L’orrore secondo Nicola Lombardi 2° parte

L'orrore secondo Nicola Lombardi 2° parteC.S.

Altro argomento che vorrei approfondire è quello del mondo anglofono dell’editoria. Sentiamo continuamente dire frasi del tipo: “lì ti pagano, lì è diverso.”
So che tu pubblichi all’estero, è davvero così diverso secondo la tua esperienza? O forse è lo stesso ambiente, solo sorretto da un numero molto più grosso di persone e che quindi permette un giro monetario più ampio? Per farla breve: qui ci sono 200 lettori (aspiranti autori) e 20 lettori veri che leggono te e che si leggono tra loro. Lì ci sono due milioni di lettori (aspiranti autori) più 2000 lettori veri che leggono te e che si leggono tra loro. È realistico?
Altra cosa che vorrei chiederti: qual è la tua opinione nei riguardi del Bram Stoker Award?
Quanto è importante, secondo te, per la carriera di un autore horror? Dopotutto, come nel Premio Italia, sembra il solito contest in cui gli autori si leggono e si premiano tra loro, attraverso le nomination. Perché (anche alla luce dei recentissimi argomenti trattati nelle ultime domande) per te sarebbe importante vincere un premio dove gli autori premiano altri autori? Non ti pare un circolo chiuso, senza la minima speranza di espansione ed evoluzione? Insomma, più una zavorra che una vera possibilità per la crescita del genere horror/weird.

N.L.

Nicola Lombardi

Nicola Lombardi

Per quanto riguarda la mia modestissima esperienza di pubblicazioni all’estero, posso dirti che la maggioranza degli editori con cui ho avuto a che fare paga subito, a prescindere dalle future, eventuali vendite.
Un’altra differenza che più mi è balzata all’occhio, rispetto al trend nostrano, è la generale tendenza a proporre retribuzione anche per racconti pubblicati online, su blog o piccole riviste virtuali, cosa che in Italia onestamente non mi è mai capitato di incontrare, almeno ai livelli in cui mi muovo io.
Inoltre, i pagamenti avvengono con una puntualità sbalorditiva. C’è senz’altro una maggiore considerazione per il lavoro intellettuale, bisogna riconoscerlo. Comunque, per essere onesti, sappiamo che dietro ogni pubblicazione esiste un contratto, e l’autore è libero di accettare o rifiutare le clausole proposte. Il contratto prevede sempre un compenso, sia esso rappresentato da quote in denaro o copie di libri; ma fosse anche un cesto di frutta, o magari niente del tutto: l’autore è sempre padrone di firmare o meno, per cui non mi sono mai sentito in particolare sintonia con istanze legate alla mercede (e posso permettermi di dire questo, naturalmente, perché non sono uno scrittore di professione).
i ragni zingariCerto, il discorso che fai circa i numeri di utenza ben più alti legati a realtà di mercato extranazionali, in proporzione, è sensato. Seppure, devo dire che per fattori culturali che non ho la pretesa di comprendere appieno, il mercato anglo-americano mi pare anche molto più ricettivo e curioso nei confronti del genere.
Cosa penso del Bram Stoker Award, mi domandi? Sarò franco: arrivare un giorno a conquistare il mitico trofeo sarebbe per me il coronamento di un sogno (e la strada aperta in questo senso da Alessandro Manzetti infonde ottimismo). Da diversi anni, come sai, sono membro dell’Horror Writers Association, di cui il premio Stoker rappresenta la massima opportunità, per autori anche sconosciuti, di ottenere il fascio di un riflettore, che in sostanza è ciò che serve per uscire dall’ombra e riuscire a scavarsi uno spazio sempre più significativo sul mercato. Che un contest di narrativa horror si rivolga a lettori, autori e appassionati del genere, quindi dotati di una certa esperienza e competenza, a me pare perfettamente normale.
Che molti si conoscano personalmente, e che siano amici, è inevitabile, e naturale. Ma ti posso assicurare, avendo consultato nomination e premi delle varie edizioni, che non di rado autori enormi come King, per esempio, sono stati surclassati ed eliminati, perché la meritocrazia è uno dei valori che maggiormente lo Stoker si prefigge di rispettare. Poi, come suppongo capiti per qualunque premio letterario in tutto il mondo, mainstream o di genere, tutto può essere: non voglio certo fare la parte dell’idealista per partito preso.
Non aprite quelle porteNell’ambito dell’HWA trovi anche autori immensi, veterani che per me hanno rappresentato miti letterari fin dall’adolescenza; l’idea che anche uno solo di essi possa leggere e giudicare un mio lavoro basta per me a giustificare tutto quanto. Del resto, come la vedresti, in alternativa, una consultazione popolare tramite televoto? Scherzi a parte, io non lo vedo affatto come un circolo vizioso, anzi: il premio (che è un mezzo, non un fine) è visibilità, maggiore attenzione editoriale, e quindi diffusione. Che è quello a cui tutti noi horror fans aspiriamo.

C.S.

Allora Nicola, ci avviciniamo alla fine. Le cose che mi interessava chiederti te le ho chieste e anche se non posso dire di concordare su tutto, la cosa che più mi premeva è che il tuo prezioso punto di vista venisse fuori. Ancora due domande, però…
Dopo la fine della prima stesura di un romanzo, o anche durante, ti fai seguire da un editor? Accetti modifiche da parte dell’editore o pensi che dentro debba esserci soltanto la tua mano? Cosa ne pensi delle intrusioni degli editori nel lavoro degli scrittori? Io personalmente la vedo come una mano dal cielo, perché mi hanno insegnato e mi stanno insegnando tuttora molto; tu?

N.L.

Non durante (perché spesso scrivo senza avere ancora un editore di riferimento), ma una volta ultimato il lavoro l’intervento di un bravo editor è necessario, e utile. Io ho avuto la fortuna di lavorare quasi sempre con editor validissimi, e di norma accetto volentieri osservazioni, correzioni, appunti, suggerimenti. Un occhio esterno, attento e competente, non può che migliorare ciò che l’autore ha creato, perché sovente accade che questi – nel tradurre sulla carta la massa di idee che ha nella testa – non riesca ad accorgersi di piccole storture, carenze o ripetizioni, proprio perché l’eccessiva e prolungata vicinanza alla materia trattata impedisce di farsi un quadro sufficientemente obiettivo dell’insieme.
In ogni caso, mano al testo direttamente la metto solo io, sulla scorta delle indicazioni ricevute. E se dovesse capitare che non concordo con certe osservazioni, se ne discute tranquillamente.

C.S.

IperboreaImmagina di avere davanti un giovane aspirante narratore horror. Cosa gli consiglieresti in base alla tua esperienza? E andando sul pratico… Secondo lo chef Nicola Lombardi quale sarebbe la ricetta per un racconto dell’orrore perfetto? Quanta atmosfera, quanto sangue, ombre o mostri, fantasmi oppure ossessioni, visionario o terreno? Spiegaci il tuo metodo.

N.L.

Per prima cosa, a un aspirante narratore horror chiederei di interrogarsi profondamente, con sincerità, sulle ragioni che lo spingono a una tale scelta. Questo perché è essenzialmente dalle motivazioni di un autore che è possibile intuirne il potenziale, a livello creativo.
Poi, ovvio, occorre leggere tanto, conoscere il campo che si intende coltivare, soprattutto per evitare ingenuità narrative, dando per scontata – anche se spesso, invece, non lo è – una piena dimestichezza con i mezzi espressivi a disposizione.
Occorre poi maturare un solido senso di autocritica; troppo spesso giovani autori mi hanno proposto in lettura lavori ancora acerbi o mediocri, difetti dovuti all’incapacità di valutare la qualità di quanto si è prodotto, ritenendolo ingenuamente valido. E qui si torna dunque a quanto sia importante leggere, con assiduità, per maturare la capacità di confrontarsi con modelli alti e riconoscere i propri limiti per cercare di superarli. Bisogna spazzar via ogni presunzione.
Altro fattore importantissimo da tenere presente quando si scrive: il lettore. Noi scriviamo per chi ci leggerà, perciò dobbiamo essere in grado di intuire se stiamo annoiando, se quanto stiamo raccontando vale il tempo che chiediamo al lettore di concederci. Personalmente, trovo davvero irritante perdere del tempo leggendo cose brutte, noiose o inconcludenti. Raramente qualcuno torna in un ristorante in cui ha mangiato male, perciò il lettore/cliente va trattato con onestà, considerandolo sempre il nostro massimo interlocutore.
Detto questo, passo alla questione della “ricetta per un racconto dell’orrore perfetto”. Premetto che ho sempre guardato con diffidenza a chi propone ricette o formule, anche perché se esistessero davvero sarebbe comodo centrare sempre il bersaglio; ma visto che mi hai investito del titolo di chef posso dirti che, a mio parere, un buon (se non “perfetto”) racconto dell’orrore deve ruotare attorno a un’idea il più possibile originale; non ha uno sviluppo prevedibile, ma deve spiazzare; deve catturati fin dalla prima pagina; taglia tutto ciò che è inutile, che non serve all’economia del racconto e che non contribuisce a stuzzicare in chi legge alcuna particolare emozione; dosa con sapienza gli elementi a disposizione, lasciando che il “non detto” possa venir colmato spontaneamente dal lettore, il quale sa modellare ogni orrore suggerito sulla base delle proprie personali paure.
Se un racconto raggruppa in sé questi elementi, rientra per me nella categoria dei ‘memorabili’. Ci sono racconti che ho letto venti, trent’anni fa, per dire, che ancora mi restano in testa; altri, invece, letti magari il mese scorso, che non hanno lasciato alcuna traccia di sé.
A titolo di esempio, posso dirti che ho letto il mio primo racconto dell’orrore all’età di tredici anni; si trattava de L’ultima seduta di Agatha Christie: mi ha talmente colpito che è come se l’avessi letto ieri. Lo stesso dicasi per perle quali Gioco d’ottobre di Bradbury, Mezzanotte nel mondo degli specchi di Leiber, La guerra è finita di Case, La zampa di scimmia di Jacobs, La duna di King, L’ultima chiamata per il passeggero Paul di Fowler, e centinaia d’altri. Tutte letture che in me hanno lasciato un segno. Questo fa la differenza.
Su un piano generale, per chi scrive, occorre poi confrontarsi con le varie tecniche narrative, e ogni autore le sfrutta e le declina in base alla propria personalità e al proprio stile.
Qualunque idea può trasformarsi in una storia, e qualsiasi storia può diventare una storia dell’orrore: dipende da come la si presenta, da come la si racconta. Come linea di principio, io cerco di scrivere ciò che mi piacerebbe leggere. Parto da un’idea, da un’intuizione, da una suggestione macabra, e da lì comincio a ragionare su come dotarla di un’intelaiatura coerente, come costruire la classica struttura ingresso-svolgimento-uscita.
E, come qualunque altro autore, mi lascio guidare da un personale senso della narrazione, operando continue scelte: da dove partire, che tempi usare, a quale voce affidare il racconto, cosa rivelare e quando, a quale punto interrompere la storia, eccetera. Ma qui si sta parlando, nello specifico, di storie dell’orrore, per cui non basta raccontare qualcosa: occorre farlo in maniera tale da provocare un’emozione.
La stessa vicenda può essere narrata in tantissimi modi, ma a noi serve trovare il modo giusto, quello che possa spaventare, inquietare, turbare. Si possono incontrare idee favolose, guastate poi da una narrazione inadeguata. Per quanto mi riguarda, direi che sono piuttosto istintivo. Praticamente traffico con la materia fin dall’infanzia, per cui mi lascio trasportare, e ciò che ne esce riflette in automatico la mia concezione di paura e dei modi con cui poterla trasmettere. Nessuna formula, nessun dosaggio calcolato degli ingredienti; per me il vero trucco sta nell’entrare nella psicologia del potenziale, ideale lettore (nel quale mi rispecchio) e indovinare quale combinazione di informazioni, e in quale ordine, può provocare una certa reazione emotiva. Tra l’altro, come narratore prediligo sempre il punto d’osservazione di chi è vittima, di chi subisce l’orrore; e se col lettore si innesca il meccanismo di immedesimazione allora si è già più vicini al raggiungimento dell’obiettivo, ovvero quello di trascinare chi legge all’interno della nostra storia e iniettargli la paura provata dai protagonisti, facendogliela quasi assaporare.
In merito alle tematiche, poi, non esiste davvero alcuna limitazione. I grandi temi archetipici li conosciamo tutti, comprese le loro incalcolabili varianti. È vero che è quasi impossibile raccontare qualcosa di nuovo, ma non è questo che conta; l’importante è imprimere alla storia la propria impronta personale, quella che possa renderla unica, seppure inevitabilmente affine a tante altre. Come per la musica: il numero delle note è limitato, eppure…
In quanto a me, prima di mettere su carta un’idea me la lascio decantare in testa per alcuni giorni, permettendole di maturare da sé, in un angolino semicosciente, un certo ventaglio di possibili sviluppi; tra questi, poi spetta a me scegliere quello che mi pare funzionare meglio per la storia, e allora ne testo l’efficacia emotiva su me stesso quando mi trovo da solo, al buio, magari immerso nel silenzio della notte, ripercorrendola quasi visivamente: se mi spaventa, allora può andare!

C.S.

Quali suoi i tuoi autori di riferimento, quelli che hanno maggiormente contribuito alla tua formazione?

N.L.

Be’, a parte i classici, quelli con cui da adolescente ho cominciato ad addentrarmi nel mondo della narrativa horror, gli autori che più di altri hanno inciso profondi solchi nella mia coscienza, incanalando il mio stile e indirizzandomi verso certe tematiche sono indubbiamente Ray Bradbury, con le sue macabre nostalgie autunnali; Richard Matheson, sempre pronto ad aprire squarci nel quotidiano per lasciar filtrare Orrore e Follia; e Fritz Leiber, grande visionario, dotato di un’inventiva sublime. In loro riconosco i miei maestri. Una generazione davvero formidabile. Sul fronte italiano, invece, posso dirti che per me è stato illuminante l’incontro con le opere di un gigante come Dino Buzzati.

C.S.

Quali sono le caratteristiche che più apprezzi in un buon racconto dell’orrore: capacità di creare disgusto, o inquietudine?

N.L.

Su questo punto non ho dubbi: io da ciò che leggo mi aspetto un intrattenimento basato sulla capacità di inquietarmi, non di disgustarmi.
Non che il disgusto come sensazione veicolata dal mezzo letterario mi turbi o mi ripugni, non sono certo schizzinoso. Però, personalmente, trovo immensamente più appagante il brivido cerebrale, intellettuale, anziché viscerale.
Il mio rapporto con lo splatter, per esempio, è controverso. Lo leggo volentieri quando è supportato da intenti umoristici; me lo gusto quando è al servizio della storia, ed è parte integrante e funzionale nell’economia del racconto; lo trovo invece noiosissimo quando è fine a se stesso, quando è gratuito, privo di uno scheletro narrativo che ne giustifichi la lettura.

C.S.

E tra i giovani autori italiani che apprezzi di più, chi secondo te ha le carte giuste per innalzare il genere? Qual è la caratteristica più lampante dell’horror italiano contemporaneo? Abbiamo una personalità, uno stile nostro, oppure imitiamo malamente le icone del mondo anglofono?

N.L.

Il libro delle ombreCi sono parecchi giovani scrittori, nel panorama horror italiano. Mi piacerebbe avere più tempo a disposizione per conoscerli tutti, ma per ciò che ho letto posso dirti che apprezzo moltissimo Samuel Marolla, Luigi Boccia (con cui ho scritto diverse cose a quattro mani), Pietro Gandolfi, Luigi Musolino, Maurizio Cometto, e di certo ne dimentico altri.
I loro lavori, a mio avviso, sono un esempio evidente dell’alta qualità e delle potenzialità che l’horror nostrano può mettere in campo.
Una caratteristica lampante di questo panorama, secondo me? La tendenza sempre più marcata a cercare e sviluppare gli orrori che stanno radicati nel nostro tessuto popolare, nel nostro patrimonio folkloristico, sfruttando anche background urbani, ma ben localizzati sul nostro territorio. (In questo fa eccezione Gandolfi, che predilige comunque ambientazioni legate a una “americanità” tutta sua, sospesa in una dimensione incubica). Insomma, una sorta di neogotico italiano che sta rialzando la testa. Credo quindi che la tendenza a imitare goffamente modelli anglofoni si stia esaurendo, dando sempre maggior spazio a una rivalutazione del nostro patrimonio, del nostro ‘horror genetico’, diciamo così.
Ma consentimi un’ultima osservazione di carattere puramente generale, giusto per tirare un po’ le fila. Al di là dei discorsi sulle formule, sulle tecniche, sullo stile, sull’editoria, sul mercato (tutti argomenti importanti, intendiamoci), ci tengo a ricordare che scrivere horror richiede all’autore di scendere nelle cavità più profonde della propria coscienza, di immergersi in quegli abissi della mente in cui ancora si agitano tutti i fantasmi e tutte le ombre annidate nel nostro cervello rettile, nel nostro nucleo più antico, dove resta ben vivo un patrimonio atavico fatto di riti ancestrali, di creature simboliche, di sangue prenatale.
Si possono ancora sentire le urla di quel mondo, dentro ognuno di noi, quando si prova a grattare sotto incalcolabili sedimentazioni. È questo che si fa, occupandosi di horror: inconsciamente ma lo si fa. È inevitabile.
Ecco il motivo per cui amo così tanto questo genere: perché mi permette di restare sempre in contatto, per quanto possibile, col mio io originario, e di non perdermi troppo, nonostante la soverchiante mole di illusioni, finzioni e condizionamenti in cui siamo stati sepolti.

Grazie per essere arrivati alla fine di questa intervista. Spero che le informazioni contenute, o almeno una parte di esse, via abbiano intrattenuto e offerto qualcosa d’interessante.
Un saluto

Christian Sartirana e Nicola Lombardi

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