ti accade qualcosa giuro che lo uccido con le mie mani!” Ha replicato al massimo della collera.
Ed è capace di farlo mio padre. Non è solo una vuota minaccia.
“Non c’entra niente Javier. Sono io che voglio risolvere il mistero. Il fiume deve tornare quello di sempre. Un nostro amico. Il nostro migliore amico. E ci proverei anche se non ci fosse in ballo un tesoro”.
Mio padre ha fatto un gesto con la mano come per dire che aveva capito e che con me non c’era niente da fare. Ero solo un testardo.
“Però fai attenzione, Mainer. Io voglio saperti felice lontano da qui. Non voglio piangerti su di una tomba. Se ti accadesse qualcosa mi vendicherei in modo spietato e allora quel babalao non avrebbe pace perché lo seguirei sino all’Avana”.
Mi vuol bene mio padre e sogna per me tutto quello che non ha mai avuto. E questo è il suo modo di farmelo capire. L’ho ascoltato senza dire altro. Sappiamo entrambi che ci proverò e che rischierò la vita in questa assurda storia. Lui teme per me, però vorrebbe vedermi ricco e felice sopra una zattera alla volta di Miami. Io invece sogno solo di liberare il fiume e tornare a tuffarmi tranquillo quando non c’è scuola nel mio posto preferito.
E Miami non è il mio sogno. Non lo è mai stato.
Il mio sogno è Karin e fa la puttana all’Avana.

5 maggio 1999

Quello che devo scrivere oggi mi dà un dolore tale che non è facile far scorrere la penna sui fogli bianchi. Questo diario è diventato un contenitore di morte e le pagine trasudano sangue.
A mezzanotte sono andato sul fiume insieme ad Anabel, anche se Javier mi aveva raccomandato di non farlo e me lo aveva fatto promettere solennemente. Io non potevo aspettare, sapevo che c’era un sistema più rapido per sconfiggere lo spirito dell’indio e dovevo tentare subito.
Anabel mi avrebbe aiutato, lei mi avrebbe seguito ovunque.
Si fidava di me. Mi amava.
Lo spirito sarebbe stato scacciato da uno spirito ancora più forte.
È stato così che lo abbiamo evocato. Io tenevo il palo che avevo portato via a Javier e vicino all’altare l’ho battuto in terra tre volte. Tenevo anche un gallo nero tra le mani. Anabel mi ha aiutato a sgozzarlo. Si è sentita mancare alla vista del sangue. Non è un bello spettacolo vedere un gallo che muore e sentire il sangue caldo colare sulle mani e finire nella prenda. Ho bevuto del rum e l’ho fatto bere anche ad Anabel. Abbiamo fumato il sigaro e soffiato alcol e cenere sulla casseruola d’alluminio.
Era il momento giusto. La mezzanotte.
L’ora adatta per evocare satana.
Quello che aveva detto Josè. La via più breve. Quello che aveva detto Javier. La via da non seguire. E noi l’abbiamo seguita, purtroppo.
Qualcosa è accaduto. Uno spirito è sembrato volare per l’aria.
Ho sentito una presenza attorno a noi. Ma non era satana. O forse sì. Non lo sapevo se era così che il diavolo si manifestava.
Ho visto il fiume ribollire e scatenare un mulinello nel punto maledetto.
Lo spirito di Tabonao si stava agitando pericolosamente e lo schiavo fremeva per essere liberato. Io abbracciavo Anabel che tremava di paura ma non ero poi così sicuro di quello che stavamo facendo.
Un vento infernale si è scatenato sui nostri corpi. Gli alberi hanno cominciato a muoversi e le mangrovie sembravano fauci di terribili animali spalancate su di noi. Le palme scuotevano i rami in una tempesta innaturale. Noi l’avevamo provocata e non sapevamo come fare a uscirne. La terra ci rivoltava i suoi elementi contro.
Improvvisamente Anabel ha cominciato a parlare. Ma non era la sua voce, Dio mio. Non era la sua voce. Parlava con suoni gutturali una lingua sconosciuta. La solita lingua africana che non comprendo.
Poi ha cambiato tono ed espressione e il suo volto si è trasfigurato in una smorfia di terrore. Stava resistendo allo spirito che la possedeva.
Ma non lo ha fatto a lungo.
“Farete tutti una brutta fine”, mi ha detto. Questa volta parlava uno spagnolo chiaro e corretto. Aveva gli occhi fissi nel vuoto e le pupille arrossate di sangue. Non era la sua voce ma quella di un uomo.
Ho visto Anabel contorcersi a lungo e lottare. L’ho vista cadere a terra.
Io ero immobilizzato e non potevo far niente. Una forza incredibile mi teneva fermo e le gambe non riuscivano a muoversi. Sembrava che la stessero violentando quando ha aperto le gambe e ha cominciato a urlare. Ma non c’era nessuno insieme a lei. O almeno nessuno di reale. Si è strappata i vestiti ed è rimasta nuda. Poi si è alzata da terra e mi ha guardato. Ho scorto nei suoi occhi come un lamento disperato, una richiesta impossibile di aiuto, sembrava rimproverarmi e dire che lei mi aveva sempre amato e io l’avevo tradita così, lasciandola da sola ad affrontare un nemico invincibile.
Poi lo sguardo si è modificato e l’ho sentita gridare:
“Il fiume è la mia casa! Non mi scaccerete mai di qua!”.
È stato allora che Anabel si è tuffata, mio Dio!
È stato allora che l’ho vista sparire in quel mulinello terribile e innaturale. Catturata da una forza infernale e spinta sul fondo da uno spirito maligno e forte. Troppo più forte di noi.
E l’ho vista morire. Massacrata da braccia robuste e colpi di machete. L’ho vista scannare dal fondo del fiume e restituire a galla con il corpo distrutto e quegli occhi profondi e neri persi nel vuoto. Erano rimasti fissi a fotografare il terrore d’una visione infernale. Ed era tutta colpa mia questa volta. Avevo voluto sfidare una forza troppo più grande di me. Javier lo aveva detto e anche Josè ci aveva avvertiti.
“Evocare Satana può scatenare cose inarrestabili”.
Ed è accaduto, purtroppo. Anabel si è sacrificata per me.
È morta per amore. Un amore che io non le ho mai dato.

6 maggio 1999

Tutti mi hanno dato del pazzo e dell’irresponsabile, anche chi non ha compreso niente di quello che ho fatto.
Mi sento perseguitato da sguardi di accusa e disprezzo.
Al funerale i genitori di Anabel mi lanciavano occhiate di odio.
Io non sapevo che dire. Giustificazioni non ce n’erano, purtroppo.
Ho pianto su quella tomba come si piange su di un amore perduto.
E non l’amavo. Però era importante, credeva in me e sapeva starmi vicino, fino al punto di seguirmi in quella maledetta messa satanica.
Se solo mi avesse convinto a non farne di niente! Adesso saremmo sul fiume a fare l’amore e io le carezzerei la pelle profumata e bagnata dall’acqua che sa di salmastro e foglie decomposte.
Adesso so che mi mancherà e non sarà facile vivere senza di lei.
Il ricordo di Karin si unirà al rimorso d’un amore reciso da un folle colpo di machete, come un fiore in attesa di sbocciare.
Sono stato io a non dargliene il tempo.
L’ho condotta a morire e adesso la piango, povera Anabel.
Javier è infuriato con me.
“Non hai tenuto fede alla parola e non so se meriti ancora di seguirmi in questa storia”.
“So di aver sbagliato, però dammi un’altra opportunità. Ho avuto la mia punizione”.
“Non è così semplice, adesso devo chiedere consiglio”.
Mio padre non mi ha rivolto parola per l’intera giornata.
Era cupo in volto e ha nascosto il pianto perché, come dice sempre lui, un vero uomo non può permettersi di farlo davanti a tutti. Però aveva gli occhi arrossati e io me ne sono accorto. Siamo tornati dal funerale in silenzio. La mamma piangeva e stringeva forte il braccio del babbo per sorreggersi. Si era affezionata ad Anabel, la vedeva come una figlia ed era contenta del nostro rapporto. Mi aveva visto soffrire troppo per Karin e pensava che quella ragazza fosse capace di farmela dimenticare.
Io sentivo dentro un dolore sordo, un senso di colpa difficile da mandar giù, come un peso che si era piazzato tra lo stomaco e la gola e non mi faceva respirare. Anabel era morta solo per la mia imprudenza. Non c’erano scusanti. A un tratto ho sentito che dovevo rompere quel silenzio e parlare, liberare la tristezza che mi portavo dentro.
“Papà, so che ho sbagliato e ti chiedo perdono. Ma adesso che sono rimasto solo non mi abbandonare anche tu”.
Lui mi ha guardato e non ha risposto. Era un silenzio che sapeva di condanna più di mille parole d’accusa. E non ero abituato a vederlo così duro con me. La mamma ha risposto per lui.
“Passerà, Mainer. Stai tranquillo che passerà”.
Passa tutto, ho pensato con la morte nel cuore.
Passa l’amore. Passano i giorni lenti e dolorosi davanti a un fiume che dispensa giorni di paura. Passa anche la vita disperata che siamo costretti a fare. E passano davanti a me gli occhi neri e profondi d’una ragazza che mi voleva bene e che ho portato sul fiume a morire durante una notte di terrore.

8 maggio 1999

Sono giorni duri dopo la morte di Anabel e mi trovo sempre più solo a rimpiangere i miei errori. Se percorro con la memoria gli eventi passati trovo troppi morti di cui sono responsabile.
Carlito, vittima della mia imprudenza.
Un italiano per non aver creduto.
E adesso Anabel. L’errore più grande. Il dolore che mi pesa sul cuore e che è impossibile scacciare. Anabel morta per amore.
Mi avrebbe seguito ovunque e lo sapevo. Per questo non ho scusanti. Per questo merito l’odio dei genitori e la rabbia di mio padre.
Ho approfittato di lei ed è come se l’avessi uccisa.
Sapevo bene che se le cose non fossero andate per il verso giusto sarebbe stato il più debole a rimetterci. Lo spirito avrebbe preso possesso del corpo indifeso vendicandosi su di lui.
Era per questo che Francisca non voleva aiutare il babalao.
Ho voluto percorrere la via più breve, quella che Josè aveva sconsigliato e che Javier mi aveva fatto giurare di non tentare.
Ho evocato Satana con una prenda rudimentale, un calderone di alluminio con ossa di morti, terra di cimitero e carcasse di uccelli e animali. E non ci sono riuscito. Sono stato punito.
Era nel gioco delle cose che potesse accadere.
Quello che non posso perdonarmi è aver condotto Anabel a morire.
Lei non aveva colpa ed è morta per me.
Per me che non le ho mai dato niente.
Neppure l’amore che avrebbe meritato.

10 maggio 1999

Oggi Javier è venuto da me.
C’era anche la mamma in cucina e stava preparando qualcosa per cena. Mentre il casabe cuoceva nel forno e una pentola d’acqua bolliva sul fuoco lei faceva bruciare la legna in attesa che il babbo portasse il pesce da arrostire sui carboni ardenti.
“Dopo quello che hai fatto dovrei lasciarti al tuo destino ma non posso fare a meno di te se voglio ripescare quel tesoro”, ha detto Javier mentre sorseggiava una tazza di caffè.
Una smorfia del volto esprimeva tutta la sua contrarietà.
“So che ho sbagliato”, ho detto.
Il rimorso mi covava dentro da giorni e non riuscivo a scacciarlo.
“Hai fatto una cosa gravissima”.
“Lo so”.
“Evocare Satana è cosa da paleri. È brujeria”.
“Il ragazzo ha capito” è intervenuta mia madre “sa di aver fatto una grossa sciocchezza. Sono giorni che sta male. Non parla. Non mangia. Ha perduto la sua ragazza e si sente in colpa”.
“Ha fatto una cosa assurda, l’unica evocazione proibita, una follia che in anni di attività io non ho mai pensato di mettere in atto”.
“D’ora in poi farò solo ciò che mi chiederai”, ho detto.
“Sarà bene, perché questa volta non sono ammessi errori”.
E Javier ha cominciato a spiegare le prossime mosse.
Lui sarebbe andato alcuni giorni a Baracoa per assicurarsi l’unica cosa che mancava alla buona riuscita dell’evocazione. Non sarebbe stata una ricerca facile ma senza non si poteva nemmeno tentare, aveva detto.
Noi avremmo pensato al resto. L’altare, le preghiere, la boveda, gli animali da sacrificare. Ci ha raccomandato di attenderlo con pazienza perché il momento giusto sarebbe arrivato.
Mentre il babalao parlava guardavo fuori dalla piccola finestra della mia casa di legno. L’oceano era tranquillo e il sole tramontava. Vedevo in lontananza mio padre che faceva rientro con la barca e il carico di pesce. Dentro me speravo che avrebbe parlato, raccontando come un tempo la sua giornata di pesca. Era dal giorno della morte di Anabel che non mi rivolgeva parola. E io adesso avevo tanto bisogno di lui, una presenza forte che mi desse coraggio. Volevo sentire di nuovo la sua voce sussurrare: “Mainer, tu non devi fare la mia vita. Devi prendere al volo la tua occasione”.
Allora lo avrei abbracciato forte e gli avrei detto:
“Sì che lo farò, papà. Perché tu ci credi”.

12 maggio 1999

Pare che con mio padre qualcosa stia cambiando.
Non gli piace questa storia di Javier. Non gli è mai piaciuta.
Però sembra avermi perdonato, perché ha ripreso a parlare.
Con i genitori di Anabel invece sono io che non riesco a farlo e abbasso gli occhi quando li incontro per strada o alla caffetteria.
Non saprei come giustificarmi, so che hanno ragione se mi accusano di aver ucciso quella povera ragazza.
La polizia non ha saputo niente della messa satanica, ha archiviato il caso come una delle tante morti avvenute sul fiume.
Inspiegabile, come le precedenti.
Le indagini proseguono ma non condurranno a niente, gli spiriti non lasciano tracce e la polizia non serve in questa storia. Le giacche azzurre di Fidel riescono solo a complicarci la vita e questa è l’unica cosa che sanno fare bene da sempre.
Javier ci ha fatto sapere di aver trovato ciò che occorre e questo vuol dire che dobbiamo solo fissare il giorno migliore per l’evocazione.
Ieri siamo andati sul fiume per costruire la prenda, abbiamo recuperato scheletri di animali morti e uccelli, terra di cimitero e dei crocevia di Yumurí, ossa di cadaveri dissotterrati e spezie piccanti. Tutto è finito in un calderone d’alluminio situato vicino all’altare, insieme a coppe ricolme d’acqua, boccette di profumo, sigari e rum.
“Entro tre notti ci sarà la luna piena” ha detto Javier “il giorno più adatto per l’evocazione. Inizieremo dopo il tramonto. Tieniti pronto”.
Ero pronto da tempo e chiedevo solo di agire.
Per vendicare Anabel e liberare il fiume. Per riscattarmi davanti a tutto il villaggio. Per mio padre e mia madre che credevano ancora in me, tutto sommato. Sapevo che avremmo corso dei rischi, però dovevamo tentare, era la sola possibilità per liberarci della maledizione.
Un tesoro ci attendeva, nascosto dai gorghi d’una corrente sovrumana. Un mulinello infernale che aveva fatto troppi morti.
Era giunta l’ora di vendicarli e almeno avremmo potuto dire che tutta quella gente non era morta invano.
Mi sono attardato sul fiume a pensare, una folla di ricordi mi teneva per mano. Sono passato accanto al rifugio che ha visto scorrere giorni d’amore, prima con Karin, poi con Anabel, ho rivisto le mie mani carezzare quei corpi, ho assaporato il profumo dell’erba bagnata e del salmastro misto a odori di bosco tra le basse mangrovie. Il dirupo infernale, sotto la scogliera degli spiriti, sembrava sorridere, era un’impressione consueta e la forma degli alberi avvolgenti si lasciava cadere sulle acque torbide del fiume.
È stato allora che ho sentito una voce flebile, quasi un lamento.
“Liberami, Mainer”, diceva. E sono sicuro di non averla sognata.

16 maggio 1999

È accaduto tutto ieri notte. Una terribile notte di luna piena.
È difficile raccontare quando si è ancora sconvolti.
Javier mi è passato a prendere che il sole non era ancora tramontato e siamo partiti alla volta del fiume. Aveva con sé un capretto.
“Servirà per l’evocazione”, ha detto.
La mamma ha tirato fuori da un cassetto dell’armadio di camera dei fogli di carta ingialliti, sopra c’erano delle vecchie preghiere. L’inchiostro si vedeva appena, era passato tanto tempo da quando qualcuno dei suoi antenati le aveva scritte. Poi mi ha detto di prendere i due piccioni neri che aveva comprato al mercato su ordine di Javier.
Io ho eseguito, anche se non avevo le idee molto chiare su questo.
I piccioni erano vivi e la mamma li aveva legati per le zampe a una gamba del tavolo di cucina, in modo che non potessero scappare.
Il babbo era ancora per mare. Avrebbe cenato con Andres e Ivan al ritorno. La mamma aveva lasciato tutto pronto, bastava riscaldare un po’ di riso con fagioli e mettere a cuocere il pesce sulle braci ardenti. Lui non poteva venire con noi, la sua miscredenza poteva condizionare l’evocazione e farla fallire, poi non era d’accordo con quello che stavamo facendo, non si fidava di Javier e temeva che ci andassimo a cacciare in qualche grosso guaio. Per questo la mamma aveva preferito tenerlo all’oscuro di tutto e gli aveva lasciato solo un biglietto ben in vista sul tavolo della cucina.
“Non stare in pena per noi e soprattutto non venirci a cercare”.
Sono convinto che il babbo avesse capito da tempo le nostre intenzioni, però non era da lui interferire, si limitava a dare consigli che di regola seguivamo ma non era suo stile proibire.
Mentre stavo andando verso il fiume me lo immaginavo che rientrava in casa silenzioso, masticando il sigaro tra le labbra e mormorando: “Maledizione…”. Avrebbe fatto da mangiare per i ragazzi nascondendo a fatica rabbia e preoccupazione. È un tipo così mio padre.
Ci vuole un gran bene e se ci accadesse qualcosa non so cosa potrebbe fare. Questa volta però avevamo fatto di testa nostra. Il fiume ci aspettava e il rito ci avrebbe liberato da una maledetta ossessione.
In lontananza si intravedeva un alone di luna piena che poco a poco prendeva il posto del sole, il rosso del tramonto si stemperava nelle acque dell’oceano.
La cosa più difficile è stata trasbordare capretto e piccioni nuotando, il resto era già tutto predisposto. Avevo stretto le zampe al capretto con una corda robusta e me l’ero caricato sulle spalle, legato bene perché non si muovesse. Ero il più giovane e toccava a me. Ai piccioni neri aveva pensato mia madre, Javier aveva difficoltà anche a nuotare, per via di quella gamba che si portava dietro con fatica, e non potevamo chiedere che facesse sforzi.
La scogliera maledetta attendeva l’ultimo atto di questa assurda storia, la boveda era addobbata con le coppe d’acqua e il profumo, l’altare conteneva rum, tabacco, caffè e fiori bianchi, le offerte ai morti che ci avrebbero aiutato in quella impresa.
La cosa fondamentale però la teneva Javier ed era ben stretta in due fogli gialli arrotolati a mo’ di pergamena. Erano due nomi, semplicemente due nomi, ma senza di loro non avremmo potuto fare niente. Il primo era quello di Jolanda, una donna che il babalao aveva conosciuto a Baracoa. Lei aveva partorito un bambino destinato a morire per via d’una grave malformazione al cuore.
Per questo aveva accettato la proposta di Javier.
Non aveva niente da perdere.
Il secondo era Daniel ed era il nome del neonato.
Se tutto fosse filato liscio avremmo salvato anche lui.
Javier ha dato inizio al rito, ci stringevamo la mano davanti all’altare per comunicarci una maggiore forza, l’acqua del fiume cominciava a gorgogliare minacciosa e s’intravedeva un pauroso mulinello.
L’unica cosa certa era che la lotta sarebbe stata dura.
La mamma ha cominciato a pregare, intonando una litania nella solita lingua che non comprendevo, ha detto che erano invocazioni a Claradora, il santo che dà la pace. Il babalao ha afferrato prima un piccione e poi l’altro e con due morsi decisi ha staccato quelle piccole teste dal collo, facendo defluire sangue nella prenda.
Era uno spettacolo che non riuscivo a mandar giù. Lo avevo visto fare da Roberto con il gallo nero, ma la vista del sangue e di una povera bestia che moriva dissanguata, senza avere il tempo di accorgersi di ciò che stava accadendo, mi sconvolgeva.
Mi sono fatto forza. Ci sarebbe stato da vedere di peggio.
Javier ha afferrato il machete e ha colpito con violenza il capretto che attendeva la sorte inevitabile legato all’altare, la testa è caduta nella prenda e il sangue si è confuso a quello dei piccioni.
La prenda era diventata un contenitore di sangue e teste degli animali morti insieme alle vecchie carcasse e alla terra di cimitero, vicino c’erano i fogli arrotolati con i nomi di Jolanda e Daniel, uniti con un cordone, legati uno sopra l’altro con del burro di cacao. Il sangue ancora caldo li toccava appena, mentre la testa del capretto era andata a cadere proprio accanto al nome del bambino che si trovava in bella evidenza. Allora Javier ha detto che dovevamo pregare con maggiore intensità perché era il momento più importante. La mamma ha intonato le preghiere che si era portata da casa, rivolgendo la voce al cielo e alle acque del fiume sempre più in tempesta. Javier mi ha passato un pezzo di carta dove qualcuno aveva scritto delle parole con la matita nera.
“Recita a voce alta e chiara”, ha gridato.
Ho ubbidito. Non c’era altro da fare.
“Ti offro la possibilità di avere una seconda vita. Puoi riscattare le tue colpe. Aiuta questo essere vivente che ha bisogno di te”.
Javier ha alzato in aria il foglio con il nome del bambino e ha gridato con quanto fiato aveva in gola: “Daniel! Daniel! Daniel! Il tuo nuovo corpo si chiama Daniel!”
Un mulinello ancora più intenso si è levato dal fiume.
L’indio cercava di resistere e si opponeva alla forza dell’evocazione.
Adesso avevo chiaro cosa voleva fare Javier.
Tabonao sarebbe diventato il custode della vita d’un bambino destinato a morire, lo avrebbe trasformato da forza del male a spirito guida.
Ho visto una luce intensa, un raggio lucente uscire dall’acqua.
Ho visto la prenda illuminarsi e un grido che non aveva niente di umano si è levato a incrinare il silenzio della notte.
Il mulinello si era calmato, improvvisamente.
Tabonao era stato catturato e al tempo stesso era libero.
Il suo spirito era finito nella prenda del babalao e Daniel non sarebbe morto perché adesso aveva uno spirito guida al suo fianco.
Restava Taita Julian e per lui Javier aveva preparato una candela fatta di olio di cocco e cotone. Tutto era stato messo in un bicchiere di vetro con un chiaro d’uovo e dello zucchero. La candela l’aveva accesa mia madre che continuava a invocare Claradora. Javier brandiva il bicchiere e muoveva la luce della candela verso l’alto.
Lo sentivo gridare: “Taita Julian…Taita Julian…Taita Julian…” in modo ossessivo. Anch’io pronunciavo quel nome a voce alta. D’improvviso un’altra luce intensa è uscita dal fiume.
È stato allora che ho visto uno spirito volare in cielo e un chiarore soprannaturale penetrare la notte e sparire tra le stelle.
Ho guardato mia madre e Javier e ho visto un sorriso accompagnare una smorfia di stanchezza.
“Siamo liberi” ha detto Javier “adesso poi tuffarti. Non c’è più niente nel fiume che può fare del male”.
Io ho eseguito e con un po’ di paura mi sono tuffato dalla scogliera maledetta, nella vecchia casa degli spiriti.
Mi sembrava un sogno.
Eppure l’ho fatto e sono tornato in superficie dopo pochi minuti con un piccolo scrigno tra le mani, un cofanetto ossidato dal tempo e dall’acqua del fiume. Ma era pieno di monete d’oro.

20 maggio 1999

Sono stato alcuni giorni senza scrivere niente perché mi sentivo in preda a un’agitazione che non si può descrivere, una specie di tensione inarrestabile a fantasticare di fronte a quello scrigno che avevo ripescato dalle acque del fiume e che mi avrebbe cambiato la vita.
Ero ricco ed era una sensazione che non avevo mai provato.
Avevo trovato un tesoro e nessuno doveva saperlo, a parte Javier e i miei genitori che erano stati parte dell’impresa. Metà di quelle monete sarebbero state sufficienti a far vivere bene una normale famiglia per almeno vent’anni. Lo stato da un po’ di tempo aveva aperto degli uffici dove faceva incetta di tutti i metalli preziosi, sarebbe bastato andare alla Casa dell’oro di Baracoa e cambiare il tesoro in dollari.
L’unico problema era che qualcuno prima o poi avrebbe avuto dei sospetti. Da dove veniva tutto quell’oro? E soprattutto come poteva esserne entrata in possesso gente di Yumurí? Non era là che mancava persino l’acqua corrente e l’energia elettrica veniva sostituita da mozziconi di candela? Sarebbero state le prevedibili domande degli impiegati della Casa dell’oro e la polizia messa in allarme avrebbe indagato. Ci sarebbe stata un’inchiesta e alla fine sarebbero venuti a sapere tutto. In questo paese è tutto dello stato, anche i pesci del mare e gli uccelli del cielo. Figurarsi uno scrigno di monete d’oro!
Bisognava fare molta attenzione e studiare le prossime mosse.
Cominciavo a dar ragione a mio padre.
Non potevo restare a Yumurí con tutta quella ricchezza tra le mani.
Intanto il villaggio è di nuovo tranquillo e la vita è tornata quella d’un tempo, la maledizione è finita e il fiume è di nuovo libero. Tutti lo sanno, anche se non conoscono i particolari di ciò che è accaduto e qualcuno fantastica, inventa. Inventare è da sempre una delle cose migliori che sappiamo fare, la fantasia non ci manca.
Gli unici a non esser convinti che tutto è passato sono i poliziotti, che continuano a presidiare la partenza dei battelli e si aggirano per le strade di Yumurí. Adesso più che mai controllano il niente.
Prima o poi si stancheranno, mi dico. E poi non è un problema mio.
Javier ha parlato a lungo con gli uomini alla caffetteria e tra un bicchiere di rum e una tazza di caffè bollente ha fatto sapere che il nemico è sconfitto. Adesso non ci sono più spiriti inquieti e ci si può bagnare ovunque, senza pericolo. L’unica cosa che si è guardato bene dal rivelare è il particolare del tesoro ripescato, quello è un nostro segreto. Io non credo che la gente tornerà presto a tuffarsi dalla scogliera maledetta, chi non ha assistito all’evocazione non può essere così tranquillo e poi le leggende da noi sono dure a morire.
Racconteremo agli stranieri la storia di Tabonao che si gettò nelle acque per sfuggire agli spagnoli e quella di Taita Julian che morì per non essere più schiavo. Nessuno saprà mai che quei racconti sono veri e che tanta gente è morta per una maledizione. E soprattutto nessuno saprà che in fondo al fiume c’era uno scrigno ricolmo di monete d’oro che ha cambiato la vita a un vecchio babalao dell’Avana e a un giovane figlio di pescatori di Yumurí.

25 maggio 1999

La scuola sta finendo e quest’anno prenderò il diploma della secondaria. Adesso che siamo ricchi penso che continuerò a studiare e che mi iscriverò all’università di Baracoa al corso di letteratura spagnola, quello che credevo fosse solo un sogno.
Ieri mio padre mi ha detto.
“Mainer, sai che non ero d’accordo con quello che stavi facendo”.
“Sì, però questa volta ho fatto bene a fare di testa mia”.
“Devo darti ragione, anche se mi costa fatica. Ci sono stati dei morti e tu hai rischiato la vita, però era l’unica cosa da fare. Sei stato molto coraggioso”.
“Adesso non abbiamo più problemi”.
“Questo non è vero. I problemi ci sono, solo che non sono quelli d’un tempo”.
“Che vuoi dire?”
“Che non puoi continuare a vivere qui, non è giusto ”.
“Ma io sto bene a Yumurí ”.
“Non puoi vivere qui con tutto quell’oro e lo sai bene. Ti scopriranno, prima o poi, e allora avrai fatto tutto questo per niente”.
Io non ho risposto, ma ho pensato che c’era del vero in quello che diceva. Poi il padre ha continuato a parlare.
“Tu devi andar via, Mainer. Ci sono posti dove puoi realizzare tutti i tuoi sogni e vivere tranquillo. Paesi liberi dove se possiedi denaro puoi fare ciò che vuoi”.
Mio padre è tornato all’attacco con la solita storia.
Fuggire. A Yumurí non c’è futuro. Puoi fare una vita vera.
Discorsi che ormai so a memoria, pare un disco incantato quando comincia, e mi spiace sentirli soprattutto perché so che sono veri.
Il problema più grosso è proprio quello di tornare a fare la vita di sempre e nascondere l’oro ripescato dal fiume senza che nessuno lo venga a sapere. È impossibile, mi dico. Ha ragione mio padre.
Si rischia d’essere scoperti, prima o poi.
E allora l’alternativa è partire.
Sì, partire. Ma per dove?

1 giugno 1999

Per dove me l’ha consigliato Javier.
“Vieni con me all’Avana”, ha detto.
Io ho pensato che tutto sommato poteva non essere male l’idea di tornare all’Avana a rivedere quel lungomare corroso da vento e salmastro, dove la notte si apre sui tuoi passi e non ti lascia più andare.
Perché all’Avana se hai cento dollari in tasca puoi sentirti un re.
Un re per una notte. Un re dell’Avana, come dice Guiterrez.
E poi all’Avana c’era Karin e io non l’avevo dimenticata.
Ci sono stato un po’ a pensare, poi ho risposto.
“Quando partiamo?”
“Prima possibile. Facciamo i bagagli, troviamo un taxi verso Baracoa e ce ne andiamo. Quando sarai all’Avana deciderai che fare. Là troverai mille opportunità per cambiare vita. Ha ragione tuo padre. Non puoi continuare a vivere nella coda del caimano”.
Io ho annuito ma non ero convinto.
In realtà l’unica cosa che mi attraeva dell’Avana era la possibilità di rivedere Karin. L’avrei cercata in mezzo alle puttane che battono il Malecón dopo il calare del sole. L’avrei scovata nei cabaret sul mare mentre dava via la sua giovinezza a vecchi stranieri. L’avrei trovata e portata via con me, finalmente. Come un soffio di vento liberatore.

2 giugno 1999

Ho salutato mio padre con le lacrime agli occhi.
Lui era felice e triste al tempo stesso.
Stavo seguendo il suo consiglio, adesso si passava dalle parole ai fatti e non era altrettanto facile accettare che forse non ci saremmo più rivisti. D’ora in poi ci avrebbero unito solo le parole d’una lettera scritta da chissà dove, che forse non sarebbe mai giunta a destinazione.
Ci saremmo dati appuntamento all’unico telefono del villaggio, quello della caffetteria, una volta al mese, per sentire se le nostre voci avevano ancora il suono d’un tempo. E avremmo pianto di nostalgia, per il dolore di un’assenza. Ma tutto questo era il futuro, adesso c’era solo mia madre che mi abbracciava forte e mio padre che diceva: “Abbi cura di te” e fingeva di sorridere. Ivan e Andres ridevano come fosse un gioco e facevano a gara a saltare addosso e baciarmi. Sarebbero cresciuti e io avrei pensato a loro anche da lontano, come non avrei abbandonato la mamma e il babbo. Ma questo villaggio sul fiume lo avrei lasciato e mi sarebbe mancato tanto. Ero nato tra palme e banane alla foce d’una corrente tranquilla, avevo sempre visto il tramonto con la Sierra alle spalle e l’oceano davanti agli occhi. Adesso mi attendeva una città di frontiera e la scoperta d’una nuova vita.
All’Avana bastava avere denaro per essere potenti.
Tutto aveva un prezzo, anche il cuore d’una donna.
Erano cose che sapevo, conoscevo le fauci spalancate di quella città che ti ammalia e stordisce nel profumo della sua notte interminabile, però per me non esisteva che Karin e rivedere il suo volto sorridente valeva la fatica d’un viaggio e dava un senso a quel triste abbandono.

3 giugno 1999

Un taxi non è un camion scoppiettante e si fa presto a giungere a destinazione, soprattutto quando si viaggia su di un’auto italiana di media cilindrata. Roba di lusso in confronto alle vecchie carcasse sovietiche e ai relitti americani dei tempi di Batista che ancora circolano per le nostre strade. Dopo aver cambiato parte dell’oro in dollari avevo lasciato un po’ di denaro a casa, non doveva mancare niente durante la mia assenza. Ci siamo fermati a dormire a Camaguey, questa volta in albergo, i soldi ce li avevamo e potevamo permettercelo. Il giorno dopo abbiamo preso un altro taxi e ci siamo diretti verso la capitale senza altre soste intermedie.
L’Avana mi ha fatto la solita impressione dell’ultima volta.
Un posto dove per vivere occorre essere molto scaltri e tenere alla larga imbroglioni e furbastri. Ti vedono che vieni da oriente e pensano che sei soltanto un contadino e credono di poterti fregare. L’importante è far capire subito che le cose non stanno così, altrimenti è finita.
L’Avana è stupenda di notte e noi siamo arrivati sulla via Blanca che il sole era già tramontato, le prime luci si accendevano sul Malecón e cominciava il passeggio delle puttane a caccia di clienti. Poco lontano froci di colore dalla corporatura muscolosa e attraente setacciavano il lungomare con sguardi provocanti e osceni. Ammiccavano a tutti quelli che passavano, anche a me che guardavo meravigliato dal finestrino del taxi. Io ammiravo le facciate screpolate dal salmastro dei palazzi coloniali, la bellezza delle colonne in marmo che reggevano ancora nonostante gli anni, nonostante il vento di mare, nonostante i tornados. Biciclette e auto scoppiettanti. Rumore assordante e puzza di benzina scadente da tubi di scappamento d’altri tempi. Autobus sferraglianti che portavano ammassi di carne umana stipata in stretti corridoi. Persone sorridenti sedute sul muretto del Malecón e coppie d’innamorati che si scambiavano baci. L’Avana. Di nuovo L’Avana davanti ai miei occhi.
Pensavo che solo un anno indietro mi ero detto che non ci sarei più venuto. Mi aveva sconvolto quella città di frontiera, bella e tragica al tempo stesso. Mi aveva messo una malinconica nostalgia del mio fiume in quei pochi giorni che l’avevo percorsa in lungo e in largo per adempiere al voto dei miei genitori. Solo Karin mi aveva fatto tornare e avevo una gran voglia di vederla di nuovo sorridere.
Ne sarebbe stata ancora capace?

4 giugno 1999

Oggi ho salutato Javier. Le nostre strade si dividevano all’Avana.
Lui è tornato al vecchio quartiere di Marianao.
L’oro del fiume gli permetterà di fare la vita del signore in mezzo alla povera gente.
“Mi cercherò una compagna” ha detto “è ora che smetta di fare il vecchio eremita”.
“Buona fortuna, Javier”, ho risposto.
“Altrettanto, Mainer”.
In quella città che ingoiava speranze per trasformarle in sogni impossibili sapevo che ne avrei avuto bisogno e soprattutto speravo che Karin fosse ancora là ad aspettarmi. Ho lasciato il vecchio babalao a Marianao, in quel quartiere di case basse dove la miseria si toccava con mano e il profumo quotidiano era quello del riso con fagioli che imbandiva le tavole. Ho preso un altro taxi alla volta di Luyanó, dove ricordavo che abitavano i parenti di Karin. Mentre attraversavo Diez de Octubre e i condomini di Toyo screpolati da tempo e incuria, pensavo a quando l’avrei rivista e abbracciata. Piazza della Rivoluzione sporgeva tra le case con l’obelisco dedicato a José Martí e io passavo da Hija de Galicia e mi batteva forte il cuore. Le prime case di Luyanó non erano lontane. Ho pagato il tassista proprio sotto la casa dei parenti di Karin.
È stato allora che ho riconosciuto la zia, ma Karin non c’era.
“ È appena uscita”, mi ha detto.
Sapevo dove l’avrei trovata.
Il sole era da poco tramontato e le prime luci della sera illuminavano le strade polverose del quartiere. Lei usciva sempre a quell’ora, mi ha detto la zia. Era il momento migliore per fare incontri, ho pensato.
Il taxi mi ha condotto sul Malecón.
Il luogo più romantico dell’Avana. Una strada che si affaccia sull’oceano e in lontananza lascia quasi intravedere Miami, la meta di chi vede l’America come un sogno e da tempo non crede più a niente.
È stato mentre il taxi correva sulle ampie carreggiate vicino all’Hotel Deville che l’ho vista. Bella come sempre, forse ancor di più con quelle stupende gambe mulatte che una gonna cortissima mostrava con generosità. Karin vestita da lucciola della notte, truccata con un contorno labbra rosso fuoco e gli occhi neri che sorridevano. Ho rivisto quei riccioli cadere sulle spalle mentre passeggiava con altre jineteras in attesa d’incontri. Ho detto al conducente che accostasse. Lei si è avvicinata, credeva fossi un cliente. Poi mi ha riconosciuto.
“Mainer, che ci fai qui?” ha chiesto sorpresa.
“Sarebbe lungo da spiegare”, ho risposto.
L’ho invitata a salire e insieme abbiamo attraversato la notte mentre le stelle cominciavano a illuminare il lungomare e un cielo dipinto di nero lasciava che la luna accendesse i ricordi.
Io e Karin eravamo di nuovo insieme, come una volta.
Ci siamo fermati alla caffetteria dell’Habana Libre, di fronte al Coppelia e abbiamo parlato, davanti a una birra e un succo di mango. La vita in questo non l’aveva cambiata, gli alcolici non le erano mai piaciuti.
“Dimmi di te, Karin”, ho chiesto.
“Cosa vuoi che ti dica?”
“Quello che hai fatto in tutto questo tempo, tanto per cominciare”
“Non lo hai visto da solo?” mi ha risposto sarcastica.
Aveva fatto la vita sul Malecón, era chiaro. Aveva fatto la jinetera per turisti a caccia dell’occasione che le cambiasse la vita.
“Io ho pensato sempre a te”, le ho detto.
“Anch’io, ma a che serve dirlo? Tu sei uno che non andrà mai via da Yumurí e non hai una lira. E io non voglio fare la fame tutta la vita, né qui, né altrove”
“Sono venuto all’Avana per te”.
“Non crederai che torni al villaggio, vero?”
“Non sono qui per riportarti a Yumurí”.
“E dove potresti andare senza un dollaro in tasca?”
“Le cose cambiano, Karin. Adesso i soldi non mancano”
“E come li hai fatti a Yumurí? Vendendo pesce arrostito e yucca fritta nell’olio di cocco?”
È stato allora che ho seguito il consiglio di Javier e non le ho detto la verità. Non mi avrebbe creduto e poi la storia degli spiriti doveva restare un segreto tra me e il babalao.
“Un ricco straniero mi ha riempito di dollari”.
“Ti sei messo a fare il frocio?”
“Sai bene che mi piacciono le donne”.
“Credi che invece a me piaccia fare la jinetera?”
“Un giorno è venuto un francese a Yumurí e si è invaghito della nostra casa sul mare. Era un tipo strano ma pieno di soldi e voleva starsene un po’ di tempo da solo al villaggio. Lontano dallo stress dell’Europa e da una vita fatta di lavoro e preoccupazioni, diceva. In cambio di questo mantiene me e la mia famiglia. Il denaro per venire all’Avana me l’ha dato lui e mi ha assicurato che farà ancora di più. Penserà a noi, al nostro futuro e ci farà scappare da qui. E questa è l’unica cosa che voglio, Karin. Andare via con te”.
“Proprio tu, Mainer? E dove vuoi andare? Hai sempre detto che non c’era al mondo un posto più bello di Yumurí e che solo là potevi sentirti libero…”
Era vero. Avevo sempre parlato così quando lei mi diceva che voleva fuggire insieme a me e andarsene a Miami.
“Insieme a te posso andare ovunque ”, le ho risposto.
E non ho mentito. Non m’interessava scappare via dalla mia terra, quello che volevo era solo non perdere Karin ancora una volta.
Era vero che insieme a lei sarei andato ovunque.
Persino a Miami a bordo d’una zattera.

7 giugno 1999

Queste sono le ultime frasi che scrivo sul mio diario.
Mille dollari ci è costato il viaggio della speranza.
Mille dollari per salire a bordo d’una barca a motore.
Una barca che salperà domani notte da Mariel, un vecchio porto mercantile in disarmo alla periferia dell’Avana.
Scappano tutti da qui, solo poche miglia e siamo a Miami.
Adesso resta solo una cosa da fare prima di fuggire e non guardarmi più indietro, consegnare questo diario tra le braccia di Amelia al Cementerio Colón. La Milagrosa ha mantenuto la parola e io devo tener fede all’impegno, la cosa più importante che possiedo dev’essere sua.
Mi avvicinerò alla tomba di marmo bianco e busserò tre volte, la ringrazierò e depositerò questo quaderno di pelle nera che racchiude la storia di due anni incredibili della mia vita. Poi prenderò Karin sotto braccio e saluterò con una preghiera silenziosa. Non le daremo le spalle e non ci volteremo indietro, è una cosa che non si deve fare mai davanti alla Milagrosa, come dovremo imparare a non farlo anche nella vita.
Io e Karin di nuovo insieme.
Solo questo conta.
Apprenderò l’inglese e potrò studiare, finalmente.
Avrò un lavoro e non dovrò rendere conto di tutto quel che faccio.
Insegnerò l’inglese ai miei figli.
Perché a Miami c’è un futuro.
Perché a Miami c’è libertà e progresso.
Perché a Miami si possono crescere figli senza paura.
Qui da noi no. Purtroppo.
Qui da noi si può solo scappare.

Epilogo

Qui termina la storia che ho raccolto in un giorno d’inverno al Cementerio Colón dell’Avana. L’ho raccontata senza aggiungere niente, ho solo tradotto, correggendo periodi che in italiano non avrebbero avuto un senso e modificando lo stile, là dove era carente. Non ho dovuto faticare molto, perché Mainer sapeva scrivere. E non ho scritto un romanzo, mi sono limitato a raccontare due anni di vita d’un ragazzo in un lontano villaggio d’oriente, là dove la Sierra protegge l’oceano con le sue spalle forti.
Capita spesso che mi trovi a pensare a Mainer e alla sua vita.
La sua storia è diventata parte di me da quando ho ritrovato il diario e ho deciso che l’avrei pubblicato.
Lo immagino a Miami mentre studia letteratura inglese e rimpiange la musicalità dello spagnolo. Lo vedo con Karin e soffro se penso che quell’amore un giorno potrà passare come passa tutto nella vita.
Sarà allora che la nostalgia per la sua terra lo prenderà più forte, come un nodo che si stringe alla gola e non si può sciogliere.
Una terra così vicina ma irraggiungibile. Una terra perduta per sempre.
Lo immagino mentre guarda i tramonti da occidente e si dice che non hanno lo stesso colore. Lo penso seduto sul mare con gli occhi chiusi che cerca di cancellare grattacieli e vedere solo palme.
Magari banani e piante di caffè. Magari un fiume.
Povero Mainer. Credo che un giorno o l’altro ti verrò a cercare.
Voglio proprio sapere com’è andata a finire.

Episodio precedente                                                     Fine

Questo romanzo breve è contenuto in Nero tropicale di Gordiano Lupi, Il Foglio Edizioni, reperibile presso gli store on line.

Gordiano LupiL’AUTORE
Gordiano Lupi ( 1960) – tre volte presentato al Premio Strega – ha dedicato alla sua città: Lettere da Lontano, Piombino tra storia e leggenda, Cattive storie di provincia, Piombino leggendaria, Piombino a tavola, Alla ricerca della Piombino perduta, Calcio e acciaio – Dimenticare Piombino, Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano, Piombino con gusto, Sogni e altiforni – Piombino Trani senza ritorno (con Cristina de Vita) oltre a un sacco di racconti e articoli di cui non è facile conservare traccia. Molti racconti piombinesi sono sul blog TUTTOPIOMBINO edito ogni domenica dal quotidiano telematico QUI NEWS VALDICORNIA. Si occupa di cultura cubana, traduce ispanici, scrive di cinema e pubblica monografie su registi e attori italiani. Sito Internet: ww.infol.it/lupi. E – mail: lupi@infol.it. Blog di cinema: La Cineteca di Caino (http://cinetecadicaino.blogspot.it/). Blog di cultura cubana e letteratura: Ser Cultos para ser libres (http://gordianol.blogspot.it/)

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